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SCUOLA/ Bocciare: a cosa serve?

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Il Servizio statistico del Ministero della Pubblica istruzione ha pubblicato nel marzo 2009 i dati relativi agli scrutini intermedi dell’anno scolastico 2008-09. Il nocciolo duro era il seguente - i lettori forse lo ricorderanno - : nella secondaria di primo grado il 48% dei ragazzi aveva almeno un’insufficienza; nella secondaria di secondo grado la percentuale di insufficienti arrivava al 74%.

Nessuna meraviglia che gli stessi dati si presentino ora, irrimediabili, a valle dell’anno scolastico. Si tratta di dati parziali, frutto di campionamenti e proiezioni. Ne restano esclusi quelli relativi agli esami finali di stato della Terza media e dell’ultimo anno della Scuola media superiore, perché saranno disponibili solo a luglio. Che probabilmente, dopo la pesante scrematura finale, saranno forse “migliori”. Quel che si vede, per ora, è che circa 70 mila ragazzi sono stati bocciati tra la prima e la seconda media – di cui 10 mila con il 5 in condotta; che quasi 400 mila sono stati respinti nelle classi dalla prima alla quarta superiore; che non sono stati ammessi alla maturità il 6%, cioè circa 29 mila.

Commenti pro e contro si sono intrecciati. Il Ministro Gelmini: «Nessuno si compiace per l'aumento delle bocciature, è sempre un dispiacere quando un ragazzo perde l'anno, ma serve una scuola del merito, non una scuola buonista». Tra i prof, qualcuno tira un sospiro di sollievo: “finalmente le classi saranno più gestibili”. Altri pensano, viceversa, ai ragazzi perduti, in fuga dalla scuola. Alcuni propagandisti-ideologi plaudono alla ritrovata serietà della scuola italiana. Mah! Un fatto è certo: la decisione mediatica di usare il termometro ha rivelato che la febbre del sistema scolastico italiano è alta. Non che non si sapesse già per mille sintomi e per mille ricerche, nazionali e internazionali. Del resto, quasi un milione di testimoni – gli insegnanti – era in grado, in questi ultimi decenni, di testimoniare l’aggravarsi quotidiano della malattia. Il Rapporto dell’Istituto Cattaneo del 2001 scriveva: «i nostri giovani leggono meno, studiano meno, sanno meno».

Non che fosse ignoto alle autorità addette alla bisogna. La conferenza di Frascati, organizzata dal Ministro Mattarella, è del 1990. Innumeri progetti di riforma sono precedenti, risalgono agli anni ’60. La tensione tra scuola di qualità e scuola di massa ha incominciato ufficialmente ad accendersi già dal 1963. Dunque, si sapeva. Tuttavia, ben venga il termometro, se questo squarcia alibi e silenzi colpevoli. Per anni si è deciso, quando segnava febbre, di spezzarlo, come se il rompere il termometro fosse una terapia. Le ragioni erano le più disparate: occorre mandare avanti tutti, a prescindere; bisogna garantire le cattedre... Il fatto è, tuttavia, che neppure la misurazione pubblica è una terapia. Il passaggio dal buonismo al severismo invia un messaggio ideologico all’opinione pubblica, alle famiglie, ai ragazzi: ora facciamo sul serio! Ma di qui alla “scuola del merito” occorre percorrere ventimila leghe. Chi deve fare sul serio e che cosa? Se esiste, come pare intuitivo, un qualche legame di causalità tra insegnamento e apprendimento, la serietà richiede una revisione radicale dell’assetto istituzionale, ordinamentale, culturale della didattica e della professione docente. Così, del resto, propone un recente documento della Compagnia delle Opere. Se la macchina produce tanti “scarti”, forse la colpa non è solo della materia prima - entra già avariata nel processo educativo?!... - ma probabilmente e molto di più del progetto e del processo di “lavorazione”. Se qualcuno pensasse, come dichiarato da una docente di Istituto professionale, che ora, bocciati un po’ di ragazzi, gli altri finalmente possono incominciare a studiare, beh, sarebbe un pensiero poco serio. Se diventa più rigoroso l’esame dei ragazzi, ancor di più dovrebbe esserlo quello dei docenti e delle scuole. La domanda radicale: quanti sanno insegnare? Quanti educano insegnando? Perché dalla 4/5 elementare fin dentro i tre anni di scuola media la curva dei rendimenti si abbassa sempre di più?

Ma l’altro problema da non nascondere sotto il tappeto è il destino dei bocciati. Una parte di loro abbandona subito la scuola e va ad ingrossare l’esercito del  “vulgo disperso, che nome non ha” dei 200 mila ragazzi, che ogni anno sono espulsi dal sistema educativo e che stanno sospesi nel limbo che si estende tra il sistema educativo e il mercato del lavoro. E’ la cifra più alta in Europa: oltre il 20% dei ragazzi in età. Dei bocciati che rimangono a scuola, solo il 2/3% avrà un beneficio reale dalla ripetenza: così almeno dicono fior di ricerche internazionali fin dagli anni ’80. Per ultima quella di Marcel Crahay del 2007, intitolata “Peut-on lutter contre l’échec scolaire?”. Gli altri andranno a rendere più difficile la gestione delle classi in cui si ritroveranno l’anno prossimo. E alla fine dell’anno di ripetenza il problema si ripresenterà. E questa volta saranno respinti. E finiranno tra i dispersi. Ma la domanda radicale che insorge è la seguente: la scuola ha come funzione fondamentale quella di promuovere/bocciare o quella di far crescere ciascuno verso la propria meta e di certificare rigorosamente a che punto è arrivato il ragazzo, rispetto a parametri pubblici e condivisi? Ha senso continuare a mantenere il legame biunivoco e deterministico tra classe di età e programmi scanditi annualmente? Così che se l’età non si allinea alla scansione dei programmi, uno deve essere buttato indietro? Molte domande! Finora la risposta del sistema educativo e della politica che lo telecomanda (o ne è telecomandata?) è quello di un automa, che ripete gesti e risposte standardizzate secolari ormai senza senso. A tutti gli entusiasti del severismo facile, l’appuntamento a tra un anno. Quando si vedranno i risultati delle bocciature di quest’anno. Sempre che il Ministero sia dotato dell’Anagrafe degli studenti. Se è una vittoria della severità e del merito, è forte il sospetto che si tratti di una momentanea e mediatica vittoria di Pirro.

 

 



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COMMENTI
27/06/2009 - Continuo del precedente commento (Laura Gradara)

prenda in considerazione l'ipotesi di avviarsi al lavoro? Ricordo un mio alunno, di molti anni fa, non riusciva ad imparare le tabelline, a risolvere un problema,a scrivere un testo o a leggere e ripetere un breve racconto. Era intelligente, ma non si applicava, però era bravissimo in tutto ciò che era tecnico. L'ho ritrovato dopo venti anni, faceva l'idraulico, istallava caldaie, guadagnava un mucchio di soldi ed era felice. Essere insufficienti in italiano o storia o altro, non significa essere insufficienti come persone, vuol dire semplicemente avere altre attitudini oltre lo studio. Quindi bocciare serve, soprattutto a livello educativo,e se ora ci sono tanti bocciati, è solo perchè da venti anni a questa parte la scuola,ammalata di buonismo,ha concesso di tutto e di più. Parlare di applicazione, sistematicità, volontà e dedizione, siamo sicuri che sia dannoso?Perchè un ragazzo dovrebbe studiare se poi tutti arrivano ugualmente allo stesso traguardo senza alcuna fatica? Andiamo,siamo seri: neanche noi adulti siamo così coscienziosi da lavorare senza controlli e sanzioni tanto che,giustamente, si parla di valutare gli insegnanti e perchè allora, è così terribile accettare la bocciatura? Se poi si pone il problema sui livelli,ok, sono d'accordo, facciamo classi di livelli, ma classi,non gruppi ché l'educazione è rapporto,relazione, con un adulto e con altri, non un saltare periodico da un gruppo ad un altro!Così al massimo, miglioriamo alcune competenze, non le persone.

RISPOSTA:

Sono totalmente d'accordo con Lei. La scuola ha due compiti: aiutare a costruire competenze e certificare competenze, in base a parametri pubblicamente definiti. Ai ragazzi e alle famiglie va detta la verità nuda e cruda sui livelli raggiunti. Occorre interpellare fino in fondo libertà e responsabilità dei ragazzi. Questo messaggio non può attendere gli ultimi giorni dell'anno, deve essere quotidiano: se non studi, non potrai fare ciò che il curriculum di questo indirizzo prevede. Potrai fare altro, compresa la nobile e remunerativa professione dell'elettricista. Va benissimo! Solo che "bocciare" è molto di più di "un messaggio". Cambia la vita delle persone bocciate. Ora l'esperienza e le ricerche dicono che solo per il 3% il cambiamento è positivo. E gli altri? Se rimangono a scuola, l'anno dopo per lo più vengono ri-bocciati. Ha più senso dire al ragazzo e alla sua famiglia: se vuoi stare in questo indirizzo, devi studiare questo e questo. Se non lo studi, cambi indirizzo. Se non vuoi cambiare, sappi che, comunque, da qui non cavi nulla, perdi tempo. Non ti fermo, vai pure avanti, ma ti certifico pubblicamente che qui fallirai. Ora vedi tu! Insomma: bocciare e promuovere vengono sdrammatizzati. Sono solo la presa d'atto che si avanza in età, senza che questo significhi avanzare anche in sapienza! Ciò che preoccupa di più è che ai promossi non viene detta la verità. Ciò che io sostengo è che non è necessario bocciarli per dirgliela! (Giovanni Cominelli)

 
27/06/2009 - Bocciare può servire? (Laura Gradara)

Sinceramente, pur considerando degni di considerazione i problemi sollevati, credo che bocciare possa servire, vediamo a chi. Magari bocciare non serve a quei ragazzi che, come osservato, si muovono nel disagio e finiscono in un limbo che non ha niente di educativo, e di questi occorre certamente occuparsi e preoccuparsi. Serve invece, secondo me, a livello educativo, cioè di messaggio lanciato da parte di chi soprattutto, dovrebbe avere a cuore la formazione dei ragazzi, oltre che l'acquisizione di competenze. Bocciare può voler mandare un messaggio chiaro chiaro: nella vita, si raccoglie, solo se si semina e si lavora sodo. Molti dei ragazzi che potrebbero incorrere in bocciatura, non sono privi di capacità o in situazione di disagio socio-economico o familiare, ma sono dei reali scansafatiche che non si impegnano con niente. E non mi sento di accettare l'accusa che la colpa è sempre degli insegnanti che non sanno coinvolgerli, anche se questo pure accade. L'educazione muove la libertà dell'alunno e la libertà può aprirsi ad un lavoro serio o rifiutarlo. Certo non è con le sanzioni che faremo innamorare i giovani della scuola o della cultura, ma almeno manderemo messaggi chiari: se vuoi raggiungere questo traguardo, devi lavorare così. Non è ora di finirla di dire bugie?Ed una bugia è che lo studio è per tutti, che l'Università è per tutti. Che male c'è se un ragazzo, di fronte alla propria riluttanza a stare ore sui libri, prenda in considerazione l'ipotesi di cercare

 
24/06/2009 - sull'allineamento età-programmi (armando baldissin)

Non mi trovo d'accordo col dott. Cominelli sul disallineamento età-programmi. Innanzitutto la classe è un ambito di appartenenza e di crescita: - lo studente non è un intelligenza autonoma ma vive immerso in relazioni che lo formano in modo determinante. Chiunque ha esperienza d'insegnamento sa quanto sia determinante per un certo alunno essere in una classe piuttosto che in un'altra! - ogni età ha esigenze educative proprie legate allo sviluppo psicologico e maturazionale. Le tematiche e i metodi dovrebbero tendere ad accompagnare tale sviluppo se non si vuole pensare solo a una scuola dell'addestramento. Questo costituisce un contesto di proposta educativa insostituibile al di là delle disparità cognitive e di competenza. - non esistono solo didattiche poco interessanti ma anche studenti poco disposti a fare fatica! L'avere degli obiettivi oggettivamente ritenuti necessari è un campo di prova e di crescita personale assolutamente prezioso. In tale contesto anche la bocciatura permette un passo di consapevolezza e di maturità.

 
24/06/2009 - L'EDUCAZIONE E' UN RAPPORTO (Barbara Marcolini)

Ma quello che lei scrive ha dell’inverosimile, oltre a non tenere in alcun conto la centralità del rapporto educativo a scuola. Mi immagino i miei alunni piccolini delle elementari, che io peraltro adoro, me li immagino mentre corrono da un corso ad un altro, da una materia ad un’altra, 2 ore più di quello, 5 in meno di quell’altro... E quanti docenti dovrebbero starci in questa fantasmagorica scuola, in barba al maestro unico della Gelmini? E in questo caos, in che modo si crede di poter raggiungere quel miracolo dell’attenzione, della concentrazione, della dedizione al lavoro? E come farei, vedendoli saltare qua e là, a stabilire quel meraviglioso rapporto grazie al quale i miei bambini si sono appassionati ali libri, non vogliono lasciare la scuola d’estate, mi scrivono delle letterine adorabili e, come ha sostenuto la mia preside complimentandosi più e più volte, sanno leggere come bambini di terza? In questo suo progetto manca una cosa che lei crede di valorizzare: manca l’educazione, la quale fiorisce solo dentro ad un rapporto, non certo dentro ad un portfolio.

 
24/06/2009 - L'ottava nota (FRANCO GRIZIOTTI BASEVI)

Per quanto riguarda la scuola, sembra proprio che tutti, ma proprio tutti, abbiano proposto e propongano di suonare spartiti con l'ottava nota. Qualcuno ha detto che più una "cosa" è semplice e più funziona, più è complessa e più avrà possibilità di non funzionare correttamente. Non sono un tecnico della materia scolastica e sono solo un genitore che vuole essere attento a ciò che è accaduto ed accade ai suoi figli. L'ordinamento scolastico italiano è qualcosa di enormemente complesso e faragginoso e, quindi, non può funzionare correttamente. Andrebbe, ovviamente, semplificato al massimo cosa che, da quando ho l'età della ragione, non è avvenuta. Si è continuato a tentare di suonare l'ottava nota aggiungendo complicazioni a complicazioni. Eppure i termini dell'equazione sono semplici: alunni, insegnanti, programmi di studio, edifici più il sistema amministrativo e di controllo. Il pesce comincia a puzzare dalla testa! Si cominci ad intervenire semplificando e rendendo efficace il sistema amministrativo e di controllo. Potrà, quindi, essere introdotto un sistema meritocratico di valutazione e di rivalutazione degli insegnanti: a casa gli incapaci, pagati MOLTO meglio gli altri. Edifici SICURI! Insegnanti attenti, capaci (ce ne sono tanti) e ben pagati potranno fare programmi di studio MODERNI e validi. Alla fine gli studenti avranno una scuola al passo coi tempi e con meno bocciature. Io posso permettermi una scuola privata ... e il mio vicino? Perché a lui l'ottava nota?

 
24/06/2009 - SEGUITO DELLA REPLICA A GIOVANNI COMINELLI (Barbara Marcolini)

Rimane da capire cosa intende lei con il termine “personalizzazione”. Vuol forse riferirsi a quella idea sbandierata da certi pedagogisti, dai relatori dei corsi di aggiornamento e daLla stampa scolastica (idea ormai trita e senza fondamento), secondo la quale tutti possono arrivare agli stessi traguardi, l’importante è usare strategie adatte a ciascuna delle “intelligenze multiple”? Cosicché, ad esempio, l’insegnante di matematica a uno le tabelline le fa imparare a memoria, a uno le fa cantare, a uno le fa dire saltando in palestra...e altre balle simili. Oppure parla di personalizzazione dei programmi, cosicché, stando dentro ad una stessa classe, per di più da sola, comunque io avrò poteri divini per insegnare a uno la poesia di Leopardi, a uno la storia di Roma, ad un altro la preparazione del formaggio pecorino? Cosa vuol dire personalizzare, invece, se non qualcosa di puramente umano, non misurabile, e cioè voler bene ad ogni singolo alunno, fare tutto quello che è possibile nel correggerlo, incoraggiarlo, richiamarlo al dovere, spronarlo? Ma questo l’insegnante che ama il suo lavoro lo fa inevitabilmente, anche se non è assolutamente detto che l’alunno raggiunga i risultati sperati. Infine, mi lasci dire che la sua accusa di luogo-comunismo è davvero singolare. Le mie colleghe di sinistra parlano esattamente come lei, solo che loro mi danno della fascista. Forse sarà perché in questo Paese non si riesce a non dividere la gente in due categorie vecchie come il cucco

 
24/06/2009 - REPLICA A GIOVANNI COMINELLI (Barbara Marcolini)

Carissimo Giovanni Cominelli, mi permetta il diritto di replica alla sua risposta. Riguardo alle sue convinzioni relative alla valutazione, la prego caldamente di leggere i due commenti che ho inviato all’articolo di Fabrizio Foschi (“Le ragioni del sì”). Non ho spazio sufficiente per ripetermi; sono anche costretta a dividere in due parti questa replica. Sui provvedimenti della Gelmini: sono vecchi come il cucco? La verità è che la scuola che funzionava secondo le vecchie direttive ci era invidiata da tutto il mondo. Quello che ha portato al degrado il nostro sistema scolastico, piuttosto, è stato il tentativo crescente e vincente di smantellarla: il “6 rosso” non è che erede dei sessantottini “6 politico” e “18 politico” . Da allora si sono susseguite una serie di riforme scellerate che hanno lanciato e consolidato un messaggio lassista, il quale si è ingigantito fino a trasformare la scuola in un supermercato e in un centro di assistenza sociale. Sull’abolizione del valore legale del titolo di studio, sono d’accordo con Valentina Aprea. Tuttavia, nel corso degli anni scolastici, il ragazzo è solo un ragazzo, deve avere un riscontro immediato, deve vedere il risultato del proprio lavoro, non può lavorare in nome di un futuro non meglio identificato.

 
24/06/2009 - Il futuro di una 'comunità educante (Sabino Pavone)

In Italia non esiste un forum pedagogico, crogiolo di confronto di esperienze in campo educativo-istruttivo. Spesso si tenta di rispondere orientando l'attenzione alla domanda posta, ma non sempre questa (la domanda) è quella giusta. La domanda che va posta non è 'che cosa occorre che l'uomo sappia e sappia fare per l'ordinamento sociale esistente?, ma un'altre, 'quali disposizioni porta il giovane in sè e che cosa può venir sviluppato in lui? Solo in questo modo diverrà possibile che le nuove generazioni apportino forze sempre nuove per l'ordinamento sociale. Mi rendo conto che il tutto 'profuma' di utopìa, ma come evidenziò anni fa il rapporto internazionale dell'UNESCO i cui atti sono depositati nel testo'Nell'educazione un tesoro' Armando Ed., è questa un'utopìa NECESSARIA senza la quale corsi e ricorsi non sfioreranno minimamente le radicin del vero problema: cogliere la domanda latente nelle nuove generazioni. Ci vuole coraggio e profonda convinzione, in sintesi responsabilità e libertà.

 
24/06/2009 - Un elemento mancante: la famiglia (Umberto Bancale)

Penso non si possano non condividere le varie argomentazioni esposte dall'autore dell'articolo e da chi sino ad ora è intervenuto. Mi sembra però che tra gli "indiziati" come colpevoli dei mali che affliggono la scuola si sia posto poco l'accento sul ruolo dei genitori. Io penso invece che nel contesto del decadimento del processo formativo italiano i genitori hanno una responsabilità non indifferente. Infatti, oltre alla mancanta "presenza" dei genitori nel processo formativo (c'è la scuola, perchè me ne dovrei interessare?), sono loro che con i loro comportamenti danno una immagine negativa: vediamo l'importanza che viene data a tutte quelle attività "accessorie" (che magari fanno immagine), a come i genitori reagiscono verso l'insegnante che si permette di dare giudizi negativi sul figlio. Credo che le conseguenze della generazione del '68 siano ancora presenti.

 
24/06/2009 - Cambiare? Fosse vero. (sabina moscatelli)

Per ora qui, che cambia, ci sono solo io, perché ogni anno mi trovo a cambiare scuola, data la mia "precarietà". Il preside non ha nessuna possibilità di apprezzare il mio lavoro, i genitori non possono chiedere che io resti (nonostante le mail di apprezzamento che ho da loro ricevuto), la mia opera educativa svolta pagina a ogni 30 giugno, con tanti saluti a tutti. Sono demoralizzata.

 
24/06/2009 - il legame biunivoco classe - età (Paolo Facchini)

"Ha senso continuare a mantenere il legame biunivoco e deterministico tra classe di età e programmi scanditi annualmente? Così che se l’età non si allinea alla scansione dei programmi, uno deve essere buttato indietro?" quindi la proposta potrebbe essere di assimilare il sistema universitario (esami e propedeuticità)anche nella scuola secondaria? Bellissimo, ma il rischio che gli insegnanti non cerchino punti di contatto è alto. Oppure c'è un modo diverso di risolvere il problema che non riesco ad immaginare? Saluti

 
24/06/2009 - bocciare a cosa serve (CATERINA CARAFA)

Bè parto da esperienza personale. Mio figlio 17 anni 3° Itis quest'anno è stato rimandato in 3 materie io come madre speravo lo bocciassero. Perchè vi chiederete?? Perchè fra i ragazzi c'è il passa parola che si comincia a studiare a metà del secondo quadrimestre, che il primo non fa media e comunque anche a non far niente ce la si fa. Io come genitore che strumenti ho per far si che questo mal costume che si è insidiato a scuola non passi??? Allora mi auguravo che con una bocciatura, alla quale mio figlio non è indifferente anche solo per lo smacco di doverlo dire ai suoi amici, lo facesse rendere conto della gravità delle sue azioni. Ecco io credo che ogni situazione sia diversa ma molte bocciature non avvengono perchè i ragazzi non sono intelligenti ma solo perchè il mal costume dell'impegnarsi il meno possibile e di farne di meno è passato dagli alunni (dove c'è sempre stato) anche ai genitori (povero figlio mio quanto ti tocca studiare) e agli insegnanti che hanno abbassato drasticamente il loro livello di insegnamento facendo un gran male ai ragazzi perchè meno pretendo meno faccio in un continuo adeguarsi al ribasso Io ricordo ancora un'insegnante che un anno mi fece diventare matta per prendere la sufficienza, molto meno coloro che me l'hanno fatta passare liscia.

 
24/06/2009 - BUONISMO/SEVERISMO:due facce della stessa medaglia (Gianni MEREGHETTI)

Molto interessante e puntuale l'articolo di Giovanni Cominelli dal titolo "Bocciare: a cosa serve?" Una analisi precisa e le domande urgenti cui un insegnante non dovrebbe sottrarsi se vuole ritrovare una serietà nel proprio lavoro. E' tentare una risposta alle domande che Cominelli sollecita la strada per ridare alla scuola serità, non che i bocciati siano aumentati. Infatti questo aumento delle bocciature che viene dopo anni di buonismo dovrebbe porre a chi usa minimamente la ragione un semplice interrogativo: ma chi oggi boccia non è lo stesso insegnante che ieri promuoveva? Sì, perchè il buonismo di ieri e il severismo di oggi sembrano più dettati dal clima dominante che non da un cambiamento di impostazione dell'insegnante. Questo è il dramma, cambiano i risultati, ma ciò che si fa dentro le ore di lezione rimane tale e quale. Ieri bastava per essere promosso, oggi non basta più! Urge un cambiamento dell'insegnante, ogni studente è di questo che ha bisogno, è di insegnanti che decidano di camminare con lui nell'affascinante avventura del conoscere. Del resto che questo sia possibile lo testimoniano esperienze come quelle di Portofranco, dove non è con il buonismo nè con il severismo che si ridesta il desiderio di conoscere in studenti che la scuola ha perso, ma con una compagnia che parte dal bisogno di imparare dell'altro e arriva a liberare uno sguardo positivo alla realtà.

 
24/06/2009 - Le ragioni del rifiuto all'istruzione (enrico maranzana)

A nessuna viene in mente che le bocciature possano derivare dall’inadeguatezza del servizio formativo? Formare significa attrezzare i giovani a interagire positivamente con il contesto socio-culturale in cui vivono. E’ noto che oggigiorno: 1) la dimensione dei problemi che la società affronta è smisurata per cui l’uomo moderno deve essere in grado di gestire la complessità e di governare intricati processi di cooperazione e comunicazione; 2) l’evoluzione della conoscenza è velocissima e, a volte, le nuove scoperte falsificano precedenti capisaloi del sapere. Ne consegue che il cittadino contemporaneo deve essere in grado di affrontare il nuovo, l’ignoto; 3) le nuove tecnologie dell’informazione sono penetrate in tutti gli ambiti sostituendo l’uomo anche in attività “intelligenti”, inoltre gli mettono a disposizione una biblioteca incommensurabile. Vivere nel presente implica, conseguentemente, sensibilità, attenzione, immaginazione, creatività protagonismo, responsabilità, progettualità… E’ sufficiente leggere alcuni POF per constatare la distanza esistente tra quanto le scuole propongono e la vita reale: le capacità, se enunciate, non sono perseguite intenzionalmente. Non e’ fuori luogo ricordare che in questi giorni il Consiglio dei Ministri ha approvato una bozza per il rinnovo dei licei. All’art.13 punto 9 il servizio scolastico è orientato verso "obiettivi specifici dell'apprendimento declinati secondo conoscenze, abilità e competenze" LA CATEGORIA CAPACITA’ E’ ASSENTE

 
24/06/2009 - e' necessario qualcosa di nuovo (Silvio Restelli)

Sono d'accordo con l'articolista. La scuola italiana non può essere migliorata se non si cambiano le cose in modo sostanziale nel modo in cui avviene il processo di insegnamento/apprendimento. Attualmente i protagonisti, cioè gli insegnanti, sono demotivati e frustrati, trattati come dipendenti di un ufficio pubblico, sottopagati e in qualche caso (vedi Berchet) messi anche alla gogna. Si pensa forse di cambiare la scuola senza intaccare questo livello? Fare le riforme a costo zero (anzi risparmiando sulla spesa pubblica) significa scambiare lucciole (voto in condotta, severità, rigore negli esami) per lanterne (la crescita umana e culturale dei nostri giovani accompagnati da una classe di professionisti preparati e motivati). Occorre avviare un vero salto qualitativo, valorizzando la sana competitività tra scuole autonome e tra aree geoculturali e la giusta valutazione esterna da parte di professionisti della valutazione (non dagli studenti e dai genitori soltanto. Quando i nostri governi se ne renderanno conto non solo a parole?

 
24/06/2009 - Egualitarismo e benaltrismo (Barbara Marcolini)

Certo, non è che la scuola diventi più seria solo perché si può bocciare un po' più facilmente. Come rileva acutamente Mario Giordano nel suo "5 in condotta", di fronte alle novità introdotte dalla Gelmini, i soliti contestatori gridano contrariati che "ci vuole ben altro". Certo, commenta Giordano, ci vuole sempre ben altro. Noi siamo malati di benaltrismo... E proprio per questo siamo schiacciati dall'immobilismo. Dunque, perché tanto clamore contro un provvedimento che va finalmente verso la giusta direzione? Perché,visto che si insiste tanto sulla valutazione degli Istituti e degli insegnanti, i ragazzi, invece, che sono i destinatari del processo di apprendimento, non devono essere valutati, poverini? Perché i meritevoli, quelli che faticano (perché la scuola è lavoro e fatica, come ci ricorda la storia di Pinocchio, una fatica a cui si può dire "no e no!"), devono raggiungere lo stesso risultato degli svogliati? Perché dovrebbero continuare a studiare tanto? Perché dovrebbero, se alla fine si troveranno in mano un pezzo di carta straccia, mentre i compagni peggiori li precederanno nel mondo del lavoro grazie a conoscenze e raccomandazioni? Le parole volontà e libertà sono state censurate. Se un alunno non è bravo è sempre colpa dell'insegnante. Alunni e genitori lo sanno e lo usano come arma per le contestazioni e i ricorsi (puntualmente vinti).L'egualitarsimo e il poverinismo ci hanno rovinato: hanno reso tutti più uguali, con un livellamento verso il basso, però.