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LA STORIA/ Milano, quell'incontro impossibile tra Al Jazeera e Mc Donald's

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

«Sì, se ne parla sempre, ho però l’impressione che si ripetano formule un po’ vuote». La parola magica è sempre quella, “integrazione”. Questa volta, in modo insolito, i dibattiti arrivano al momento giusto. Giovanni Sartori e Tito Boeri si scontrano sul Corriere, venerdì vi ritorna con un editoriale Angelo Panebianco. Intanto scoppiano violenti disordini a Rosarno, in Calabria, tra immigrati e popolazione locale. Ma Paolo Camiciotti, milanese, 28 anni, studi alla Cattolica, con gli immigrati fa i conti tutti i giorni. È il suo lavoro. Lo incontriamo sabato mattina. Oggi non dovrebbe andare al “Centro”, ma ha comunque dato appuntamento ad alcuni dei suoi ragazzi per riaccompagnarli a casa. «Lavoro come educatore in un centro diurno per minori - racconta Paolo al sussidiario.net -. Accogliamo ragazzi dai sei ai diciott’anni con disagio sociale. Molti di loro o perché non hanno i genitori, o perché questi lavorano, se non venissero da noi sarebbero in mezzo a una strada. A mandarli sono i servizi sociali del comune di Milano, le scuole, il Tribunale dei minori».

Nelle scuole l’arrivo massiccio di extracomunitari ha posto problemi nuovi. Che prima vanno avanti in modo latente, ma poi esplodono. «Io lavoro con ragazzi delle medie, che dovrebbero essere dagli 11 ai 14 anni, in realtà l’immigrazione ha cambiato tutto. Se arriva dal Marocco un ragazzino di 15 anni e non sa una parola di italiano, non si può inserire nella nostra superiore al posto che gli spetterebbe per età anagrafica, perché non sa una parola, e uno come lui viene messo o in quinta elementare o in prima media. Con la situazione paradossale di una prima media in cui ci sono il ragazzino di 11 e quello di 18 anni».

Ma questo è solo uno dei problemi. «La realtà è che il nostro sistema scolastico - va avanti Camiciotti - non è pronto a reggere l’urto dell’immigrazione. A Milano il quartiere di San Siro è ormai un ghetto, ci sono intere scuole dove la presenza di italiani è ridotta al 10 per cento». Proprio l’altro ieri il ministro Gelmini ha proposto di mettere un tetto del 30 per cento alla presenza di stranieri nelle classi. «Secondo me è una buona idea. Ma dev’esserci una prevalenza di ragazzi che parlano l’italiano come prima lingua. Se mi metto nei panni di una famiglia italiana che ha un bambino in una classe dove il 70 per cento è di extracomunitari, cosa faccio? Lo sposto da un’altra parte, è chiaro. Risultato? Il ghetto. Per questi ragazzi la scuola è solo un parcheggio, ha una funzione contenitiva ma non li forma. E alimenta una sindrome del sospetto reciproco».



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