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SCUOLA/ Promuovere o bocciare? Ecco tre questioni sulle quali riflettere

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La diffusione, anche se non ancora ufficiale, degli esiti di questo anno scolastico che si chiude con un aumento del numero di alunni bocciati, ripropone l’annosa querelle “Promuovere o bocciare”, lanciata sulle pagine di questo giornale da autorevoli interventi che hanno provocato un’ampia partecipazione di lettori schierati a favore o contro.

 

In molti hanno letto questi risultati con soddisfazione, considerando l’inversione di tendenza, registrata negli ultimi due anni, come il segnale di un ritorno alla scuola del rigore, dell’impegno, traino verso la tanto decantata valorizzazione del merito. E del resto anche nell’immaginario collettivo la bocciatura viene immediatamente collegata alla serietà dei docenti e dell’Istituzione, mentre l’eccesso di promozione ad una sorta di atteggiamento “buonista” responsabile di aver prodotto vieppiù in questi ultimi decenni una scadente preparazione generale e un progressivo appiattimento verso il basso dei risultati, confermato del resto dalle indagini comparative internazionali ed europee.

 

Data la natura articolata e complessa della questione, peraltro già analizzata nei precedenti interventi, pare opportuno considerare solo alcuni aspetti all’interno degli ambiti prevalenti di riferimento.

 

1. La prima riflessione parte dall’orientamento formativo che la scuola è andata sempre di più assumendo, proprio per rispondere al principio base del Regolamento dell’Autonomia “garantire il successo formativo”, principio che vale non solo nella scuola dell’obbligo, ma anche nel triennio finale della scuola secondaria. La scuola cioè si è posta il compito non tanto di selezionare, quanto di garantire il successo formativo, promuovendo la crescita culturale, la maturazione della persona e la possibilità di realizzazione nell’ambito professionale o lavorativo.

In questa ottica la scuola dell’Autonomia “dovrebbe” essere in grado di favorire e di creare le condizioni che promuovano nei propri studenti l’apprendimento di conoscenze, competenze e atteggiamenti in ordine sia di alfabetizzazione culturale sia di formazione umana sia di responsabilità sociale.

Ovvio che l’attenzione alla persona comporta un adeguamento di percorsi e strategie non solo ai livelli di sviluppo e apprendimento (fasce di età), così come è configurato il nostro sistema ordinamentale, ma anche ai ritmi e agli stili apprenditivi (personalizzazione dei piani di studio).

In tale prospettiva cambia anche la valenza della valutazione conclusiva che, non dovrebbe limitarsi a documentare e prendere atto di risultati, ma dovrebbe invece impegnarsi a ricercare i motivi dell’insuccesso scolastico per prevenirli e porvi rimedio. Questo non si traduce necessariamente in promozione per tutti, ma garantisce che la scuola ricorra alla non ammissione alla classe successiva solo quando ciò possa risultare comunque utile ad assicurare il successo formativo. E non dimentichiamo che in questa decisione, la bocciatura, Scuola e Famiglia sono ugualmente responsabili, in quanto compartecipi dell’impegno educativo.

Ora se l’Istituzione Scolastica torna a misurare la propria serietà sulla crescita del numero dei bocciati, è ovvio che tradisce uno dei principali assunti giuridico-legislativi che essa stessa si è data.

 

2. La seconda riflessione riguarda l’aspetto più squisitamente pedagogico della questione.

Esistono nei docenti differenti modi di intendere la relazione educativa e di interpretarla. Gli esperti ci dicono che in genere la scelta di bocciare o promuovere risponde ad assunti pedagogici che attengono a concezioni diverse dell’intelligenza: chi si schiera a favore della prima opzione in buona sostanza sposa una concezione dell’intelligenza come dote innata e adegua ad essa il proprio stile educativo - la causa delle difficoltà o del mancato apprendimento dell’allievo è intrinseca all’allievo stesso - mentre se si pensa all’intelligenza come prodotto che segue un processo di crescita personale è evidente che anche l’intervento del docente viene considerato un percorso in cui l’allievo può superare i propri errori con interventi a supporto e in progress.

Evidente quindi che nell’uno come nell’altro caso il giudizio dell’insegnante sarà influenzato, in modo consapevole o non, dalle proprie convinzioni, in ordine alle modalità di concepire, non solo la maturazione del soggetto, ma anche i rapporti dello stesso con l’esperienza, con gli altri, con la società.

Si va comunque diffondendo sempre più tra i docenti la consapevolezza pedagogica che il successo formativo sia strettamente correlato allo svolgimento dell’attività educativa secondo principi metodologico-didattici avanzati e che la responsabilità educativa non possa essere scissa da una maggiore sensibilità e attenzione ai ritmi di apprendimento, non sempre corrispondenti all’età.

 

3. La terza riflessione è una considerazione sull’equità del nostro sistema scolastico.

Anche su questo fronte i risultati non sono soddisfacenti: gli esiti negativi interessano maggiormente gli Istituti Tecnici e i Professionali, dove si hanno punte dal 25% a 33% nella prima classe, e in misura molto minore i licei che contano dal 4 al 6 % di bocciati nelle prime classi.

La lettura di questi dati non richiede sofisticate spiegazioni: di solito sono i ragazzi già svantaggiati per vari motivi, o familiari o sociali o economici o altro, ad essere interessati dal fenomeno. Senza considerare il fatto che proprio questa percentuale contribuisce a far salire i tassi di dispersione scolastica da noi molto superiore alla media dei paesi europei. Su questi numeri bisognerebbe misurare la validità o meno del nostro sistema educativo, il successo o l’insuccesso della nostra formula organizzativa.

 

Certo la crisi della scuola ha radici culturali e sociali molto profonde, ma è altrettanto certo che non si risponde al miglioramento della qualità dell’istruzione reintroducendo una forte selezione.

Occorrerebbe ridisegnare la struttura degli ordinamenti e dell’organizzazione scolastica, rinnovare la struttura rigida delle classi, e introdurre un sistema di controllo degli esiti conclusivi esterno alla scuola, per garantire la reale corrispondenza tra la certificazione e le competenze acquisite, se della scuola ci interessa davvero l’aspetto educativo e di crescita dell’uomo.



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COMMENTI
17/07/2009 - responsabilità dell'io (cinzia billa)

Mi permetto di suggerire un film sugli spunti proposti, in particolare il punto 3: "Salvatore questa è la vita". Io insegno in un professionale e spesso quei picchi di insuccesso riguardano i ragazzi di prima che spariscono, ancor più se hanno raggiunto i 16 anni. Se tornano a scuola dicono: "Professorè sono venuto per non fare venire i carabinieri a casa!"

 
14/07/2009 - L'alveo istituzionale (enrico maranzana)

"Occorrerebbe ridisegnare la struttura degli ordinamenti e dell'organizzazione scolastica": si tratta di una tendenza ormai consolidata quella di trascurare le scelte precedenti per reinventare tutto. Il buon padre di famiglia, prima di disfarsi di un dispositivo non funzionante, ne ricerca e ne rimuove le cause. "introdurre un sistema di controllo degli esiti conclusivi esterno alla scuola": l'autonomia delle scuole si fonda sull'autogoverno, sull'autoregolazione. Perche' non si ricerca la causa dell'elusione della norma che impegna il Collegio dei Docenti a:"valutare periodicamente l'andamento complessivo dell'azione didattica per verificarne l'efficacia in rapporto agli orientamenti e agli obiettivi programmati, proponendo, ove necessario, opportune misure per il miglioramento dell'attività scolastica".