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ISTRUZIONE/ Finalmente la scuola si valuta, e con criteri chiari

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Il 26 e il 28 maggio u.s. si sono svolte le prove INVALSI, rispettivamente per le classi seconda e quinta della scuola primaria. L’operazione, a carattere nazionale, ha riguardato l’ambito dell’italiano (in particolare della reading literacy) e della matematica.

Si propongono qui alcune considerazioni che rivestono un carattere generale ma che per comodità prendono in considerazione le prove di italiano. Tali prove, strutturate per motivi di facilità di correzione in domande a risposta chiusa (escluso un item a risposta aperta), si presentano apparentemente semplici e quasi scontate. Le prove hanno presentato item la cui struttura e le cui richieste sono abbastanza familiari agli alunni; in realtà sono state costruite a partire da un quadro di riferimento interessante e di solida cultura linguistica. Premesso che la prova ha riguardato precipuamente la reading literacy e non tutte le competenze linguistiche, per questa tornata l’INVALSI ha reso pubblico il quadro di riferimento a cui si è ispirato per strutturare le prove; quadro di riferimento chiaro, preciso che ha tenuto presente gli studi di linguistica, nonché le indicazioni derivanti dalle indagini comparative internazionali quali IEA-PIRLS e OCSE-PISA. (I riferimenti e le suggestioni tratte dall’impianto di tali indagini sono riportate alle pagine 10 – 12 del quadro di riferimento presente sul sito dell’INVALSI).

Finalmente un’operazione piuttosto seria e con corrette basi scientifiche-disciplinari, almeno per due ordini di fattori.

- Il primo elemento positivo è dato proprio dalla visione a 360 gradi con cui si è affrontata la reading literacy, attingendo a piene mani alla letteratura accademica e di linguistica applicata, nonché facendo tesoro delle esperienze internazionali, gli strumenti delle quali sono stati messi alla prova e ritenuti efficaci allo scopo.

- In secondo luogo il quadro di riferimento non riguarda l’italiano solo nella scuola primaria, ma in tutti i gradi di scuola, fino alla secondaria di secondo grado. Nella misura in cui, secondo la direttiva n.75 del 2008, verranno approntate e somministrate le prove per la secondaria di primo grado (I e III classe, questa già visitata dall’INVALSI con la quarta prova dell’esame di Stato) e per la secondaria di secondo grado (classi II e V), si dovrebbe giungere a leggere nella filigrana delle prove una sorta di ‘curricolo’ verticale in cui le competenze sono ‘graduate’.

Ovviamente è sempre possibile migliorare l’operazione negli strumenti e nell’organizzazione. Un primo semplice ma significativo cambiamento rispetto alle prove somministrate lo scorso anno scolastico all’interno dell’esame finale del primo ciclo sembra essere stato fatto: si sono divisi in due sezioni i quesiti relativi alla comprensione del testo da quelli più specifici ‘grammaticali’. Non è minima cosa se si pensa che processi ed operazioni cognitive per la comprensione testuale sono differenti rispetto ad operazioni di riconoscimento della valenza grammaticale di determinati termini (sia pur all’interno di un testo). La mescolanza degli item afferenti alle due sezioni lo scorso anno aveva costretto gli alunni a mettere in atto specifici processi logico-cognitivi che poi dovevano essere sospesi, per poi essere ripresi in un breve lasso temporale previsto dalle prove.

La restituzione dei risultati riportati dagli alunni nelle prove deve diventare un’occasione per i docenti di riflessione e di feedback sulla propria azione didattica, nonché sugli “scoperti” significativi degli alunni. Le prove, se non devono essere considerate un ‘giudizio’ sugli alunni, neppure devono esserlo sulla capacità didattica del docente: sono però uno strumento con cui riposizionarsi sulle reali ed effettive competenze che devono essere elicitate negli alunni.

In questa ottica sorge una domanda la cui risposta potrebbe essere considerata ovvia. Se gli esiti devono ritornare a docenti ed alunni, perché si è scelta la classe quinta della primaria ed il tempo di somministrazione a fine anno scolastico, così che non ci sia più possibilità di utilizzare i risultati pro bono alunni e docenti?

Si potrebbe obiettare che negli Istituti Comprensivi il passaggio degli alunni dalla primaria alla secondaria di primo grado avviene quasi totalmente all’interno dell’Istituto. Anche se tale situazione fosse generalizzata ( e non lo è) verrebbe a mancare un feedback sul proprio agire didattico ai docenti della primaria che magari hanno seguito gli alunni per ben cinque anni! (Qui si potrebbe aprire una riflessione relativa a modalità e funzioni del ‘raccordo’ tra gli ordini di scuola).

Viene alla mente la scelta effettuata quest’anno in Francia dove le prove nazionali sono state somministrate a gennaio perché gli esiti potessero avere una ricaduta immediata sui lavori in corso. (Tale soluzione in realtà è stata  criticata). Sembrerebbe più funzionale una scelta che preveda la somministrazione delle prove alla fine della classe quarta, consentendo così un lasso di tempo ragionevole a docenti ed alunni per eventuali ‘recuperi’ e/o reindirizzamento della progettazione e fruizione di occasioni di apprendimento.

Sono i primi passi del sistema nazionale di valutazione relativo agli apprendimenti degli alunni. Tutto è migliorabile. A condizione che l’operazione proceda con cadenza temporale costante e investa tutte le scuole italiane (quest’anno l’adesione delle scuole primarie è stata volontaria). E a condizione che operazioni di tal fatta siano accolte dai docenti (e, più su nella scolarità, dagli studenti) come un servizio alla scuola ed occasioni per gli studenti di conoscere il livello del proprio apprendimento e le reali competenze possedute, e quindi messe alla prova, in determinate discipline.

Senza voler forzare l’aggancio, anche in questo modo si promuove orientamento ed auto-orientamento negli studenti e, per quanto concerne i docenti, si tiene desta in loro la riflessività e la valutazione delle proprie proposte di apprendimento.

 

 



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COMMENTI
04/06/2009 - l'oggetto del controllo - attenti a non sbagliare (enrico maranzana)

#per gli studenti di conoscere il livello del proprio apprendimento e le reali competenze possedute, e quindi messe alla prova, in determinate discipline#: la frase suona bene ma il suo contenuto, se non attentamente interpretato, puo' essere ambiguo e fuorviante. In ambienti formativi, infatti, le competenze sono comportamenti esibiti dagli studenti che affrontano situazioni non note. Le competenze sono l'intreccio di capacita' e di conoscenze. Poiche' il sistema scuola dovrebbe essere orientato alla promozione e al consolidamento delle capacita' dei giovani le conoscenze, e percio' le discipline, sono occasioni, strumenti operativi. Valutando d'operato della scuola primaria l'invalsi non incontra particolari ostacoli concettuali ma, quando allarghera' il suo campo d'azione difficilmente riuscira' a superare la cultura accademica che ha natura parcellizzata e non possiede esperienze in materia di apprendimento. Tale rischio appare in tutta evidenza dalla lettura della legge Moratti il cui art. 2 postula la centralita' dello studente e delle sue qualita' nonche' la strumentalita' di conoscenze e abilita'. Affermazione smentita nel successivo articolo che costituisce il feed-back sulle conoscenze!

 
04/06/2009 - Italiano e inglese (Alberto M. Onori)

Probabilmente Mussolini esagerò quando pretese l'italianizzazione forzata di ogni termine straniero; un'operazione dietro la quale era un velo ideologico capace di confondere le idee più che di aiutare la gente a capirsi meglio. I nostri cugini francesi non si sono rivelati troppo diversi quando hanno compiuto un'operazione analoga e per certi versi anch'essa ideologica. Nonostante quest'ultimo limite, alla fine la lingua francese ha ristabilito la sua identità e una giusta supremazia assumendo nuovamente il compito di strumento comunicativo comune e comunemente accettato e comprensibile. Noi, che con buona pace di Manzoni ancora oggi non abbiamo una vera lingua italiana universalmente condivisa, dobbiamo fare i conti con l'inglese; usato ovunque, in una nazione che è una delle più arretrate nell'uso delle lingue straniere. A cosa alludo? Al termine "reading literacy", che ho tentato di tradurre utilizzando il dizionario monolingua per capire cosa si intenda con quel termine da parte degli anglosassoni. Il Webster mi dà: "The ability to read and write". Ma cosa si intenderà con "ability"? "Abilità" o "capacità" o "competenza"? L'inglese è la lingua dei false friends e degli odd pairs... e mi fermo qui. Di fronte a questa vera e propria sagra dell'ambiguità, non converrebbe usare l'italiano a partire dal concetto direttamente concretizzato nella nostra lingua invece che facendolo mediare da un'altra, oltretutto assai più ambigua della nostra? O chiedo troppo?