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SCUOLA/ Insegnare il latino col metodo Ørberg: una bella esperienza educativa

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Del metodo Ørberg mi parlò per la prima volta un amico e collega di un liceo classico pugliese: durante un corso d’aggiornamento sull’insegnamento del latino una delle prolusioni era stata interrotta da un’accesa discussione tra il relatore e un gruppo di insegnanti di Avellino che sosteneva si potesse insegnare il latino senza per forza partire dalle classiche declinazioni: non più rosa, rosae…, ma subito la lettura dei testi. La cosa mi incuriosì, ma all’epoca insegnavo alla Scuola Media e i miei problemi erano altri.

Quando iniziai a insegnare al Liceo scientifico dell’Istituto Sacro Cuore, mi imbattei nuovamente in quegli insegnanti che “volevano insegnare il latino come l’inglese”: il docente che mi aveva preceduto prima di andarsene era stato fra i promotori del nuovo metodo: non ebbe modo di applicarlo, e così l’incarico toccò a me.

Per fortuna non avevo particolari pregiudizi – sebbene la mia formazione fosse stata tra le più “tradizionali” – e presi il testimone senza discussioni. Passai l’estate a studiare (anche perché dopo dieci anni di semi-abbandono ne avevo proprio bisogno…) e mi appassionai, soprattutto perché funzionava: stavo imparando di nuovo il latino! 

Da allora sono passati otto anni, e confermo che quella fu una scelta vincente. Statistiche alla mano, sono diminuite le insufficienze, ma la cosa a mio parere più importante è che tutti i miei allievi, indipendentemente dalle inclinazioni e dalle lacune iniziali, hanno avuto la possibilità di imparare il latino con buoni risultati. E poi il metodo Ørberg li educa… a un metodo e a una continuità nello studio che già in sé è un valore.

In pratica, di che si tratta? Il libro di testo su cui si svolgono le lezioni è una storia scritta in latino, divisa in 35 capitoli e ambientata nella Roma di Traiano, a cavallo tra il I e il II secolo d.C.: uno schiavo ruba dei soldi al suo dominus perché vuol tornare nella sua terra lontana, e la sua fuga genera una serie di peripezie. A ogni capitolo è sotteso un tema che è occasione di approfondimento – implicito e non aggiunto – della cultura romana: seguendo passo passo le vicende dei protagonisti, gli allievi apprendono come i Romani concepivano il lavoro, com’era organizzato l’esercito, come si costruivano le case… L’accostamento è graduale: dal facile al difficile, dall’implicito al consapevole, dal semplice al complesso; ogni lezione comincia con la lettura del capitolo condotta dall’insegnante e la comprensione guidata di esso, mentre posteriore è l’apprendimento della nozione o dalla categoria grammaticale sottesa al testo stesso: un metodo, insomma, che all’analisi privilegia la sintesi, che educa alla comprensione del testo prima che alla sua traduzione. E, man mano che si dipana, la storia si arricchisce di vocaboli nuovi che, appresi nel loro contesto, vengono più agevolmente compresi e assimilati. Alla fine dei due anni del biennio liceale, gli studenti hanno un corredo lessicale di circa 1800 parole (si dice che ne bastino sette-ottocento per parlare un inglese accettabile), e tutto senza mai ricorrere al vocabolario, alla ricerca spesso affannosa, talora casuale, del termine giusto e col dubbio risultato di una traduzione farcita di frasette che sanno un po’di plastica.

Familia Romana (così s’intitola il libro) richiede due anni di studio – studio quotidiano, metodico e costante (basterebbe mezz’ora al giorno, però quasi tutti i giorni: le “secchiate” non servono…). E all’insegnante che cosa è richiesto? Guai a sottovalutare la portata del lavoro: è necessario affrontare la lezione preparati. Ci vuole non solo passione nella lettura – che deve certo essere espressiva, e pure valorizzare i punti salienti e sottolineare le novità contenute di volta in volta nel testo –, ma anche quella visione d’insieme che aiuta lo studente a mettere la tessera appresa dal testo al posto giusto.

Comunque non è tutto rose e fiori. Ci sono infatti due potenziali rischi nel metodo natura: da una parte, c’è la tentazione di trascurare la grammatica in favore di una comprensione a senso o, peggio, “ a orecchio”; per ovviare a questo negli anni si è reso necessario affiancare la lettura del testo a una rigorosa categorizzazione morfo-sintattica: questa, nel rispetto del metodo, avviene a posteriori, imponendo periodici aggiornamenti che solo l’elasticità di uno strumento informatico può consentire. L’altro rischio, anche più insidioso, è un’applicazione ibrida del metodo: usare il testo per far rientrare dalla finestra quella schematica deduzione delle norme grammaticali fatta uscire dalla porta, con effetti di confusione che si possono facilmente immaginare.

Cosciente di questi rischi, chiunque conosca bene il latino, dal neo-laureato alla prima esperienza al docente più scaltrito, può insegnare usando il metodo Ørberg. Forse però l’approccio migliore dovrebbe avvenire sul campo, con compresenze in classe, affiancando un docente che già lo sta usando da qualche anno: una forma di “apprendistato”, come per il lavoro in bottega.

È un lavoro impegnativo, non c’è dubbio, per certi aspetti una conversione, ma ne vale la pena: la lezione decolla, si fa avvincente; il latino non è più uno spauracchio, ma diventa il mezzo per avvicinare e conoscere quel mondo lontano senza del quale possiamo capire ben poco del nostro presente.

 

(Stefano Giussani)

 

 



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COMMENTI
09/05/2009 - Era l'ora! (Alberto M. Onori)

Possibile che non ci avesse pensato nessuno prima? Il latino è una lingua e serve per comunicare non per mettere assieme diecimila precetti sadicamente imposti ai poveri figlioli... Mi informerò meglio. Grazie per ora.

 
09/05/2009 - la valenza educativa del latino (enrico maranzana)

Il latino e il suo studio rappresentano un’efficace palestra per lo sviluppo di capacità che, tout court, sono riconducibili al metodo scientifico. Lo studente, chiamato a tradurre un testo latino, è posto in una situazione a lui sconosciuta, la esplora, ne individua i tratti caratteristici, formula e applica ipotesi, opera scelte e ottiene risultati di cui controlla l’efficacia. L’articolo propone un’occasione di ricerca, di problem solving: un buon esempio che i docenti di tutte le materie potrebbero sfruttare per superare una professionalità fondata sui libri di testo, orientata alla sola descrizione degli aspetti statici delle discipline.