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UNIVERSITA’/ Celli: dalla Gelmini scelte buone, ma il disegno complessivo non è chiaro

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Pier Luigi Celli, laurea in sociologia all’Università di Trento, è direttore generale della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli” (Luiss), ateneo privato della Capitale. Narratore e saggista, ha sempre avuto a cuore il tema del capitale umano all’interno delle aziende.

IlSussidiario.net lo ha interpellato sulla situazione dell’istruzione universitaria odierna, con un occhio di riguardo alla crisi economica e alle possibili soluzioni per valorizzare quel capitale umano di giovani e studenti che si affacciano nel mondo del lavoro.

 

Dopo mesi di "onde" e di polemiche sui tagli all'istruzione, lei cosa pensa in merito al dibattito tuttora attivo riguardo l’università?

 

È chiaro che non si risolvono i problemi semplicemente scendendo in piazza, manifestando e scioperando. E’ altrettanto vero però che gli studenti hanno tutto il diritto di trascorrere, come facemmo noi a suo tempo, una fase di rivendicazione. L’università e la scuola hanno sempre avuto dei problemi. Bisogna avere il coraggio di metterci le mani. Poi si può discutere del merito dei provvedimenti ma non si può non riconoscere che le cose così non potevano e non possono andare avanti.

 

Come giudica l’operato del ministro Gelmini fino ad oggi? Quale, a suo avviso, un punto forte su cui puntare ed uno debole da ripensare?

 

Il Ministro dice cose condivisibili e pone un problema reale, che è sotto gli occhi di tutti: i finanziamenti a pioggia vanno fermati. Ci sono sprechi evidenti e in molti casi un mal funzionamento delle università. I tagli non fanno piacere a nessuno, ma non si può continuare a distribuire soldi senza un criterio. Ben, quindi, fa la Gelmini a voler premiare gli atenei migliori. Ma se ci sono provvedimenti sensati come questo, è il disegno generale a non essere chiaro, soprattutto per quanto riguarda i concorsi. Nemmeno sulle fondazioni, che penso possano essere una buona soluzione, c’è chiarezza. E poi l’università è in mano ai baroni, è al servizio dei professori perché amministrata da loro. È questo un altro nodo gordiano da sciogliere. Quando invece tutto il meccanismo dovrebbe ruotare intorno ai ragazzi, che, per inciso, pagano.

 

La Costituzione è il primo eccellente riferimento per il diritto ad una libertà di educazione, che ancora oggi non sembra totalmente condiviso. Quale è la sua soluzione per un vero equilibrio tra università pubbliche e private?

 

È chiaro che l’Università pubblica svolge un ruolo primario insostituibile. E, tra l’altro, al di là dei rilievi mossi e delle deficienze spesso evidenti, noi abbiamo in questo paese molte Università eccellenti, che andrebbero premiate. Le Università private, specie quelle di qualità, hanno un compito preciso: puntare all’eccellenza; sperimentare soluzioni di governance applicabili poi anche nel pubblico; mantenere un legame forte con il mercato e le nuove professioni. La caratteristica più rilevante, accanto alla qualità dell’insegnamento e della ricerca, è la “cura” con cui ci si deve impegnare nei confronti degli studenti: essendo questi nei numeri relativamente contenuti e pagando quote di risorse relativamente impegnative, è indispensabile fornire ritorni tangibili e anche superiori a quelli attendibili in una università pubblica.”

 

La crisi economica globale spaventa e continua a generare squilibri. Relativamente ai grandi temi di educazione e formazione, quali prospettive lei intravede in un momento come questo? Non c’è forse il rischio di dimenticarsi del fattore educativo, quando invece potrebbe configurarsi come un valido elemento di riscatto?

 

Ci sono vari modi per attraversare i momenti di difficoltà, anche quelli che si presentano con i tratti di una crisi apparentemente violenta. Il più sbagliato, tra questi, è quello di annaspare per cercare una soluzione qualsiasi, pur di tamponare il vuoto che sembra crescere intorno alle nostre certezze.

L’ansia è cattiva consigliera: non vede. Per trovare i rimedi bisogna avere coscienza piena dei guai e riuscire a razionalizzarli, per quanto possibile. Le crisi sono spesso benefiche. Bisogna farne un buon uso, e non sprecarle semplicemente deprecandole. La preparazione dei nostri giovani va comunque cambiata. Dal punto di vista dei ragazzi che si apprestano ad entrare nel mercato del lavoro in un momento in cui il lavoro ha perso gran parte delle proprie certezze, il tipo di insegnamento deve infatti modificarsi: puntare sulla commistione anticipata con esperienze di assunzione diretta di responsabilità anche minima, sullo sviluppo di una disponibilità all’imprenditorialità personale e di gruppo, e quindi sulla capacità di affrontare condizioni di rischio che abilitano alla produzione di soluzioni.

 

Benedetto XVI, parlando della crisi ha detto che «l’economia non funziona se non porta in sé un elemento etico». Non bisogna forse ripensare anche alla formazione degli economisti e delle classi dirigenti di domani, ripartendo dai danni evidenti di questa crisi?

 

Nel passato abbiamo assistito ad una continua fuga delle responsabilità. Tecnicamente molti potevano agire fuori controllo. Tutto questo oggi non è più ammissibile. La crisi rilancia una dimensione etica profonda, che deve trovare sintonia e ricettività nel corpo sociale collettivo. Inoltre, la formazione e la crescita di una classe dirigente passano solo attraverso la capacità di alimentare con generosità i canali di sviluppo dei giovani che fanno gruppo attorno a posizioni di vertice, o premono dal basso per trovare una strada. Naturalmente non basta rilevare i segnali che provengono dal basso, attraverso una serie di atteggiamenti positivi nei confronti dell’assunzione di responsabilità da parte del corpo sociale, se non si opera contemporaneamente anche “dall’alto” per incidere sulle politiche del non-merito. Nel terzo Rapporto LUISS-AMC-LIUC sulle classi dirigenti, che abbiamo appena presentato. emerge chiaramente che il merito non si improvvisa e la sua mancata applicazione provoca costi ingenti. Occorre dunque trasformare la crisi in un’opportunità e il merito in una leva fondamentale per innescare un cambiamento virtuoso. Da virtù personale deve diventare una virtù pubblica, al servizio del bene comune: è questo il passaggio da fare.

 

In mesi di licenziamenti, chiusura delle fabbriche e disoccupazione alle stelle, quale è il ruolo del capitale umano? Come può essere valorizzato?

 

Investendo in ricerca, innovazione; stimolando le persone che lavorano in azienda alla generazione di idee, alla propensione a negoziare e a far valere le proprie ragioni in contesti spesso diventati deboli per la congiuntura economica ma spesso, forti di risorse umane preparate, in grado di combattere e di vincere la crisi.

 

(Marco Fattorini)

 

 



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