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SCUOLA/ I bocciati aumentano, ritorno alla severità o propaganda politica?

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Il dibattito sin qui svolto sul tema degli esami (Ballerini) e delle bocciature (Tettamanti) con una serie considerevole di commenti e botta e risposta, costringe a tentare una prima sintesi provvisoria, partendo dai punti sui quali si può tutti convenire.

 

1. Il giudizio della scuola e del sistema educativo è un atto educativo necessario. Ciascun ragazzo ha bisogno di riconoscimento di ciò che è. Ha bisogno di verità su di sé. Se l’aspetta dall’autorità e l’autorità gliela deve. Prima di essere un’esigenza dei genitori o della società, il giudizio esterno è una necessità oggettiva e un bisogno soggettivo del ragazzo. È la modalità con cui l’autorità, fedele alla missione prevista dalla filologia del proprio nome, fa crescere il ragazzo. Il giudizio deve essere veritativo, per quanto possibile ad uno sguardo che, comunque, non può mai attraversare radicalmente l’altro. L’altro non è mai totalmente trasparente. Né facilista né severista: deve essere uno sguardo rigoroso, non obliquo, non diplomatico, non a occhi bassi. Solo un tale giudizio è in grado di interpellare la libertà e la responsabilità di ciascuno, senza lasciare via di fuga, senza offrire alibi. È uno sguardo che può s/muovere l’altro.

 

2. Chi giudica – il singolo insegnante, il Consiglio di classe, la Commissione d’esame – deve disporre di standard nazionalmente validi e conosciuti da tutti e di indicatori per la “misurazione”. A quale altezza deve essere posta “l’asticella” da saltare per un ragazzo di 7 anni, di 11, di 15, di 19? Questo lo decide l’autorità pubblica, nazionale e/o europea.

 

3. Lo scrutinio e/o l’esame finale deve essere rigoroso, severo, “senza pietà”: esso deve certificare ufficialmente e pubblicamente ai ragazzi, alle famiglie, a tutta la comunità, allo Stato quanto in alto il ragazzo è stato ed è in grado di saltare. Abbia o no valore legale, deve avere valore reale, veritativo.

 

Questi tre punti sono validi sempre e sotto qualsiasi cielo, da Hammurabi ai nostri giorni. Sono il nucleo originario e invariante del giudizio scolastico. Ma in base a quale criterio decidiamo di promuovere alla classe successiva o far ripetere l’anno? Qui entrano in campo criteri ulteriori, che appartengono alla corteccia variabile, perché dipendono dall’ordinamento, cioè dalle leggi. In Europa esistono tre modelli ordinamentali-legislativi: la promozione automatica (vai avanti sempre, ma ti certifico severamente e pubblicamente il livello cognitivo raggiunto); la bocciatura a fine di ciclo (ti boccio solo alla fine del ciclo biennale o triennale); la bocciatura annuale (non hai raggiunto gli standard previsti quest’anno, ti fermo). Si è affermato anche un quarto modello, di fatto: la bocciatura annuale è prevista per legge, ma non viene più praticata (è il caso della Finlandia). L’Italia segue il terzo modello, che è fondato sulla corrispondenza biunivoca tra classe di età e classe scolastica: a 15 anni uno deve stare nella seconda classe del biennio o in quinta ginnasio, non in prima classe, non in terza. È il criterio napoleonico, che la riforma Moratti tentò di diluire mediante la biennalizzazione dei percorsi (il secondo modello europeo) e perciò delle eventuali bocciature. In più, l’Italia ha continuato a mantenere il criterio fissato dal Regio Decreto del 1924, che prevede la sufficienza in tutte le materie, senza distinzione tra fondamentali e opzionali, per essere promosso. Combinati questi due criteri, ne consegue che se un ragazzo non raggiunge gli standard quest’anno in tutte le materie, deve essere fermato. Fino agli anni ’60 accadeva in modo intensivo. Nel 1969 i bocciati all’esame di maturità erano il 30%. Nel 2008 sono stati il 2,8%. Il cosiddetto “buonismo” incominciò già negli anni ’60, appoggiato ad argomenti solidi e meno solidi. Argomento solido era che la scuola gentiliana era una scuola socialmente e intenzionalmente selettiva: chi arrivava a scuola già acculturato andava avanti; chi arrivava socialmente povero e perciò culturalmente deprivato veniva tolto di torno. Tornava al lavoro nei campi. È ciò che denuncia don Milani nella sua Lettera ad una professoressa del 1967. Gli meno solidi erano: se uno non studia, la colpa è dell’ambiente, della società, di un’infanzia difficile. Oppure l’egualitarismo ideologico: tutti hanno diritto di avere un pezzo di carta. Singolare residuo di questa posizione è quella recentissima di Luigi Berlinguer, intervistato da Rossano Salini su questo giornale, allorché difende il mantenimento del valore legale appunto con l’argomento che tutti ne hanno diritto, anche se è un’illusione. Diritto di illusione.

Fin qui i fatti. Viceversa, la tendenza che affiora negli interventi/commenti di alcuni in questo dibattito è quella di un investimento ideologico sul bocciare. Questo approccio ha due difetti: lega consequenzialmente more geometrico il nucleo invariante e la corteccia variabile (quella ordinamentale). Il modello italiano non è il solo possibile modello efficace di severità educativa – anzi i dati dicono che lo è meno di ogni altro - ed è, comunque, storicamente determinato e perciò modificabile. Non può essere considerato una struttura a priori dello spirito. È il sottoprodotto del sistema educativo hegelo-napoleonico. Nella Schola Palatina di Alcuino o nei Collegi dei Gesuiti regolati dalla Ratio studiorum la corrispondenza tra classe di età e classe scolastica non era affatto biunivoca, le materie erano poche e non tutte dello stesso peso. Il secondo difetto è più serio e nasce dall’ideologismo sostituito alla lettura della realtà. La realtà dice molto brutalmente che solo il 3% dei bocciati trae giovamento cognitivo e psicologico dalla bocciatura. Solo il 3% cresce attraverso la bocciatura. Le ricerche condotte e ripetutamente vagliate attraverso meta-ricerche in Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra e Stati uniti fin dagli anni ’70 ai giorni nostri dicono unanimemente che la bocciatura fa male al 97% dei bocciati. Per questo 97% di ragazzi la bocciatura produce “il senso di incompetenza”, non li sfida, li abbatte. I dati dicono l’esatto contrario del noto luogo comune che “bocciare fa bene”. Non è il primo caso in cui il “buon senso” non è né buono né sensato. E il buonismo famigerato? Lo si combatte con la certificazione rigorosa, con esami severi. Le cronache che arrivano di questi tempi dalle aule d’esame parlano di esami burla. Il nostro sistema oggi non è in grado di realizzare le condizioni previste dal secondo e dal terzo punto ricordati all’inizio. Così alla fine noi avremo un po’ di bocciati in più, ma soprattutto un sacco di promossi fasulli, ai quali l’aumento della bocciatura di pochi conferisce un’aura di legittimazione infondata. Questo sistema non dice la verità su di loro ai promossi, scarta brutalmente i bocciati. Non vale per quel 97% quel “postulato di educabilità” che giustamente applichiamo ad ogni ragazzo? Ritorno alla serietà? No, molto più modestamente alla propaganda politica contingente e passeggera.



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COMMENTI
16/07/2009 - Il dialogo fa bene alla salute (dei prof) (pieralberto castoldi)

Ritengo interessante lo scambio di opinioni. Sono un insegnante di scuola media e superiore. Personalmente sarei per "avanti tutti" ed esame determinante (nella secondaria di Ii grado). Il problema di quest'anno, paradossalmente, sono stati gli esami di terza media, dei quali leggo pochi commenti e pochi interventi postumi del ministro. Gli scrutini finali sono stai realmente "dolorosi" perchè quanti 5 sono andati a 6? Molti. Ne consegue una media di "presentazione" falsata. Speriamo che il ministro ripari questo errore di senso. Un ringraziamento particolare a Cominelli. Pieralberto Castoldi

 
15/07/2009 - uscito dall'ordalia di "maturità" e scrutini (alberto tondina)

concordo con l'analisi, ma in attesa degli antibiotici (cura risolutiva) ci dobbiamo accontentare della canottiera di lana (restaurare un senso di serietà della scuola coi mezzi ATTUALMENTE a disposizione). Io insegno nei famigerati tecnici, la mia prima ha avuto 12 bocciati su 25, e giuro che ci siamo battuti come leoni per evitarlo. Noi raccogliamo i cocci di scuole medie di periferia che sono al disastro educativo e formativo, e cerchiamo di stabilire un principio che faccia da riferimento: le azioni hanno conseguenze, chi si sottrae al dovuto lavoro necessario a migliorare le abissali lacune viene fermato. Chi ci prova con serietà viene aiutato in ogni modo possibile. Il problema è che la maggior parte di questi ragazzi sembra ormai incapace di mantenere per nove mesi questa serietà dentro una classe, mentre le occasioni si aprono quando li si affronta personalmente, a tu per tu. E per un attimo... ma poi non ce la fanno. È vero, bocciati l'anno dopo è peggio (sono più rassegnati a non farcela, ci credono di meno). Ma, se promossi, l'anno dopo è peggio lo stesso (appunto, diventano "furbi", e quindi meno permeabili). Cero, se avessero meno lacune (colpa delle medie? bah), se si abbassassero i livelli minimi (sono anni che lo facciamo, ed è sempre peggio), se i docenti lavorassero meglio (io sono arrivato stremato a luglio, perchè ho applicato il principio di fare più verifiche con parti minori di programma). Io quest'anno ho bocciato di più, perchè non potevo fare altro.

 
08/07/2009 - SULLA RISPOSTA A SURIANO (Giorgio Ragazzini)

Caro Professore, non mi è chiaro se al termine delle promozioni automatiche e delle certificazioni rigorose sarebbe automatico anche il diploma (o Lei dà per implicita l'abolizione del valore legale del medesimo?). Comunque, molti di coloro che si sdegnano in questi giorni per un certo aumento delle bocciature ignorano evidentemente che si parla sempre di studenti con cinque, ma più spesso sei, sette, otto insufficienze anche gravi, non di altro... E che non pochi di loro ce l'hanno perché sono stati indotti a pensare "Tanto mi promuovono lo stesso...". La mia esperienza di insegnante mi porta a condividere la testimonianza di Barbara Marcolini, ma anche a ricordare il valore di messaggio per gli altri studenti che una bocciatura inevitabilmente assume. Se l’ideale scuola del poi è in alto mare, nel frattempo è bene stare con i piedi per terra.

 
08/07/2009 - PERCHE' GLI ALUNNI SONO STATI PROMOSSI IN MASSA (Barbara Marcolini)

Sulle sue idee di rinnovamento della scuola non sono d'accordo. Lei prospetta un sistema simile a quello finlandese, quello stesso che didatti e pedagogisti stanno cercando di far passare come modello dei modelli. A parte il fatto che i filandesi spendono molto per l'istruzione, hanno scuole superattrezzate, sono quattro gatti e si fa presto a personalizzare i percorsi, a parte questo, il punto centrale è che sono un'insegnante appassionata del proprio lavoro. Dentro quel sistema diventerei un semplice tecnico. Non mi piace, checché ne dicano i dati OCSE PiSA, la cui attendibilità è da verificare. Riguardo al motivo per cui si boccia e si promuove, secondo me lei ha clamorosamente torto. Il motivo per cui si promuove da anni è che una certa ossessiva e tirannica pedagogia ha imposto l'insensato dogma secondo cui, se un alunno non è bravo, è sempre colpa dell'insegnante. Bisogna dimostrare di aver seguito percorsi alternativi corrispondenti alle intelligenze multiple, di aver implementato progetti ad hoc, di aver attuato recuperi in tempi inesistenti. E verbalizzare tutto. Roba da matti...Morale della favola: si cede, se no ti fanno causa e vincono. Per recuperare occorre che il protagonista, l'allievo, studi. Il pomeriggio si mette sopra i libri, studia il doppio e recupera. Viceversa, quest'anno finalmente ho visto bocciare, non per dimostrare serietà, ma perché, per essere seri, non si poteva fare altrimenti. Anzi con molti si è stati clementi e comprensivi.

 
07/07/2009 - NON VEDO UN'ALTERNATIVA VALIDA (Barbara Marcolini)

Termine dell'anno in cui ho frequentato il primo magistrale: 7 promossi, 7 bocciati, 7 rimandati a settembre. Di questi ultimi, 3 bocciati dopo l'esame. Si studiava da matti, perché "guardate", si diceva, "qui passano con la falce se non ce la metti tutta. La scuola è buona, è difficile". Erano ancora anni in cui la parola "difficile" era associata alle parole "buona, valida", così come oggi, d'altra parte, la parola "facile" è associata alle parole "inutile, noiosa". Una delle mie compagne di primo era stata bocciata l'anno precedente. Con la ripetenza era diventata una delle migliori. Ha sempre ringraziato gli insegnani per la loro severità. Oggi senti dire: "Che me ne frega, non studio, tanto vado avanti lo stesso", con la stessa frequenza con cui senti dire: "A che serve impegnarmi, tanto i peggiori hanno i miei stessi risultati!". Quale sarebbe la reale alternativa al buonismo che ha rovinato i nostri studenti?

 
07/07/2009 - E la proposta? (Pino Suriano)

Condivido l'analisi, ma sinceramente non ho capito se c'è anche una proposta... Mi pare di capire che sarebbe meglio evitare di bocciare tanto e certificare meglio? Ma se si certifica meglio non si boccia di più? O dici, forse, che bisognerebbe eliminare la "bocciatura" per legge, secondo il primo modello che hai indicato?

 
07/07/2009 - impotenza e incompetenza alla base della severità (enrico maranzana)

E' indubbio che il controllo dell'apprendimento e' il fondamento di qualsiasi intervento razionale sulla scuola. Controllare significa confrontare i risultati con gli esiti. La propaganda politica, il disinteresse per il futuro dei giovani derivano proprio dalla disattenzione che è stata riservata a tale principio: il ministero, tranne per pochi fortunati casi, non ha mai stabilito i traguardi formativi che dovrebbero caratterizzare la scuola e, conseguentemente, ha lasciato docenti e studenti in una situazione di indeterminatezza. [E' anacronistico pensare a traguardi parcellizzati, disciplinari]Sarebbe opportuno che, invece di sviluppare riflessioni su questioni marginali, si prendesse posizione sui traguardi che la bozza per la ristrutturazione dei licei indica. In una scuola che vuole offrire effettive opportunità di crescita ai giovani gli obiettivi sono da esprimere in termini di capacità, classe che, scomposta, conduce all'individuazione delle abilità. Il consiglio dei ministri, invece, ha fissato nelle conoscenze, abilità e competenze i traguardi istituzionali, scelta che conduce ad una scuola centralizzata, non autonoma e in cui gli studenti devono sottostare a rigidi piani di lavoro e che riduce ai minimi termini i loro gradi di libertà.