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SCUOLA/ Valutazione: qual è il ruolo degli educatori?

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Alla luce delle ultime discussioni sulla valutazione e in occasione degli scrutini del primo quadrimestre  avverto il desiderio di proporre alcune riflessioni, al fine di confermare quell’approccio di “miglioramento continuo” che dovrebbe guidare una “comunità di apprendimento” caratterizzata da:

1) capacità di analisi delle situazioni reali, gli alunni che ci sono affidati, così come sono, con le loro difficoltà, carenze, a volte oppositività;

2) capacità dei docenti di riconfigurarsi: intesa come orientamento dei singoli docenti e dei consigli di classe a reinventarsi e a individuare strategie didattiche e percorsi che, pur partendo dal “livello prossimale di competenza di ciascun alunno” attivino percorsi di crescita culturale e delle competenze;

3) disponibilità dei docenti a riconoscere i propri limiti oggettivi e personali, che impediscono l’attivarsi di relazioni educative efficaci: e ciò riconoscendo la propria realtà umana e professionale così com’è: è solo a partire da tale semplice atto di umiltà che si può crescere e migliorarsi;

4) capacità di dialogo reale dei docenti, non lamento inutile sulle condizioni date degli alunni (che non vogliono studiare, che pensano a giocare e far “casino”): quindi salto professionale di docenti che intervengono, affrontano e risolvono le situazioni.

 

“Ma come si fa? Le ho tentate tutte! Siamo scoraggiati!....” sono le obiezioni più comuni che spesso sento ripetermi e dalle quali traspare a volte un senso di impotenza e di frustrazione altre volte, l’assurda pretesa che ci siano affidati alunni educati studiosi e collaborativi.

 

Gli alunni sono questi e basta (e al di là delle apparenze e di problematiche specifiche  sono grossomodo gli stessi, dalle periferie più degradate ai quartieri “bene”) ed è su questi che siamo chiamati a lavorare e il successo formativo dipende dalla nostra capacità di essere “registi efficaci dei percorsi apprendimento e delle dinamiche relazionali”.

 

Anche la normativa ultima sulla valutazione continua ad esprimersi chiaramente: anche se spesso facciamo solo finta di essere d’accordo per poi continuare la nostra bella lezione senza curarci di

- adeguare le nostre proposte ai livelli reali degli alunni

- di monitorare in itinere, giorno per giorno, i loro percorsi e i loro apprendimenti,

- di riconfigurare i percorsi in base ai feedback che giorno per giorno riceviamo e non solo alla fine del quadrimestre,

- di sostenerli soprattutto sul piano motivazionale, senza il quale qualsiasi argomento proponiamo rischia di scivolare loro addosso, senza far scattare quel desiderio di scoprire, di fare sacrifici per essere più competenti

 

Senza tali 4 essenziali attenzioni, vorrei tanto capire perché dovrebbe un ragazzo dovrebbe diventare “bravo e studioso”? per accontentare mamma e papà, per la professoressa, per il regalo alla pagella buona? Queste motivazioni non funzionano se non si attiva quella magia e quella dimensione misteriosa, che sono certo abbiamo tutti incontrato: considerare una esperienza affascinante. E dobbiamo essere consapevoli che i contenuti di tale attrazione e le sue modalità variano da persona a persona: ma certamente accade che quando la tua proposta di docente e il tuo modo di porti è autentico e proponi non la tua maschera di docente ma la tua reale persona (è questo il reale nodo) con la sua reale natura umana e culturale, che si”mette in gioco” non attraverso la freddezza delle procedure, del libro dell’interrogazione e quant’altro ma attraverso la tua umanità le cose cambiano e cambiano alla grande.

 

È questo che registriamo ogni volta che un ragazzo si appassiona perché contaminato dalla nostra passione e non dalla nostra noia o dalla nostra ansia di fuggire. E allora che l’ora fugge e i ragazzi per primi se ne dispiacciono perché vorrebbero rimane lì a pendere dalle tue labbra e dalla passione che traspare da te dalle tue curiosità e dalla tua vita.

 

Qualcuno, che soffre la scuola e gli alunni e non si capisce perché abbia scelto questo mestiere rischiando di rimetterci anche sul piano della salute, potrà  continuare a farsi una risata, ne ha pieno diritto, continuando a pensare che tali riflessioni siano idealismo romantico.

 

Resta il fatto che:

- La valutazione, per essere seria è valutazione di me stesso e di quanto sono riuscito a fare per mutare una realtà oggettiva e data (questo è normativa ).

- Le ore di compresenza o a disposizione e tutte le occasioni possibili sono state utilizzate per accostarmi a quel ragazzo che non riesce a fare progressi o a motivarsi?

- Quando ho incontrato il caso impossibile ho tentato magari di avviare un colloquio individuale col ragazzo cercando di conquistare la sua fiducia e disponibilità a lasciarsi guidare e a costruire una relazione produttiva? Si perché senza questa non capisco perché, se non ci sono i prerequisiti, i ragazzi dovrebbero fidarsi di noi solo perché “sono il professore”.

 

Mi rendo conto che sto parlando di un percorso impegnativo per molti, abituati ad una scuola che pur prevalente nella realtà non esiste da decenni nella legislazione scolastica. E allora?

 

Le innovazioni, sono convinto, non passano solo per legge se non incontrano il cuore delle persone e degli educatori e se non si scalfisce il formalismo delle relazioni e della didattica.

 

Ma, spesso mi chiedo, perché un docente dovrebbe fare questo salto e accettare questa sfida quando tutta la sua storia personale e professionale è stata segnata da una impostazione “formale e tradizionale”?

Solo per coerenza con la normativa e con l’evoluzione delle discipline psicodidattiche che questo richiedono? Questa sarebbe una condizione necessaria ma non sufficiente.

E allora mi convinco sempre più che lo dovrebbe fare per un motivo più semplice personale e diretto: perché gli conviene. Perché insegnare stare quotidianamente a contatto con chi gli viene affidato registrando a volte l’insuccesso del suo operare non è indifferente sul piano del suo equilibrio professionale, perché così facendo rischia di scivolare in una situazione di impotenza e di frustrazione, che a lungo andare lo porta giorno dopo giorno ad aspettare con sempre maggior ansia il terminare dell’ora, della settimana, dell’anno scolastico e alla fine la pensione.

 

Non si può vivere così, anche se apparentemente per molti è così e non ci si rende conto che così facendo si oscilla tra delirio di impotenza (non riesco a far nulla perché sono inadeguato) e delirio di onnipotenza (la realtà è inadeguata a me perché le cose vanno sempre peggio e io sono a posto).

 

E allora solo il convincimento che il rapporto tra me e la realtà è sempre una sfida (e ciò non solo nell’educazione ma nella vita) può aprire spiragli positivi e allora si può scoprire che mi conviene cercare nuove modalità di rapporto tra me e la realtà tra me e i ragazzi perché il bene più prezioso è il mio IO, il mio benessere, che non può essere fuga dalla realtà, bensì un io appagato che riesce a modificare, poco pochissimo, quello che è possibile.

 

È a questo che siamo chiamati a rispondere attraverso quella straordinaria dimensione umana che è la nostra libertà. La libertà di accogliere una sfida, vivendola fino in fondo, scoprendone una convenienza. La libertà di rinunciarvi rimanendo, sostanzialmente, arroccati sui convincimenti, sulle false sicurezze di essere a posto anche se poi la realtà non ti risponde.

 

 

Francesco Lorusso

Dirigente Scolastico Scuola Secondaria di 1° grado Manzoni-Lucarelli Bari

 

 



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