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SCUOLA/ Tagli agli orari e più autonomia: è davvero una rinuncia alla qualità?

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Si tratta di una piccola scuola di Trento, l’Istituto paritario di Istruzione e Formazione Professionale “Ivo de Carneri”, che attualmente offre percorsi sia ad ordinamento nazionale (Tecnico Turistico, Biologico, Odontotecnico di durata quinquennale), sia ad ordinamento provinciale (Tecnico dei servizi di animazione turistico sportiva e del tempo libero, di durata quadriennale). Bene. Nel 2003 la Provincia Autonoma di Trento sottoscrive un’intesa col MIUR che prevede per le istituzioni scolastiche la possibilità di adottare una nuova organizzazione del tempo scuola «finalizzata a favorire il successo scolastico attraverso percorsi personalizzati per gli studenti, utilizzando un curricolo snello ed essenziale compreso fra le 890 ore annue, di cui 66 ore di attività opzionale obbligatoria e le 990 ore annue di cui 165 ore di attività opzionale obbligatoria». Si tratta, sostanzialmente, di un’anticipazione della riforma Moratti. La “Carneri” accetta, convinta, la sfida. Il Protocollo di Intesa MIUR - PAT è l’occasione per concretizzare un processo di riflessione e ridefinizione complessiva dell’assetto pedagogico ed organizzativo della scuola. A partire da una forte attenzione alle esigenze delle famiglie e della comunità. In una logica di servizio pubblico e non di autoreferenzialità. Sono così state introdotte innovazioni, in linea anche con esigenze manifestate dall’utenza: settimana corta, percorsi personalizzati, didattica più efficace e modulare in vista del successo formativo, potenziamento dell’insegnamento delle lingue straniere e delle competenze digitali. E soprattutto opzione per il curricolo essenziale. Inizialmente di 990 ore annue, di cui 165 di attività opzionali obbligatorie; dall’anno scolastico 2008-2009, per le modifiche introdotte dalla Legge Provinciale n. 5/2006, di 1000 ore annuali, di cui 100 destinate ad attività opzionali obbligatorie. Queste ultime sono state strutturate in moduli concernenti il potenziamento e l’approfondimento delle discipline di indirizzo, l’orientamento, il sostegno alle difficoltà e valorizzazione dei campi di eccellenza, il potenziamento delle lingue straniere e delle T.I.C., le attività di didattica extra aula e di conoscenza del territorio. Così, dalle precedenti 40 o 36 ore dell’ordinamento tradizionale, si è passati alle attuali 27 ore settimanali di curricolo di base, essendo 3 ore riservate ad attività opzionali obbligatorie. Cui vanno aggiunte altre 6 ore, ma elettive, per attività che l’alunno può volontariamente scegliere per approfondire a scuola propri interessi culturali, per utilizzare i laboratori, per colloqui con i docenti o per attività di studio assistito. Il tutto mantenendo l’impianto nazionale (stessi esiti di apprendimento e stesse materie) ed utilizzando le leve dell’autonomia scolastica del DPR 275. Modificando sostanzialmente, però, l’approccio tradizionale dell’insegnamento, a favore di un forte investimento sulle logiche della cooperazione tra i docenti, dell’apprendimento e della personalizzazione. La riformulazione organizzativa prevede infatti anche l’attribuzione di un ruolo non formale ai coordinatori di classe, l’introduzione della figura del tutor, un forte (reale) investimento sull’orientamento e sull’alternanza, l’utilizzo del portfolio e del diario degli apprendimenti degli alunni, il contratto formativo e – nota bene – anche un progetto di innovazione didattica tramite strumenti web-based, con il passaggio dal libro di testo al netbook fornito ad ogni studente. Si tratta di un mini sito internet personale dello studente che permette ai vari stakeholders – non solo ai docenti - di fare scuola: l’alunno scrive il suo Diario settimanale degli apprendimenti e costruisce negli anni il suo portfolio elettronico, magazzino pronto ad ospitare l’apprendimento in contesti anche non formalizzati. E l’insegnante deve spostarsi dal libro di testo pre-organizzato per tutto e tutti al “progetto quotidiano” per i suoi studenti.

 

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COMMENTI
24/09/2009 - Risposta 2: “tuttologi scientifici”=superficialità (Michele Borrielli)

Risposta alla osservazione 1: lo “stato di fatto” sono le “risorse umane”, gli attuali docenti delle discipline scientifiche. Non ritengo auspicabili docenti scientifici tuttologi, ma se fossero il risultato della futura formazione universitaria, sarebbero presenti nella scuola in percentuali significative non meno che tra 20 anni. Cambiamenti del genere di quelli proposti sono quindi “fuori tempo”. Ma per gli attuali e futuri studenti il fatto di avere un docente di Chimica laureato in Chimica (oltre 20 esami universitari chimici) sarebbe uno svantaggio? O forse si ritiene che la sua laurea gli possa impedire di accordarsi con il collega fisico per attività che coinvolgano entrambe le discipline? Dopotutto il chimico ha sostenuto 3 esami di fisica e 3 di chimica fisica, il fisico un esame di chimica. Ma da qui a sostenere che il fisico potrebbe tranquillamente insegnare entrambe le discipline, o che un laureato in scienze naturali o biologiche possa insegnare la chimica come il chimico ce ne corre. In campo scientifico i tuttologi non esistono: gli insegnamenti-calderone del tipo “scienze naturali” [chimica+scienze naturali e biologiche] porteranno ad una preparazione superficiale. Classi di concorso-calderone del tipo “scienze naturali, chimiche e biologiche” sono quindi da eliminare e sostituendole con “scienze naturali e biologiche” (parlo di ciò che come Chimico conosco, non mi permetto di discutere accorpamenti del tipo filosofia+storia: lo ritenete positivo? Fate pure)

 
24/09/2009 - Anche il tempo ha la sua importanza (Emanuele Bruschi)

Noto alcune approssimazioni in questa esposizione. Il presunto successo di cui si parla potrebbe essere ricondotto alla professionalità degli insegnanti che avevano già precedentemete saputo gestire la scuola dando prova di serietà e impegno. Se ci sono programmi più brevi o snelli, è logico che gli studenti raggiungono risultati migliori sulla carta, ma aumenterebbe la loro ignoranza in tanti settori disciplinari. Non capisco il messaggio di fondo: si vogliono difendere i tagli della Gelmini? Veramente si pensa come viene detto all'iniziol che la scuola sarebbe meglio che chiudesse? Sono un insegnante e voglio ribadire che se viene curato il rapporto con i ragazzi, mantenendo il rispetto delle regole e un impegno didattico continuo anche a livello di tempo, si ottengono buoni risultati. Se non riescono a stare 4 ore in una classe, questi ragazzi come faranno a sopportare la fatica del lavoro che li aspetta? La scuola deve preparare alla vita!!!!

 
22/09/2009 - decreto salva precari (Rita De Cillis)

Gent sig Vicini Riporto le sue parole e reagisco: E’ bene porre termine all’indecente meccanismo che crea e riproduce il precariato, gestendo in modo dignitoso e corretto (non assistenzialistico) il problema di chi si trova ora senza lavoro mi può spiegare in che direzione va il decreto salvaprecari se non nella direzione che lei stesso ha indicato. Perchè si fa un decreto salvaprecari invece di immettere in ruolo i docenti precari che ogni anno ricoprono cattedre di cui non si capisce l'origine? Rita De Cillis

RISPOSTA:

Gent.ma Sig. Rita, vorrei essere ancora più esplicito nel ribadire che il mio intento non è quello di giustificare o sostenere il MODO con cui il governo e buona parte delle Regioni stanno affrontando la questione “precari”. Dico che è indecente il modo in cui in questi decenni si è continuato a riprodurlo (vedi l’articolo comparso su queste pagine di Bertagna), con un vasto complesso di complicità, che comprende anche le forze sindacali. Osservo, perché ne ho più diretta esperienza, che ad es. in Lombardia si sta cercando di battere una strada non assistenzialistica. Per il resto, ovvero, sul perché lo Stato non abbia scelto la strada dell’immissione in ruolo, beh, la domanda va girata a chi di dovere. Resta comunque il fatto che se non si arriva ad incidere sul meccanismo che genera il fenomeno, neppure questa ennesima sanatoria risolverebbe il problema.

 
22/09/2009 - Risposta: i “tuttologi scientifici” non esistono (Michele Borrielli)

Mi pare di capire che l’articolista non consideri attentamente “da chi” sia costituita attualmente, IN ITALIA, la importante risorsa dei docenti di discipline scientifiche. Forse intende delineare futuri neolaureati scientificamente “tuttologi” (““ibridi” con competenze spalmate nelle varie discipline”,scrive Giavazzi). Ritengo pertanto le sue affermazioni sia “fuori luogo”(non considerano la situazione italiana) che “fuori tempo”. Tali ipotetici, non auspicabili,“superlaureati” NON SONO GLI ATTUALI DOCENTI, che si caratterizzano per un percorso formativo universitario fortemente monodisciplinare. Non è più possibile continuare con il criterio che aver sostenuto 1-2 esami universitari di chimica e/o averla insegnata sia requisito sufficiente per poterla insegnare. Bisogna procedere ad una naturale scissione e divisione di compiti [la Chimica al Laureato in Chimica (oltre 20 esami di discipline chimiche sostenuti!), le Scienze naturali o biologiche al laureato in Scienze Naturali o Biologiche (in media 1-2 esami chimici)],che non comporterebbe affollamento di discipline, ma porterebbe a un’utile sinergia, anche in termini di propedeuticità. Le scienze naturali infatti, vanno studiate dopo la chimica inorganica, e le scienze biologiche dopo la chimica organica. Riguardo alle correlazioni, nulla vieta un sano e produttivo lavoro di équipe su temi che riguardino diverse discipline (ad es. quelli ambientali). Il problema esiste anche nei Licei, con poche ore e discipline-calderone

RISPOSTA:

Due osservazioni. Prima, di metodo: un conto è la considerazione di come le cose dovrebbero essere, e, quindi, se è giusto ragionare su di una modifica degli assetti vigenti; un altro di quello dello stato di fatto. Appellarsi al secondo (attuale impostazione accademica con formazione monodisciplinare dei docenti), per sostenere che la necessità di cambiamento è “fuori luogo” e “fuori tempo”, non mi pare un buon argomento. Diciamo piuttosto che se si conviene sulla necessità di modificare la fisionomia professionale del docente, occorrerà contestualmente incidere anche sull’attuale impostazione formativa accademica dei docenti. Ovvio. Seconda, di merito: mi spieghi perché sostenere che l’attuale campo di dominio “disciplinare” debba essere rivisitato ed allargato, equivale a ipotizzare docenti tuttologi. Come ho scritto, un dominio deve sempre esserci. Altrimenti si vende aria fritta. Ciò detto, vorrei però osservare che: a) ogni confine disciplinare è di per sé problematico, storico e per certi aspetti convenzionale, se non arbitrario; b) un conto è una formazione rivolta alla ricerca accademica (specializzata in senso monodisciplinare), un altro quella rivolta all’insegnamento; c) già oggi le attuali classi di concorso aggregano campi disciplinari diversi. Ad es., pensando al sottoscritto, filosofia con storia. Ma, mi chiedo, perchè non con letteratura (la filosofia non è forse un genere letterario?), con matematica (forse che mancano le contaminazioni e che tanti problemi matematici non sono filosofici e viceversa?), o con fisica, diritto, ecc. Cosa dobbiamo dire? La storia l’insegnano gli storici e la filosofia i filosofi? O: prima la storia e poi la filosofia, in base a un presunto schema neo-comptiano di classificazione delle scienze? Mi sembra un po’ ridicolo, non solo sul piano della formazione del docente (che non deve essere formazione finalizzata alla ricerca accademica), ma anche sullo stesso piano delle nuove acquisizioni e riflessioni sugli statuti epistemici dei saperi.

 
22/09/2009 - per Maranzana (lucia bonanno)

Finalmente un intervento in positivo. Leggo i suoi commenti critici su cui spero si apra un dibattito. Una mamma preoccupata

 
22/09/2009 - Insomma, la migliore delle riforme possibili... (simone borri)

Devo dire che leggendo gli articoli proposti quasi quotidianamente su questo giornale appare in modo chiaro che la riforma Gelmini (o Moratti? o ancora meglio Tremonti?) è fuor di ogni possibile e ragionevole dubbio la migliore delle riforme possibili! Già, perché se si tagliano le cattedre è un bene perché si può risparmiare, se si tagliano le ore non è detto che questo vada a scapito della qualità di quel (poco) che si insegnerà e via dicendo. A questo punto mi aspetto di leggere nei prossimi giorni che è bene lasciare molti precari perché si incentiva in loro la spinta di dare di più, che è positivo aumentare il numero di alunni per classe così magari si scaldano di più tra loro e d'inverno si può risparmiare anche sul riscaldamento, che è bene lasciare le scuole fatiscenti così se vengono giù possiamo farci quanche centro commerciale al loro posto...

RISPOSTA:

Non banalizziamo o travisiamo: nessuno vuole le scuole fatiscenti o gli alunni accalcati come bestie in aule-stalla. E’ bene porre termine all’indecente meccanismo che crea e riproduce il precariato, gestendo in modo dignitoso e corretto (non assistenzialistico) il problema di chi si trova ora senza lavoro; è bene iniziare a gestire in modo equo le risorse (vedi rapporto alunni/docenti) destinate alla scuola statale, iniziando a riaggiustare un pochino le forti disparità e gli sprechi che interessano in particolare alcune aree del territorio nazionale; è assolutamente necessario che le scuole di Stato, non solo quelle paritarie, rispettino le leggi dello stesso Stato, in materia di sicurezza. E che a tutti siano garantite le condizioni materiali per fruire dei propri diritti. Per il resto: la qualità la si ottiene con la qualità, controllando i risultati e non solo buttando altre risorse nel calderone. La scuola italiana così non va bene ed ha bisogno di un salto di qualità. Sulla cosiddetta riforma Gelmini, poi, ovvero nel merito dei Regolamenti, diverse sono le perplessità. Ma è un altro discorso.

 
22/09/2009 - i tagli alla scuola primaria (Luisa Memore)

Prendiamo invece il caso della scuola primaria (o elementare come veniva chiamata un tempo). Un tempo, appunto, i bambini frequentavano solo durante il mattino, mangiavano a casa e a casa con i genitori o i nonni svolgevano i compiti. Poi è arrivata la necessità (o l'opportunità) di lavorare anche per le madri. E non tutti dispongono di nonni disponibili.. allora è stato inventato il doposcuola. Con il tempo si è strutturata un'offerta differente, un tempo scuola di 8 ore che prevede attività formative sia al mattino che al pomeriggio ma anche momenti di lavoro di gruppo grazie alla presenza di più insegnanti. Lo hanno chiamato tempo pieno. Che cosa è meglio? Certo che una famiglia già acculturata con un genitore che segue il figlio a casa è più a misura di bambino, ma la società di oggi non lo permette più. Decidiamolo prima: o le bambine studiano solo fino ai dieci anni e poi seguono un corso di economia domestica - e rimangono dipendenti da padri e mariti per il resto della loro vita - o permettiamo ai bambini di crescere con una scuola che li accompagni come un tempo la famiglia. Allora si investa in tempo, laboratori, insegnanti.. non ha senso accorpare classi e tagliare sui costi come si sta facendo. Non sarebbe meglio evitare di aumentare il contingente italiano in Afghanistan o non ordinare 131 cacciabombardieri?

RISPOSTA:

È chiaro che in determinati contesti, specialmente nelle aree più urbanizzate e con una certa tipologia di sviluppo, diventa improponibile lasciare i bambini a casa, se a casa non c’è chi se ne può far carico... E comunque la soluzione organizzativa e temporale dei percorsi deve costituire una libera scelta degli utenti, cui la scuola risponde. Nessuno d’altra parte sta riproponendo il modello agreste-pastorale dei bei tempi (ammesso che fossero tali). I problemi, piuttosto, sono altri: 1° a chi spetta in prima istanza l’educazione; 2° se la qualità della formazione è data da più tempo, più laboratori, più insegnanti, più ecc. Sulla prima questione non concordo assolutamente. Sarà la mia indole anarchica, ma io non vorrei dipendere da una Istituzione Statale. L’educazione e la formazione della persona sono una questione di libertà. Anche nel caso di una soluzione a “tempo pieno”, penso che la scuola debba mantenere il rango di servizio al pubblico e non di soggetto (il fascismo, si spera, è passato); che quindi il primato vada alla famiglia ed alla comunità, nel rispetto del singolo. Sulla seconda, mi sono già espresso.

 
22/09/2009 - autonomia non blocca tagli scientifici-contro OCSE (Michele Borrielli)

Mi si corregga se sbaglio, ma il numero massimo di 30-32 ore settimanali è un limite tassativo. I tagli sono, contro le indicazioni OCSE, assurdamente selettivi a danno delle discipline scientifiche e tecnologiche (nel triennio finale -20%, che stride con aumento del 15% di Italiano, nel biennio iniziale taglio fino al 60%). Nel forum de la Tecnica della Scuola un forumista scrive che “Il famoso 20% di autonomia(…)deve esercitarsi(…)nei limiti dell'organico concesso dal ministero(…). Tanto per capirci: se ti danno una cattedra di lettere in organico di diritto, tu - scuola - puoi anche decidere di usarne solo l'80%, ma sappi che poi nessuno ti pagherà l'equivalente del 20% di ore rimanente, se volessi magari usarle per fare Laboratorio di Fisica e Chimica - ma, certo, puoi sempre impiegare lo stesso prof di lettere anche per questo insegnamento, c'è l'autonomia... cioè: per effetto dei nuovi quadri orario si avrà un’insufficiente dotazione di docenti discipline scientifiche e tecnologiche, per i futuri istituti tecnici e licei, e senza un organico scientifico e tecnologico adeguato è IMPOSSIBILE una correzione di tali storture mediante la percentuale dell'autonomia. Quindi i nuovi regolamenti vanno rivisti, aumentando il monte ore complessivo delle discipline scientifiche e tecnologiche. Poi del monte ore complessivo di tali discipline e dei relativi docenti, le scuole decideranno che fare, nel rispetto delle competenze di ognuno (es: la chimica al chimico 33A e non al biologo)

RISPOSTA:

Vediamo di non confondere le cose. Un conto è la questione della riduzione oraria e se essa comporti, di per sé, un depotenziamento qualitativo dell’insegnamento. Un altro riguarda il come ciò viene realizzato, ovvero la nuova connotazione dei piani di studio e dei profili formativi delineati dalle bozze di Regolamento, con il rischio di un complessivo depotenziamento, in termini orari e soprattutto nell’Istruzione tecnica e professionale, della dimensione scientifica e tecnologica. Preoccupazione per diversi aspetti condivisibile. Un altro ancora, invece, concerne la riproposizione – “la chimica al chimico 33A e non al biologo”! - della vecchia equazione Laurea - disciplina - classe di concorso e, corrispettivamente, dell’identificazione della professionalità docente con la propria, specifica formazione accademico-disciplinare. Non penso che ricondurre la professionalità docente al recinto ristretto di uno specifico dominio professionale significhi valorizzarla. La professionalità del docente deve avere sì un proprio ambito, ma non ristretto, per area e non per singola disciplina e poi, contestualmente, richiede capacità di sviluppare e sostenere dinamiche di apprendimento, attraversando i diversi ambiti e linguaggi della cultura e delle scienze, in rapporto allo sviluppo di competenze chiave per la vita e la professione. E tali competenze, come ben espresso nella Raccomandazione europea del 18 dicembre 2006, non solo connettono la dimensione scientifica e tecnologica in senso lato, ma “si sovrappongono e sono correlate tra loro” secondo una logica decisamente non disciplinaristica. Sul richiamo all’OCSE, mi permetto poi di rinviare ad una attenta lettura complessiva e non parziale del documento. Vedi a questo proposito l’articolo di Ribolzi di qualche giorno fa su queste pagine.

 
22/09/2009 - Un uovo fuori dal cavagnolo (enrico maranzana)

La vitalità e l'efficacia del servizio scolastico si osservano nei lavori di classe. L'articolista indica come caratteri qualificanti la proposta descritta sia l'unitarietà di intenti, sia la cooperazione tra insegnamenti. Nei documenti dell'istituto Ivo de Carneri si può leggere: "I docenti si propongono come allenatori, facilitatori, affinché gli allievi apprendano gli strumenti che li renderanno capaci di continuare a imparare, preparandosi consapevolmente sia alla continuazione agli studi sia all’ingresso nel mondo del lavoro e delle professioni" [Riformulazione dell'art. 2 legge Moratti che afferma l'unicità dei traguardi formativi/educativi e dichiara la strumentalità di abilità e conoscenze]. "Il corpo docenti dei nostri corsi è stato attentamente selezionato e scelto in base non solo alle conoscenze specifiche nelle varie discipline, ma anche alle loro capacità relazionali". Quale diversità tra il modello descritto e le proposte elaborate dalla nostra classe politica che a) frantumano disarticolando gli insegnamenti, eliminando tutti gli organi di coordinamento; b) vincolano il servizio al conseguimento di traguardi di natura disciplinare [conoscenze e abilità Cfr. bozza riordino licei]; c) privilegiano la libertà di insegnamento all'efficacia del servizio che implica la puntuale definizione dei traguardi formativi/educativi] [Cfr. i POF elaborati dalle scuole]. Significativo il richiamo a don Lorenzo Milani che appare nella Home Page del sito web della scuola.