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SCUOLA/ Da Cgil proposta di legge su istruzione permanente

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Raddoppiare in tre anni, attraverso un piano straordinario, il numero degli adulti che partecipano ad attività formative, passando dall'attuale 6,2% al 12,5%, come previsto dagli obiettivi minimi da raggiungere entro il 2010 stabiliti dall'Unione Europea. Punta a questo la proposta di legge sull'apprendimento permanente (12 articoli) elaborata dalla Cgil e presentata oggi, in una conferenza stampa, nella sede della confederazione.

“Sapere per contare” è lo slogan della campagna per la raccolta delle firme che partirà da settembre con l'intento di arrivare a fine anno almeno a quota 100.000 e dunque poter presentare il provvedimento in Parlamento. L'appello alla sottoscrizione è stato scritto dal linguista ed ex ministro dell'Istruzione, Tullio De Mauro, primo firmatario assieme al segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, della proposta che garantisce a tutti i cittadini, stranieri compresi, il diritto ad apprendere per tutto il corso della propria vita.

Si potrà contare su congedi e permessi retribuiti più ampi rispetto a oggi; ogni lavoratore avrà diritto ad almeno un anno di congedo formativo non retribuito e ad almeno 30 ore annue di permesso formativo retribuito. Per averne diritto saranno sufficienti tre anni di anzianità (al posto di 5) di cui 12 mesi consecutivi nella stessa azienda o amministrazione per poter chiedere un periodo di sospensione dal lavoro a fini formativi. Si prevedono agevolazioni fiscali e contributive per gli investimenti in apprendimento permanente di persone, imprese e terzo settore così come agevolazioni per l'accesso al credito e prestiti d'onore.

«In Italia - ha sottolineato De Mauro - non ci sono “sacche” ma “discariche” di cittadini in difficoltà ad acquisire informazioni anche minime in forma scritta». I dati confermano il gap formativo italiano: circa il 50% della popolazione tra 25 e 64 anni e il 40% della forza lavoro ha la sola licenza media; il 19,3% dei giovani tra i 18 e i 24 anni è privo di diploma e qualifica e fuori da ogni circuito formativo rispetto al 10% da raggiungere entro il 2010 stabilito a Lisbona.

Quello dell'Italia rispetto agli altri paesi europei «è un gap che tende a crescere» ha osservato Epifani secondo il quale l'impossibilità di ricorrere a momenti di formazione lungo l'arco della vita «fa la differenza, soprattutto quando si perde il lavoro e nelle politiche di invecchiamento attivo».



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