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LA STORIA/ Milano, quell'incontro impossibile tra Al Jazeera e Mc Donald's

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Molta confusione nasce dal fatto che vediamo noi stessi al posto loro, come se fossimo a Berlino o New York. E pensiamo che i figli degli immigrati, per il fatto di essere in Italia, entrino spontaneamente in rapporto con noi. Ma non è così. «È come se vivessero contemporaneamente in due mondi - spiega Paolo - il mondo di casa in cui si parla l’arabo, in cui c’è uno spaccato di vita che potrebbe essere pari pari quella del Cairo, di Algeri o Rabat, e poi l’impatto con il mondo esterno, quello che per i ragazzi è l’incontro con i loro coetanei, che vanno al cinema, che fumano, che mangiano da McDonald’s. Da un lato la rigidità di provenienza delle loro tradizioni, dall’altro la “decadenza” della civiltà occidentale. Ne sono affascinati ma al tempo stesso ne hanno paura, perché va contro le loro tradizioni».

Ma allora sorge la domanda: che cosa bisogna fare? «Come educatori partiamo dalla nostra esperienza personale. Essa ci dice che il cuore è uguale a tutte le latitudini. E prima o poi, domanda. Chiede, si interroga. Ecco, la scuola deve insinuarsi in questa domanda, raccoglierla, educarla. I ragazzini che nascono qua o che arrivano piccoli, nell’arco di due anni parlano l’italiano come lo parliamo noi. La distanza tra il nostro ed il loro mondo culturale è grande, ma proprio per questo la scuola ha un compito ancor più fondamentale. Deve educare per davvero, renderli capaci di incontrare qualcosa di diverso da loro, aiutarli a superare la diffidenza e l’ostilità».

Una fatica, dice Paolo, che val la pena di compiere. «Per noi il rapporto con le famiglie rimane essenziale, perché un approccio completo alla loro vita di persone non può lasciar fuori la famiglia. Chiamo le madri, le invito al Centro a bere un caffè, vado con loro a scuola a parlare coi prof. Con molta calma e pazienza il circolo chiuso si può rompere, e può nascere un rapporto di fiducia. Così è per i ragazzi. Sentono se una persona vuole loro bene. Allora decidono di fidarsi e di venirti dietro. E questo va a conferma del fatto che il loro cuore, nonostante le età diverse e quello che siamo e abbiamo fatto, è uguale al mio».

Ora c’è una squadretta di calcio. Paolo ha messo in piedi una squadra veramente internazionale, su undici otto sono di nazionalità tutte diverse, ma si rispettano e si intendono. E non giocano nemmeno così male. È la prova allora che un’integrazione è possibile, proponiamo convinti. Camiciotti però frena subito. «Ho i miei dubbi - dice -. Questo accade quando due persone anche molto diverse, ma consapevoli della propria storia e dei propri valori, si confrontano. Ma questa certezza della nostra identità noi occidentali l’abbiamo un po’ persa. Nelle scuole ho visto di tutto: presepi con le moschee e statue di Cristo con la kefiah per non turbare la sensibilità dei musulmani. Ma il dialogo non è questo. L’ho imparato dai genitori dei miei ragazzi. Hanno molta più facilità a relazionarsi con un’identità forte, che possa essere individuata e riconosciuta con chiarezza. Chiedono una posizione umana vera, anche se diversa dalla loro, ma non arrendevole. Il resto non importa».

 

(Federico Ferraù)



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