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SCUOLA/ Il dibattito su conoscenze e competenze? Una questione mal posta

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Come ha spiegato il professor Eddo Rigotti, è in questione una vera incomprensione di cosa sia la cultura: essa è stata considerata una sovrastruttura rispetto ad una natura umana che in definitiva non ne avrebbe bisogno. Non è così. L’uomo è un “inferiore biologico”, per il quale la cultura è mezzo indispensabile di sopravvivenza: e questo a partire dall’arco e le frecce fino al modello matematico. Senza di essa il piccolo non potrebbe sopravvivere. Le “conoscenze” nascono sempre da una domanda di un soggetto di fronte a una realtà che lo provoca, in cui il soggetto porta un interesse, un bisogno, da cui a sua volta è vincolato.

Si tratta di punti di partenza positivi: la realtà e il soggetto, senza dei quali non c’è materia scolastica che possa interessare un ragazzo, essere appresa stabilmente, e tradursi in una crescita, cioè in padronanza (competenza). Conoscere è sempre un avvenimento di novità che fa crescere in un certo modo l’umanità di chi conosce; anche il percorso scolastico, attraverso certi passi e certi incontri (con autori, problemi, argomentazioni, pratiche) si giustifica se produce un incremento di umanità.

Correttamente le ultime definizioni di provenienza europea, dopo lunga gestazione, parlano di competenza come “padronanza” in un determinato settore di realtà, attraverso procedure e mezzi adeguati a rispondere in modo autonomo e responsabile a certi fini, e di capacità in termini di know how di fronte a compiti. Le conoscenze sono il risultato di un processo di assimilazione, non “contenuti”. Esse non possono essere distinte dal resto, se si configurano come curricolo, serie ordinata di gradini, sequenza in ordine progressivo, per il raggiungimento della padronanza. Per fare un esempio, dopo cinque anni che traduce dal latino un liceale deve aver raggiunto una competenza di ragionamento induttivo e inferenziale indispensabile in vari campi. Detto al contrario, uno studente di liceo raggiunge una competenza di ragionamento inferenziale attraverso, tra l’altro, la costante abitudine all’impegno interpretativo dei testi. Cioè tradurre non serve solo a sapere “che significa”. Ecco che il frangente in cui attualmente ci troviamo, per la pressione di concetti come “competenze chiave” e “certificazione”, ci obbliga a chiederci l’esito della conoscenza scolastica, e a ripensarla come strada necessaria ai giovani per arrivare alla padronanza e all’autonomia dell’età adulta.

 

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COMMENTI
11/01/2010 - conflitto competenze/conoscenze : falso problema (CARLA VITES)

Concordo perfettamente con l'autrice dell'articolo e mi permetto di aggiungere una citazione da Edith Stein, grande educatrice e pedagogista prima che mistica e teologa. "La vita della persona e il suo sviluppo non sono determinati dalle conoscenze ed abilità, ma al contrariio, questo sviluppo della persona, determina tutta la trafila". Questo secondo me rimanda alla grande impostazione del problema offerta dal Rosmini dell'apprendimento scolastico come passaggio dall'"noto all'ignoto" nonché dalla"sintesi all'analisi" e non il contrario come la non-cultura marxisteggiante ci ha inculcato nell'epoca del suo dominio strategico che dura tutt'ora. E' , su questo filone, a mio avviso, che si colloca appunto il citato pedagogista Don Luigi Giussani con la sua sottolineatura delle'esigenze ed evidenze primarie'.