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SCUOLA/ Il dialetto in classe, perché no? L’esempio positivo del Friuli Venezia Giulia

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Il dibattito di questi giorni sull’esame di dialetto per gli insegnanti, sul voto del consiglio provinciale di Vicenza che ha votato un ordine del giorno per evitare l’ondata di Dirigenti Scolastici meridionali al Nord (ne arriveranno 647, poiché le regioni del nord non hanno residui di graduatorie nei concorsi ordinari e riservati conclusisi con l’inserimento in ruolo durante l’anno scolastico appena finito) fa riflettere sulla valenza della cultura e tradizione locale nella formazione di un bambino.

Non c’è dubbio che prima del dialetto o della lingua minoritaria i nostri alunni devono conoscere l’italiano e due lingue straniere ed avere una preparazione standard di curricolo di base. Infatti per poter valorizzare al meglio le peculiarità locali occorre prima essere in possesso di un’ottima preparazione di base per raggiungere competenze “alte” in grado di garantire un’interpretazione reale delle nuove conoscenze. Abbiamo pertanto bisogno prima di tutto di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare la matematica, le scienze, l’italiano, la storia, l’inglese. Di una scuola di qualità che nelle classifiche internazionali arrivi ad un livello decoroso non, come abbiamo visto negli ultimi dati OCSE, con la netta differenza tra nord e sud.

Tutto ciò porta a rivedere con urgenza la formazione dei docenti, dei dirigenti, la valutazione interna ed esterna, l’applicazione reale dell’Autonomia, il trasferimento delle competenze in materia di istruzione alle Regioni così come prevede il Titolo V della Costituzione .

Occorre un nuovo modello di organizzazione scolastica così come è proposto dal DPL Aprea. La prospettiva per questo cambiamento non è positiva, come ha già scritto su queste pagine Giovanni Cominelli alcuni giorni fa. Ma la scuola nonostante le delusioni e la confusione va avanti.

Perché non guardare all’esperienza educativa delle lingue minoritarie in atto da dieci anni?

È di questi giorni la C.M. n. 70 relativa alle modalità di presentazione di progetti nazionali e locali per la valorizzazione delle lingue e delle tradizioni culturali appartenenti alle linguistiche minoritarie (legge 15 dicembre 1999, n 482) che in premessa richiama il fatto che 

 

La coesistenza di molte lingue in Europa è la risposta alla sfida dell’Unione Europea ad essere unita nella diversità.

Le numerose lingue nazionali, regionali, minoritarie e delle comunità migranti parlate in Europa arricchiscono ciascuna il nostro patrimonio culturale comune. La loro condivisione favorisce il dialogo e il rispetto reciproco. Nell'Unione Europea esistono zone in cui i cittadini parlano sia una lingua regionale o minoritaria che quella nazionale e conoscono abbastanza bene anche le lingue straniere. Le persone poliglotte sono elementi preziosi poiché fungono da collante tra le diverse culture (Comunicazione della Commissione delle Comunità Europee Bruxelles 18 settembre 2008).

 

Da dieci anni le scuole, che operano in ambienti culturali dove le lingue minoritarie sono presenti, elaborano con questo spirito progetti significativi e di alta valenza didattica educativa sperimentando già dalla scuola dell’infanzia la metodologia CLIL (l'acronimo di Content and Language Integrated Learning). Si tratta di una metodologia didattica che prevede l'insegnamento di una disciplina in lingua straniera. In questi dieci anni ho visto nascere nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, sia come docente prima ed ora come dirigente, reti di scuole a livello regionale e nazionale che elaborano percorsi educativi in tal senso.

Le nostre lingue minoritarie e dialettali sono le più vicine “all’esperienza del cuore”, come diceva Giacomo Leopardi, ma anche oggi gli studi psicolinguistici affermano come imparare attraverso la lingua materna è fondamentale per un migliore apprendimento e sviluppo emotivo e affettivo del bambino. Pensiamo come nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria salvaguardare questo approccio sia fondamentale per dare sicurezza al bambino che si avvicina per la prima volta ad un adulto che non sia un familiare o conoscente. Mi vengono in mente tanti paesi dove i bambini che vanno a scuola si esprimono in più lingue un esempio è Tarvisio, dove c’è una presenza di lingue europee, nazionale e locale (austriaco, sloveno, italiano, friulano) e gli insegnati elaborano attività di apprendimento in maniera plurilinguistica. Rispettare, anzi, valorizzare questa cultura popolare con i suoi valori è rispettare l’infanzia, quella vera, quella fatta da bambini che vanno a scuola e che crescono. A noi adulti spetta il compito di tramandare la nostra storia e le nostre tradizioni fatte di storie, leggende, luoghi. Ai bambini il compito di gestirla e mantenerla nel tempo.

 

Nella regione Friuli Venezia Giulia dal 2002 è possibile attraverso la legge regionale n.3 del 25 gennaio 2002 realizzare percorsi per la valorizzazione delle lingue e culture della lingue storiche. Nel bando si legge che: 

 

Non si intende prevedere nuove “materie”, ma piuttosto offrire opportunità per significativi raccordi interdisciplinari e per l'utilizzo diffuso di metodologie didattiche attive, laboratoriali e creative, che integrino sapere e saper fare, finalizzate al raggiungimento delle competenze disciplinari e trasversali.

L'iniziativa regionale intende sostenere una logica coerente che si ravvisa nel quadro dei campi di esperienza e delle aree disciplinari delineati dalle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo, come pure con gli assi formativi delle competenze previste per il biennio della secondaria superiore e conseguenti all'elevamento dell'obbligo di istruzione al sedicesimo anno.

 

Non solo. Anche per quanto riguarda le lingue minoritarie si evidenzia che

 

Pensare globalmente e agire localmente può ben definire il senso di un intervento regionale riguardo alle lingue e culture delle minoranze linguistiche storiche, lette anch’esse come opportunità per costruire identità dialoganti consapevoli di essere portatrici di significati e di valori. Le diversità culturali e linguistiche presenti nella nostra realtà regionale vanno conosciute e valorizzate anche attraverso la scuola iscrivendole in uno sfondo coerente di progettazione metodologico-didattica in logica plurilinguistica. Le esperienze realizzate dalle scuole, le cui buone pratiche sono state oggetto di importanti lavori documentali, vanno conosciute e diffuse perseguendo l’obiettivo di una generalizzazione qualitativa e di un apprendimento teoria-pratica a carattere laboratoriale.

 

Per realizzare ciò è sufficiente ripartire dal DPR 275 / 1999 e mettere in atto la flessibilità del curricolo art.8 comma 1, lett. e) e comma 2, occorrono però maestri, professori e dirigenti scolastici consapevoli che la scuola vive in un contesto socio-culturale ben preciso e pertanto capaci di valorizzare e potenziare quello che è il primo fattore fondamentale dell’educazione : la tradizione.

Come già scriveva don Giussani nel suo libro “Il Rischio Educativo”: «senza la tradizione non esiste possibilità di educazione o l’educazione diminuisce».



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COMMENTI
06/08/2009 - L'importante non è essere presenti ma indirizzare (enrico maranzana)

"Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno" ... la scuola ha bisogno di razionalità, non di emotività e di spirito d'appartenenza. Come si può affermare: "Occorre un nuovo modello di organizzazione scolastica così come è proposto dal DPL Aprea" quando tale modello ignora e calpesta i principi enunciati dalle scienze dell'amministrazione, postulati accettati e applicati da chi ha a cuore l'equilibrio un sistema? Come si può aderire ad una proposta che semplifica e banalizza il problema formativo/educativo in quanto non se ne riconosce la complessità? Come si può interpretare in termini restrittivi e banalizzanti la frase "senza la tradizione non esiste possibilità di educazione o l’educazione diminuisce" che evoca la pedagogica di Gesù che insegnava per parabole?