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TERREMOTO/ Una scuola gratuita nata tra le macerie: l’avventura di don Antonio Villa

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È il direttore della scuola; ma chi lo vede stenta a crederlo. Perché se all’immagine del direttore si associa l’idea della persona dietro una scrivania che tira le fila di tutto, allora si è proprio fuori strada; lui, don Antonio Villa, il direttore della Scuola Media “Camillo Di Gasparo” di Tarcento (Udine) sta tutt’al più dietro ai fornelli, prima di uscire dalla cucina con il suo pentolone per dar da mangiare ai ragazzi della sua scuola.

Una scuola che è innanzitutto una cooperativa cui partecipano tutti: genitori, bambini, docenti. Ed è totalmente gratuita. Ma soprattutto un’opera nata per ricostruire, per ridare una speranza ai terremotati sconvolti dal disastro che ha massacrato il Friuli a metà degli anni Settanta, e che continua ancora oggi. Un esempio grande a cui guardare, mentre faticosamente riaprono le scuole anche in Abruzzo.

 

Don Villa, la sua scuola va avanti ormai da trent’anni, quindi non è stata solo una risposta immediata all’emergenza del terremoto. Qual è il segreto di una ricostruzione così capace di durare nel tempo?

 

Per ricostruire ci vuole qualcosa che abbia solide radici; solo così può durare nel tempo. Io e i miei amici, ad esempio, siamo venuti qui su indicazione di don Luigi Giussani, nel contesto della mobilitazione per andare in aiuto ai terremotati del Friuli. Mandandoci qui, Giussani ci consegnò a una realtà ecclesiale locale ben radicata, chiara e presente. Ci ha mandati da un parroco, raccomandandoci la più totale collaborazione. La Chiesa dunque è stata la realtà per la quale abbiamo giurato un sacrificio. Una cosa sacramentale, che permette all’impeto iniziale di durare. Come uomo e donna restano insieme tutta la vita, anche si scornano ogni giorno. L’amico Robi Ronza riassumeva bene la cosa con lo slogan: “dalle tende ai mattoni”. Abbiamo creduto in qualcosa di assoluto nella vita, al quale vale la pena legarsi.

 

E come è nata in particolare l’idea di fondare una scuola?

 

Quando ci furono le tremende scosse a settembre, anche molti di quelli che facevano i volontari se ne andarono. Noi non sapevamo cosa fare; molti di noi erano insegnanti e già prospettavano, visto che stava per iniziare l’anno scolastico, il fatto di dover tornare al lavoro. E allora qualcuno ci disse: «perché non fate una scuola qui?». Mi ricordo benissimo la scena: pioveva, ed eravamo sotto l’ombrello. I cinque che erano intorno a me erano un po’ sorpresi dalla proposta, quasi imbambolati perché assorti nell’idea. Tra un dubbio e l’altro (il pensiero che mancavano le infrastrutture, come organizzare la cosa ecc.), ci dicevamo anche: «Se veramente vogliamo farlo, questi problemi li possiamo risolvere». Insomma: era passato qualche minuto, e già avevamo tirato fuori un foglietto per raccogliere le iscrizioni! Lo conserviamo ancora quel foglio, scritto sotto l’ombrello, con i nomi dei figli dei terremotati che volevano iscriversi alla nostra scuola ancora da fare.

 

Una cosa che sembra veramente incredibile, e soprattutto irrealizzabile…

 

In realtà poi ci siamo resi conto che i problemi si risolvono più facilmente di quanto si creda. Il fatto di essere tra le macerie paradossalmente riduce i problemi: non hai da fare riunioni e pianificare qualcosa. Il problema è solo trovare un tetto, una tenda, qualche banco. Poi, certo, qualcuno ha fatto notare che ci voleva il riconoscimento legale, che bisognava chiederlo al ministero. E anche qui abbiamo fatto delle ingenuità che a ripensarci viene da ridere. Mi ricordo che presi un foglio, e dissi “a chi si scrive?”; risposta: “al ministero della Pubblica Istruzione”. Bene: “Egregio Ministero della Pubblica Istruzione…”. Così! Una roba che ovviamente finì nel cestino…

 

Ma non c’è stato qualcuno che se n’è andato pensando che fosse un progetto impossibile da portare avanti?

 

Al contrario, una cosa che ci ha sorpreso dopo un po’ di tempo è stato proprio il fatto che non c’era nessuno che nemmeno lontanamente ipotizzava di prender su e di tornare a casa. Succedevano dei fatti, delle coincidenze che rendevano più possibile e anche più facile quello che volevamo realizzare. La cosa che poi ci rincuorava era il fatto che già l’estate l’avevamo vissuta insieme a questi ragazzini con una grande felicità per tutti, e con contenuti reali, insegnando e facendo una sorta di doposcuola per le vacanze, senza sprecare il tempo. I genitori erano contenti, e sono loro che ci hanno chiesto di restare e fare una scuola, perché ci avevano visti all’opera e ci credevano degli “esperti”.

 

E non lo eravate?

 

L’unica idea di scuola che avevamo era l’amicizia come soggetto comunionale, e la presenza continua, l’accompagnamento costante a questi piccoli amici rispetto ai quali avevamo un punto di partenza uguale: il bisogno di imparare a vivere. Ecco perché nacque poi l’idea del metodo cooperativo, chiamando come soci anche i piccoli. Molte cose le potevano fare anche loro, come ad esempio pulire i banchi.

 

Quindi la scelta della formula della cooperativa aveva una vera e propria radice culturale ed educativa.

 

Esatto. Alcuni amici ci hanno aiutato a redigere lo statuto in modo corretto, e poi la condizione di emergenza ha favorito concessioni governative. Infine nel mese di maggio abbiamo ottenuto il riconoscimento del valore legale, per di più con effetto retroattivo, cosicché non abbiamo gettato via il lavoro fatto fino a quel momento. Quindi siamo andato avanti, di giorno in giorno. E sono passati trent’anni. Una delle cose che avevamo chiare era poi il fatto che la scuola doveva essere gratuita: non ho mai accettato il fatto che qualcuno debba pagare per l’ educazione. Come dire: siamo noi che vogliamo permetterci il lusso di fare una scuola, quindi siamo che noi che ce la dobbiamo pagare.

 

E come avete fatto concretamente?

 

Come facevano i nostri nonni a mantenere dodici figli? È la stessa logica. Se voglio fare una cosa, perché sono motivato, mi si sviluppa l’intelligenza, e non ho paura della ristrettezza. Nasce la capacità di risparmiare, che è un segno di intelligenza, non di miseria. Si risparmia su tutto: io ho imparato a far andare la cucina, perché non abbiamo il cuoco e il vice-cuoco, che sarebbero spese eccessive. I genitori poi fanno le pulizie. Con un certo accorgimento che è appunto segno di intelligenza: se faccio costare dieci una cosa che in città costa mille, mi sento più furbo! Con questo sistema di concepire la scuola come una cooperativa coinvolgo tutti nell’opera – anche i bambini – e così facendo abbatto il costo, e riesco anche a reperire i fondi necessari. Ed è  così che continuiamo ad andare avanti.

 

(Rossano Salini)



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