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LA STORIA/ Milano, quell'incontro impossibile tra Al Jazeera e Mc Donald's

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Paolo segue una ventina di ragazzi delle medie. Lo raggiungono al Centro, in zona San Siro, dopo la scuola. La struttura dà loro il pranzo, perché molti di loro non hanno genitori o ne hanno solo uno e quasi sempre è la madre, perché il padre è rimasto nel paese d’origine. Prevalgono egiziani e marocchini, generalmente sono quasi tutti nordafricani. «Cominciamo con i compiti - racconta Camiciotti -. I libri semplificati per stranieri sono ormai indispensabili. Poi facciamo altro, impegniamo tutto il loro tempo: calcetto, teatro. Insomma attività strutturate». Ma chi non ha a che fare con persone del genere non può capire. L’educatore deve spiegare loro tutto: che quando si vuole una cosa si deve chiederla, che la violenza non è l’unica strada, che non si gira per Milano armati di coltello.

Persone, insomma, con le quali ripartire da zero, o quasi. E non è raro che da parte loro le prime aperture siano equivoche. «Bisogna stare attenti, il concetto di amicizia è rischioso. Deve essere chiaro che il nostro è un rapporto lavorativo. All’inizio i ragazzi ti chiedono di “colludere” con loro. Io non mi definisco mai loro amico, ma un adulto che si cura di loro, che ha a cuore la loro vita. Nella massima distinzione dei ruoli». E il loro approccio? «Devono capire che li abbiamo tirati fuori da un circuito penale, o da rapporti potenzialmente criminali. Quando arrivano da noi mostrano grande diffidenza. Non rispettano l’autorità. La nostra intendo, perché l’autorità del padre l’hanno molto chiara. Ma hanno forti difficoltà a relazionarsi con un ordine diverso da quello familiare. Per questo comandare serve a poco, vanno presi per mano e persuasi di quello che è bene per loro. Devono capire che possiamo fare un pezzo di strada insieme, e che anche se sono ai margini noi vogliamo loro bene per quello che sono, extracomunitari, poveri, spesso con precedenti penali. Devono capire che ricominciare è sempre possibile».

Stando al Centro i ragazzi prendono confidenza, lentamente nasce una stima. Dopo un po’ Camiciotti si è ritrovato ospite dei ragazzi che segue quotidianamente. «Ma quando vai a casa loro - prosegue Camiciotti - rimani stupito, perché non ti sembra più di essere in Italia. Buona parte vive in un contesto di case occupate o di abusivismo; ebbene, mi ha colpito come tutti, e dico tutti, abbiano la parabola satellitare e la tv sia sintonizzata sempre e solo su Al Jazeera. Così tutta la casa sente l’arabo. Poi c’è una differenza abissale tra le famiglie, mettiamo il caso, sudamericane e quelle islamiche. Sono stato a mangiare in molte famiglie, eravamo solo uomini perché le donne non erano ammesse. O mangiavano dopo di noi, per servirci, oppure in un’altra stanza. Le donne stanno in casa, hanno una vita sociale limitata al minimo».

Uno scenario che mette a dura prova i dibattiti, le inchieste, il perbenismo di tante opinioni politicamente corrette. Per le quali parlare di integrazione è ormai segno di distinzione sociale, quando invece per chi la vive e vi lavora è una fatica immane. «Il problema è la lingua, perché la lingua è davvero l’ingresso in un nuovo mondo. Bisogna però vedere come e quando questo avviene. La famiglia di prima immigrazione è quasi sempre impermeabile, non interagisce».



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