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SCUOLA/ Gli insegnanti vanno “a bottega”: un esempio di formazione in atto

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Per affrontare la questione della formazione degli insegnanti è fondamentale partire dall’esperienza quotidiana di coloro che vivono nella scuola. In Italia manca da sempre un percorso iniziale di formazione all’insegnamento. Questo  vuoto non è stato certo colmato dalle SSIS, le quali si sono per lo più configurate come una brutta copia dei corsi universitari, con la semplice aggiunta di massicce iniezioni di “pedagogese”.  

Gli insegnanti italiani hanno sempre imparato sul campo, entrando in aula, anche a discapito dei ragazzi. Io, personalmente, devo tutto a don Giussani: è in lui che ho visto che cosa significa la bellezza di scoprire sempre qualcosa di nuovo in ciò che si insegna e il desiderio infaticabile di entrare in rapporto con chi si ha davanti. Penso che siano questi i segreti del “bravo” docente. Per “far scuola” occorre andare a scuola, sempre. Non solo la scuola dell’ora di lezione in cui si riscopre, attraverso i ragazzi, quello che non si sarebbe mai pensato di imparare; ma anche la scuola dei colleghi e la scuola di quei “maestri” a cui occorre guardare senza sosta per continuare a far dei passi nel proprio cammino professionale. Non è scontato aver chiaro lo scopo del proprio lavoro, non è consueto stimarsi reciprocamente fra colleghi ed esser disposti a giudicare l’esperienza e a farsi correggere, capendo i punti critici e individuando quelle strade che possono diventare ipotesi di lavoro concrete per migliorare. Perché accada questo è necessario il desiderio vivo che nessun istante vada perso, cominciando dall’ora di lezione, fino alle riunioni di area, ai consigli di classe, ai collegi dei docenti, ai colloqui con i genitori. Al Liceo Malpighi di Bologna dove lavoro, nel  corso del tempo abbiamo capito che è impossibile soffermarsi su “tutto”,contemporaneamente, abbiamo visto che è importante partire da una questione precisa cercando di andare in profondità, per arrivare alle radici. Solo così, arrivando alle radici , si può rimettere in moto “ tutto”. In ogni Collegio dei docenti di fine anno si riflette sull’esperienza concreta che ognuno di noi ha vissuto, i punti di forza e di debolezza, e si documenta  con i fatti  quello che si dice. Da questo momento di giudizio si individua una questione che, a partire dall’estate, impegna tutti in un lavoro comune e diventa l’ oggetto del collegio che avvia il nuovo anno scolastico a settembre. Al termine di un anno scolastico, ad esempio,abbiamo  individuato il problema della padronanza della lingua italiana come punto centrale su cui lavorare. Per l’estate abbiamo dato a tutti gli insegnanti, non solo a quelli di lettere,  il compito:di studiare un testo di grammatica che aiutava a capire “che cosa c’” dentro e dietro la lingua  ed alcuni testi  del prof  Eddo Rigotti. E su quello si è lavorato per tutto l’anno successivo.

Volendo riassumere in uno schema: innanzitutto c’è una riflessione sull’esperienza, da cui deriva poi un giudizio condiviso, che infine diventa un’ipotesi di lavoro.

Questa prospettiva implica un modo specifico di organizzare il lavoro, di assegnare il coordinamento di un’area disciplinare, di attribuire le responsabilità ai coordinatori di classe, di assegnare le cattedre. Senza valorizzare e favorire lo sviluppo delle professionalità di ogni docente, infatti, è molto difficile  un lavoro comune.

Venendo al discorso specifico della formazione dei futuri docenti, penso che la prima condizione sia quella di  garantire un percorso universitario connotato da una forte ed approfondita preparazione disciplinare. E’ impossibile insegnare ad altri quello che non si sa. Da anni le facoltà di scienze della formazione laureano maestri che non hanno neanche fatto un esame serio di lingua italiana o di matematica, come potranno insegnarle ai loro alunni ! La seconda condizione è “mandarli a bottega”  dagli insegnanti più bravi, mettendo alla prova sul campo le proprie capacità didattiche. 

Come in tutte le scuole, anche da noi arrivano tanti curriculum . Gli aspiranti insegnanti fanno un primo colloquio con i docenti senior della loro materia e prima di avere la responsabilità di una classe  hanno incarichi di aiuto allo studio, di tutoraggio e di recupero, in stretto raccordo con gli insegnanti più esperti di cui se desiderano frequentano le lezioni . È una fase molto importante sia per il giovane che per la scuola perché aiuta a capire concretamente se uno è fatto per questa professione. Solo successivamente si danno degli incarichi di insegnamento nelle classi, cercando sempre di cominciare con poche ore per dare ai nuovi insegnanti il tempo di studiare, di preparare le lezione, di insegnare, di seguire bene i ragazzi, di assistere alle lezioni di chi ha più esperienza, di correggere insieme i compiti, insomma, di “andare a bottega” sul serio. Questo percorso che  si è consolidato nella pratica è nato dal desiderio di imparare “ in fretta”da parte dei più giovani, e dall’esigenza di garantire un certo livello di proposta didattica ed educativa nelle classi da parte della scuola . Per dare una svolta alla modalità con cui vengono formati i nuovi docenti bisognerebbe avere il coraggio di individuare quegli istituti, statali e paritari, che possono costituire un ambiente adeguato per la loro crescita professionale. Penso ad un albo di scuole  in cui i giovani possano scegliere di svolgere  un tirocinio formativo attivo. Le scuole dovrebbero garantire alcune condizioni:la presenza di insegnanti esperti  disponibili a presentare pubblicamente il proprio curriculum e a dedicare tempo nel tutoraggio dei giovani; la presenza di un lavoro didattico- culturale comune, vero e documentato  tra i docenti ; la presenza di un livello significativo e concreto di collaborazione e rapporto con il mondo accademico, con le  associazioni disciplinari, o, nel caso di Istituti tecnici e professionali, con il tessuto economico e lavorativo; infine la disponibilità della scuola a partecipare alle diverse forme di valutazione esterna del proprio lavoro (dalle certificazioni linguistiche o informatiche, alle valutazioni nazionali e internazionali).



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COMMENTI
09/04/2009 - Sulla formazione dei formatori (alberto cucchi)

L'apprendere sul campo il difficile mestiere dell'insegnante è un momento fondamentale che mi trova pienamente d'accordo soprattutto nell'espressione dell'andare a bottega. Insegnare non è solo acquisire una professionalità,ma vuol dire molto di più,è costruire a poco a poco modelli di vita e di conoscenza responsabile. Ma perché buttare al vento anni di esperienza delle SSIS? Queste scuole hanno costituito il primo momento di riflessione sulla formazione dei futuri docenti. Questa esperienza è stata volutamente ignorata sia dal mondo della scuola che dal mondo politico.Nelle SSIS la conoscenza delle discipline si è coniugata in realtà con le buone pratiche nella riflessione dei laboratori didattici e l'ingresso nella scuola dei futuri insegnanti è stato guidato dai tutor esperti dei singoli istituti con il consiglio costante di docenti supervisori collegati da sempre alle singole realtà scolastiche. Il tirocinio non è stato improvvisato,ma governato dalla pratica della progettazione che considera la varietà e la ricchezza del contesto in cui il progetto didattico si trova ad essere applicato.Tutto questo patrimonio non può andare disperso, la rete di scuole e di docenti accoglienti esiste già, con tutto un sistema di conoscenze ed esperienze già acquisite. Se si terrà conto di ciò che di meglio è stato fatto, la figura dell'insegnante futuro non potrà che giovarsene e con esso la scuola tutta.

 
08/04/2009 - manca la visione sistemica (enrico maranzana)

La funzione docente, dice la legge, deve essere orientata allo sviluppo/potenziamento delle capacità e delle competenze degli studenti. Unico è il traguardo di tutti gli insegnanti che interagiscono con un giovane: il docente isolato appartiene alla scuola d'inizio secolo scorso. Chi affronta il problema formativo/educativo deve possedere una nitida visione sistemica e conoscere le modalità per affrontare e per abbatterne la complessità. La legge prevede che la scuola, nel suo complesso, sia responsabile della definizione dei traguardi e del controllo dell'efficacia del servizio. Progettazione e coordinamento sono le chiavi di volta dell'azione dell'intera scuola e rappresentano qualità fondanti della professionalità dei docenti. Gli insegnanti, oltre a sviluppare rapporti positivi con quanti lavorano con loro, sono chiamati a mettere a frutto le potenzialità della propria materia per costruire specifiche occasioni di apprendimento funzionali sia ai traguardi collegialmente definiti, sia alla specificità della classe con cui lavora. Rimando a: Il problema scuola - errori, elusioni omissioni sono all'origine del disservizio visibile all'indirizzo http://www.matematicamente.it/didattica/percorsi_didattici/ per un dettaglio maggiore.

 
08/04/2009 - Autonomia: responsabilità o anarchia? (Mariella Ferrante)

L'articolo dimostra che in Italia ci sono diverse scuole in cui si è costruito un patrimonio di esperienza positiva in merito alla didattica, alla formazione insegnanti, ecc. Quando si chiede una reale autonomia per le scuole, si vuole che questo patrimonio venga valorizzato e reso utilizzabile per tutto il sistema. Non capisco perché in un commento di oggi - ma ricordo anche in un precedente articolo del prof. Israel - invece si debba solo paventare la possibile deriva anarchica dell'autonomia. Da questa eventuale deriva ci si può salvare non vanificando l'autonomia e sostenendo la necessità di migliorare un sistema centralistico della scuola che già da tempo ha mostrato le sue gravi deficienze, ma creando una prospepttiva nuova in cui lo stato da erogatore unico del servizio scolastico si faccia controllore - fissati alcuni elementi comuni e nazionali (per esempio gli standard di uscita dai percorsi formativi)- dei risultati nell'apprendimento prodotti da scuole autonome. La valutazione delle scuole e dei risultati ottenuti deve certamente andare di pari passo con la realizzazione di una reale autonomia. Comunque in attesa di tempi migliori già da oggi è possibile non disperdere il patrimonio di esperienze positive messe in atto, utilizzando della circolazione di esse che si possono metter in atto in associazioni di insegnanti come quella di cui faccio parte - ovvero Diesse - o dei giornali/riviste quali lo stesso Il Sussidiario o Libertà di Educazione.

 
08/04/2009 - siamo sempre dietro ai banchi (LUISA TAVECCHIA)

sono completamente concorde con il commento di Germino Antonio. Mio marito - professore di materie scientifiche liceo ha la passione dell'insegnare. ha scritto volumi di didattica per biologia. chimica. etc... possibile che tutto questo lavoro vada perso. Non si trova nessuno a cui lasciare..Sono state offerte le schede...ma troppa fatica imparare... eppure siamo sempre tutti a scuola... dobbiamo sempre imparare. grazie ciao luisa

 
08/04/2009 - com'è decisivo andare "a bottega" (antonella sanvitale)

Mi sono laureata in una Università molto seria che,oltre ad un'approfondita preparazione disciplinare, mi ha insegnato il metodo della ricerca e dove soprattutto ho incontrato il Prof.più importante e decisivo per me Don Luigi Giussani da cui ho sorprendentemente visto e imparato il suo vitale metodo di conoscenza del reale,ciò che la scrivente così efficacemente descrive. Quando sono entrata in classe, il mio bagaglio disciplinare non mi è assolutamente BASTATO per introdurre, accompagnare e sostenere i miei ragazzi nel lungo percorso della conoscenza. Memore di quel rapporto affascinante e concreto avuto in Università sono andata a cercare degli insegnanti cui guardare, con cui confrontarmi, imparare e verificare il mio lavoro. Ciò che nella scuola della scrivente è metodo, io l'ho dovuto cercare faticosamente e tenacemente, quasi caparbiamente, da sola.Questo per me è stato determinante. Ho accettato di essere tutor delle tirocinanti SISS in questi anni per questo,anche se le mie colleghe ne hanno sempre evidenziato la irrilevanza professionale dato che questo lavoro non è stato mai riconosciuto dalle Università e neppure dalla Scuola. La bozza Israel su questo introduce qualcosa di nuovo?

 
08/04/2009 - A bottega dal maestro. (Antonio Germino)

Certamente sarebbe una cosa stupenda che io possa lasciare tutte le mie ricerche, i lavoretti, gli appunti di una vita nella scuola. Sarà molto difficile avere al mio fianco degli apprendisti, spesso mi capita di parlare con qualche supplente ed è capitato di fare questo discorso, nessuna, dico nessuna maestra mi ha chiesto un parere, anche su come comportarsi con un bambino vivace, oppure sul come giudicare un bambino che si applica, ma stenta a raggiungere buoni risultati. Anzi, mi è capitato di essere guardato con sufficienza, quasi le avessi offese con il mio aiuto. C'è molta presunzione, poca educazione, poco rispetto per i bambini e molte pretese. Questo lo attribuisco alla politica disastrosa e sinistrosa dove tutto era riconducibile a immettere in ruolo tutti, idonei all'insegnamento, e la maggior parte non idonei. Si possono fare tutte le Riforme del mondo, ma se alla base non c'è la passione e l'umiltà, non si va da nessuna parte, purtroppo. Antonio Germino

 
08/04/2009 - FINALMENTE!!! (Stefania Barbieri)

Finalmente qualcuno che con l'autorità dell'esperienza e della funzione scrive della necessità della "bottega" per i nuovi insegnanti! E' fondamentale: ognuno di noi "vecchi" ha dovuto rubare un po' il mestiere, mettersi alla prova, rischiare e anche sbagliare. Quando io ho iniziato ad insegnare (1975)nella scuola statale era naturale guardare a chi aveva più esperienza; purtroppo le cose sono cambiate ed ora, in tempi di progetti, programmazioni interdisciplinari, compresenze, POF, commissioni,innovazioni didattiche, gli insegnanti sono soli. Non è più usuale chiedere aiuto e consiglio (non è solo per i giovani insegnanti!), quando accade è occasione di crescita per tutti. Ringrazio quindi la prof. Ugolini perchè la strada descritta è così semplice, così poco "costosa" che mi vien da dire che è "quasi banale". Naturalmente non è così perchè richiede alcune condizioni: una scuola che abbia chiaro il proprio compito, un dirigente che non sia un burocrate (o meglio, che non sia costretto ad essere solo tale), un corpo docente che vive l'avventura del proprio lavoro come cosa propria. Non è impossibile credo...non c'è una legge sull'autonomia scolastica? Basterebbe andare fino in fondo

 
08/04/2009 - Passo indispensabile (FRANCO TORNAGHI)

Tutto assolutamente condivisibile, da un docente che 'ha imparato così' in una scuola non statale e da 20 anni insegna in una statale, cercando sempre maestri e colleghi con cui condividere il cammino. Ho una sola preoccupazione: la decisione su chi debba "avere il coraggio di individuare quegli istituti, statali e paritari, che possono costituire un ambiente adeguato per la loro crescita professionale" e la scelta degli "insegnanti esperti disponibili a presentare pubblicamente il proprio curriculum e a dedicare tempo nel tutoraggio dei giovani" non può seguire i soliti canali burocratico-sindacali. In una situazione di reale autonomia delle scuole il problema non si porrebbe, ma ad oggi il problema è serio. Certo, una volta a regime la proposta sulla valutazione del sistema d'istruzione dell'INVALSI a firma Checchi-Ichino-Vittadini, gli elementi di scelta oggettivi non mancherebbero...

 
08/04/2009 - Finalmente! (Guido Cariboni)

"Penso che la prima condizione sia quella di garantire un percorso universitario connotato da una forte ed approfondita preparazione disciplinare. E’ impossibile insegnare ad altri quello che non si sa. Da anni le facoltà di scienze della formazione laureano maestri che non hanno neanche fatto un esame serio di lingua italiana o di matematica, come potranno insegnarle ai loro alunni !" Parole sante. Sembrano un'ovvietá, ma in un mondo pazzo, irrealista e ideologico come il nostro non sono per niente scontate; nemmeno da queste pagine, come purtroppo si é visto negli ultimi mesi. La bozza Israel avrà qualche difetto, ma su questo punto dice cose interessanti e contro-corrente. Non facciamo di tutta l'erba un fascio e non permettiamo di salire sul carro dell'autonomia scolastica, chi è contrario allo studio e all'insegnamento dei contenuti. E`un punto troppo importante.