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SCUOLA/ Perché mai si dovrebbe gioire per i tanti 5 in condotta?

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Il Ministero della Pubblica Istruzione ha reso noto i risultati del primo quadrimestre. Si tratta di risultati che destano grande preoccupazione, sia dal punto di vista del profitto (tre studenti su quattro hanno almeno una insufficienza e le lingue straniere e la matematica sono ai primi due posti della classifica delle materie più disastrose), sia dal punto di vista della condotta, dato che ben 34.311 studenti hanno riportato come voto quadrimestrale il cinque; come ben si sa, una valutazione che nel secondo quadrimestre porterebbe direttamente alla bocciatura.

 

Il commento pressoché unanime è che la scuola è tornata ad essere severa, abbandonando finalmente la strada del buonismo che l’aveva ridotta ad un servizio assistenziale. C’è quindi molta soddisfazione, sia da parte degli operatori scolastici, sia da parte dei commentatori, che vedono in questa severità ritrovata una svolta decisiva a rimettere la scuola nei giusti binari. Sarà pur vero che la scuola ha fatto un bagno di severità; ma è forse questo il suo problema vero? Quello di scegliere tra severità e buonismo? Il numero elevato di insufficienze nel profitto e i tanti cinque in condotta in realtà segnalano una questione più decisiva: portano alla conoscenza di tutti quello che per anni si è voluto nascondere, ossia la presenza di una generazione di giovani che fatica ad impegnarsi con la realtà, tanto che è recalcitrante ad avviare un percorso di conoscenza, che pur è in grado di fare, e non è interessata ad entrare in rapporto con gli adulti che ha davanti. E’ questo il dato allarmante: che tanti giovani non sono appassionati ad imparare, a conoscere, a vivere rapporti veri!

 

E’ giusto che uno studente si meriti l’insufficienza, quando non si impegna nel lavoro scolastico; è altrettanto giusto che gli venga dato cinque in condotta se si rende responsabile di atti gravi contro compagni o insegnanti; ma basterà questo per rifare della scuola un luogo in cui conoscere e farlo insieme diventerà un’esperienza appassionante?

 

Chi pensi che questa sia la strada per restituire alla scuola la dignità perduta sta di fatto nutrendosi nell’ennesima utopia, quella secondo la quale delle regole osservate e fatte osservare producano cultura e amore alla vita. Chi vive dentro la scuola sa che, come non è stato il buonismo, così non sarà la nuova era della severità a ridestare il cuore e la ragione dei giovani. È di adulti appassionati alla vita che i giovani hanno bisogno, di adulti nei quali vedano quanto sia bello conoscere e stare con gli altri.

 

Per questo c’è una domanda che noi insegnanti dobbiamo porci di fronte ai dati disastrosi che il Ministero ci ha reso noti. Tutti noi pensiamo di sapere che cosa uno studente debba fare per prendere la sufficienza nella materia che insegniamo e per meritarsi un voto in condotta positivo; quello che invece dovremmo chiederci è che cosa possiamo fare noi insegnanti perché uno studente si possa appassionare allo studio e possa incominciare a stimare il valore dell’altro.

 

La questione della scuola è che si riparta non da regole, ma da un rapporto. Tant’è che dove questo avviene - e i casi sono molti e da lì si dovrebbe imparare - non c’è più né buonismo né severità, ma il fascino di un cammino in cui cresce l’umano. E questa è finalmente scuola!   

 

 

(Gianni Mereghetti)  



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COMMENTI
04/03/2009 - A scuola come nella vita servono "testimoni" (Bruschi Franco)

Questa mattina ho fatto vedere a scuola il bellissimo e commovente film "The freedom writers". Nella discussione una mia alunna diceva:"Prof nella nostra classe l'esperienza che stiamo vivendo quotidianamente con lei non è molto diversa da quella del film.Il problema fondamentale è uno solo: se l'insegnante è semplicemente un professionista della sua materia che si preoccupa unicamente che le alunne che ha davanti imparino la lezione, o se è una persona che ci guarda e si rapporta con noi per tutto quello che siamo, dentro e fuori dalla scuola, tenendo presente tutti gli aspetti della nostra vita, uno con cui si possa parlare e confrontarsi. Uno che quando viene in classe e ti spiega una poesia si sforza sempre di collegarla alla nostra vita, ai nostri desideri, alle nostre domande, uno che dà un senso a quello che spiega, perchè si implica in prima persona in quello che dice". Senza con questo voler affermare che le regole non servono,per la mia esperienza, è solo grazie a persone così, con questo sguardo e rapporto coi giovani che può nascere ed in alcuni luoghi è già in atto, una scuola nuova. Il problema è che i nostri ministri,politici e gli esperti che loro chiamano, non dimostrano di voler conoscere,valorizzare e imparare da queste esperienze, per questo una vera riforma della scuola, capace di rispondere alle pressanti domande dei giovani difficilmente ci sarà. Non sarà il caso che anche loro guardino e imparino da "The freedom writers"? Franco Bruschi

 
04/03/2009 - grazie anche da me (Bruno Brunelli)

Grazie professor Mereghetti per il suo articolo. Condivido in pieno le sue affermazioni alla luce di tanti anni di lavoro in scuole di frontiera. I ragazzi, anche più difficili, sanno riconoscere chi ha uno sguardo diverso su di loro chi non affida solo a delle regole l'esito della loro crescita personale e culturale. Maria Grazia Nannetti Brunelli

 
03/03/2009 - la serietà chiede l'identità (Luciano Barbaglia)

Ho sempre pensato che la scuola avesse bisogno di serietà, e che la serietà, come è stato detto, sia la condizione per aprirsi a rapporti significativi. Vedo con favore, dunque gli interventi ministeriali che tentano di riportare in auge il rispetto delle regole. Ma vedo anche il rischio che l'insegnante, inteso comme singolo e come corpo docente si trinceri dentro la corazza di una rispettabilità che non gli viene tributata in quanto persona, o comunità di persone dotata di identità, ma come il rappresentante dello stato.Ha ragione, in questo senso, Mereghetti: ci vuole un rapporto, ma non soltanto tra singole persone, ma tra lo studente e la scuola. Perciò bisogna che questa esca dall'anonimato e che lo studente sappia di correre il rischio di doversi coinvolgere con una identità precisa... Un esempio: nella scuola di stato dove ho insegnato molti anni, non si faceva in tempo a tener pulite le pareti dalle sconcezze di cui i ragazzi le "ornavano". Nella scuola che seguo ora, una scuola libera, le pareti sono intatte. Altro tipo di utenti? anche, ma non solo: qui non sarebbe ammesso che uno mettesse in crisi la reputazione della scuola e la sua sopravvivenza con comportamenti irresponsabili. Il colpevole sarebbe ben presto redarguito o espulso. Perchè non è la scuola di tutti e di nessuno, è la scuola di qualcuno che paga di persona perchè essa esista e funzioni.

 
03/03/2009 - gioire no, ma... (Sergio Palazzi)

Non credo che Gianni Mereghetti possa passare per un buonista. Ma capisco che non condivida l'euforia per il 5 in condotta come presunto valore in sé, e che richiami all'importanza di docenti che sappiano veramente coinvolgere e motivare. Ci sono cose di fronte alle quali non si gioisce. Per fare un esempio deliberatamente sproporzionato, si gioisce se Saddam viene catturato, non nel momento in cui finisce sulla forca. Tornando alle nostre banali quotidianeità, si gioisce per il fatto che SIA POSSIBILE, finalmente, tornare ad usare degli strumenti severi e cogenti, ma non per il fatto che essi poi SIANO usati, e men che meno a piene mani. Non ho mai votato contro un 7 in condotta, quando mi è capitato. Ne ho proposti ed ottenuti. Anzi, la mia regola personale in uno scrutinio è che se un collega propone di abbassare un voto in condotta io automaticamente appoggio la proposta, perchè suppongo che abbia i suoi motivi per farlo (raramente ho fatto il contrario, e con questo intendevo che per me da biasimare era il collega più che lo studente). Tuttavia, credo sia inevitabile una constatazione. Gli insegnanti che danno il senso di essere svogliati ed autoritari spesso faticano ad ottenere risultati anche nel comportamento. Quelli che dimostrano di "crederci" e si sforzano di essere autorevoli, faticano molto meno. Anche se a volte, senza esultare, devono usare il bastone. Penso che questa osservazione vada a corollario di quelle di Mereghetti.

 
03/03/2009 - La logica del "giusto però" (Giorgio Ragazzini)

Nessuno è soddisfatto per l’insufficienza o per il cinque in condotta in sé stessi, come pensa il collega Mereghetti. La soddisfazione nasce dal fatto che le insufficienze non si occultano né si trascinano più, ma si devono rimediare (ed è merito di Fioroni); e dal fatto che sui comportamenti scorretti anche gravi non si è costretti all’impotenza (come imponeva un andazzo, sì, buonista) né si chiudono gli occhi come prima, ma si possono sanzionare in modo più efficace. Mereghetti afferma: “È giusto che uno studente si meriti l’insufficienza, quando non si impegna nel lavoro scolastico; è altrettanto giusto che gli venga dato cinque in condotta se si rende responsabile di atti gravi contro compagni o insegnanti”, per poi parlare di “utopia delle regole”. Sarebbe giusto ma non serve a niente? Ma allora perché “è giusto”? Poi aggiunge: “La questione della scuola è che si riparta non da regole, ma da un rapporto”. Ma è proprio il rispetto delle regole che favorisce il rapporto. Nel caos e nella mancanza di rispetto che rapporti si costruiscono? In una chiara cornice di regole rispettate, ecco che i rapporti – in famiglia e a scuola – possono fiorire. Stringi stringi, se i ragazzi sono maleducati e non studiano, la responsabilità non è mai loro ma sempre degli insegnanti che non sanno appassionare. Che è, poi, uno dei dogmi della religione buonista.

 
03/03/2009 - Grazie, professor Mereghetti (Anna Baroni)

Grazie per quanto scritto nel suo articolo. Insegno tecnologia in una scuola media, frequentata da numerosi alunni appartenenti a quella che viene definita la fascia del "disagio". A questi ragazzi del cinque in condotta o nella discipline non importa nulla: vivono alla giornata e le loro famiglie (quando ci sono) non sembrano interessate ai loro esiti scolastici. Non stiamo parlando di qualche caso isolato, purtroppo, ma di un gruppo sufficientemente grande per dettare il clima che si respira nelle classi. La strada da percorrere è davvero solo quella da lei indicata, nel nostro quotidiano lavoro, umile ma straordinariamente affascinante e ricco di miracoli per gli occhi che li sanno cogliere.

 
03/03/2009 - No alle regole! (Tiziana Villa)

Convinta della necessità di un impegno nella conoscenza da parte dei giovani, ritengo che gli adulti abbiano una responsabilità educativa come non mai urgente nel sostenere questo cammino conoscitivo, che non trova certo la sua forza nel poggiare su regole. Non fanno certo gioire i tanti 5 in condotta!