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Educazione

SCUOLA/ Riforma licei, se 30 ore vi sembran poche…



Pasquale D'Avolio


venerdì 15 gennaio 2010


 

Gli elementi che concorrono al quadro-orario

 

Ogni volta che si parla di riforme scolastiche, specie per le superiori, uno dei punti che genera maggiore interesse e maggiori polemiche (soprattutto tra gli “addetti ai lavori”) è il quadro orario. Certo, il quadro-orario è uno degli elementi basilari in cui si traducono concretamente finalità e obiettivi culturali di un certo tipo di Scuola «un piano di studi è sempre un’interpretazione concreta in un determinato momento storico, di una teoria della cultura e della scuola». Nei fatti il quadro orario di ogni tipologia di scuola, a livello nazionale, è il risultato di un compromesso tra: progetto pedagogico-culturale, esigenze formative degli studenti, problemi organizzativi, pressioni dei gruppi disciplinari e infine problemi di organici connessi alla formazione delle cattedre.

La successione va intesa in senso ascendente, partendo proprio dall’ultimo, che dovrebbe essere tale, ma finisce per essere il primo elemento preso in considerazione dai “redattori” del quadro orario, almeno per il passato. Ora non c’è dubbio che si debba tener conto dell’impegno orario dei docenti onde evitare troppi “spezzoni” (o “spezzatini” che dir si voglia) con un conseguente sovrabbondanza di discipline e un’eccessiva “dispersione” di docenti su più sedi (tralascio la questione quantitativa sul numero di docenti, che attiene all’“economia dell’istruzione” e che si scontra spesso con i problemi occupazionali del personale). Solo che questo aspetto dovrebbe essere risolto “a valle” o “ a monte” a secondo di come lo si consideri: una revisione delle classi di concorso e una diversa impostazione di piani di studio delle Università e delle SISS, o come si chiameranno in futuro le future scuole di specializzazione per docenti. Ma così non è.

Anche gli aspetti organizzativi sono importanti ai fini della determinazione del tempo-scuola: un carico orario eccessivo o troppo ristretto genera inevitabili problemi legati a questioni logistiche (mense, trasporti, locali) e alla necessità di personale ausiliario, cosa quest’ultima da non sottovalutare, nonché, nel I ciclo soprattutto, alle esigenze delle famiglie, specie quelle lavoratrici. In riferimento a quest’ultimo aspetto, occorrerebbe chiarire la differenza tra “servizio di istruzione”, in carico allo Stato, e servizio sociale, che dovrebbe spettare agli EELL e alle famiglie. Ma qui si aprirebbe una querelle senza fine, che finirebbe per mettere in discussione gran parte del “tempo pieno” specie nelle grandi città del Nord. I quadri orario non possono non risentire di tali problematiche, a patto che non condizionino in maniera eccessiva le progettazione curricolare.

Sulle esigenze formative degli studenti credo non ci sia molto da soffermarsi, perché credo tutti concordino sul fatto che la mission principale della scuola sia quella di creare spazi e tempi di apprendimenti adeguati alla loro età, al tipo di studi e alle caratteristiche specifiche se non dei singoli dello “studente medio”. 

Eppure sembra che questo sia l’ultimo elemento da considerare.

 

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Le “discipline” e le materie scolastiche

 

E veniamo a quelle che vengono chiamate le lobby disciplinari. Sorvolo su qualsiasi “interesse di bottega” dei luminari o baroni universitari delle discipline, così come vado oltre gli interessi molto più concreti dei docenti delle varie discipline che temono di perdere il posto o che vedono assottigliarsi le loro speranze di impiego. Nella maggioranza dei casi le lobby sono sincere, vale a dire sono convintissime che le loro discipline siano “fondamentali” e che una loro riduzione o addirittura scomparsa danneggi veramente la formazione dei giovani. Come non condividere la preoccupazione di chi teme una svalutazione del valore formativo della propria disciplina o magari giustamente ne difende l’utilità a fini pratici (penso ai docenti di lingue straniere), anche se chi scrive è più attento alle considerazioni del primo tipo, specie per una scuola del I ciclo o a indirizzo liceale? Ma qui bisognerebbe chiarire in cosa consista il valore formativo di una particolare disciplina e se questa “formatività” non possa essere “recuperata” altrove. Credo che in quasi tutte le discipline si possano ritrovare elementi di “formatività” trasversali a più discipline. Potrei fare l’esempio del latino, che a parere di tanti, racchiude in sé le caratteristiche non solo delle discipline linguistiche, ma anche di quelle scientifiche (da un punto di vista logico e metodologico, si intende). Basterebbe allora insegnare solo latino? Certo che no, ma siamo convinti che molte delle competenze logico-linguistiche potrebbero essere acquisite senza sovraccaricare il curricolo di ore di italiano-latino-greco-lingua straniera e matematica. Eppure i tre docenti delle discipline succitate (4 se ci aggiungiamo la matematica) vedrebbero lese le prerogative delle proprie discipline se si decidesse di progettare un percorso interdisciplinare o pluridisciplinare di 12 ore complessive invece delle 17 ora previste nei Licei classici (5+5+4+3). Sto parlando di una scuola dove i dipartimenti disciplinari lavorino unitariamente sugli e tra gli “assi culturali” più che sulle materie. E così una buona parte degli “obiettivi di apprendimento” in ambito grammaticale-sintattico potrebbero essere concordati collegialmente affidandoli a un unico docente. Potremmo superare le polemiche sulla mancanza di arte, musica nel biennio, perché nell’asse dei linguaggi ci possono rientrare tutte le discipline anche se a un livello certo di non avanzata formalizzazione. Condivido pertanto la risposta di Bruschi (“regista” della cabina di regia sui Licei) sulla mancanza di Diritto-economia nei bienni liceali. Ma l’insegnamento di storia-geografia di che cosa si occupa se trascura le “scienze sociali”, non intese naturalmente come discipline a sé? Ricordo che nel Progetto “Proteo” (evoluzione del Brocca) del 1996 si propose di eliminare la storia nel Biennio sollevando le più vibrate proteste, così come ci fu una sollevazione dei “geografi” sul Progetto ’92 quando fu proposto di eliminare la geografia. La storia e la geografia per ritornare agli esempi citati prima, almeno nel biennio, possono rientrare nelle altre discipline o nell’ambito “antropologico”, se l’obiettivo non è la conoscenza sistematica della disciplina, bensì l’acquisizione di determinate abilità e competenze. Idem per il diritto e l’economia, su cui tanto si piange (quanti docenti rischiano il posto?) Un’interessante proposta elaborata quasi 30 anni fa dal “Consiglio italiano per le scienze sociali”, che non ebbe fortuna, fu quella di elaborare un “programma” per le superiori articolato sui cosiddetti “blocchi problematici” in cui confluivano storia, geografia, economia, diritto e sociologia.

Mi limito ad esempi riguardanti l’area linguistica e storico-sociale che conosco meglio. Un discorso di “razionalizzazione” nello studio delle scienze fisiche e naturali sarebbe molto più importante, vista la vera e propria “lotta” senza quartiere tra fisici, biologi, naturalisti, chimici e altro. Ricordo soltanto il felice compromesso del Progetto Brocca che introdusse al Biennio l’insegnamento di “laboratorio di fisica-chimica”. Nell’esperienza del mio Liceo negli anni ’90 ricordo l’entusiasmo che pervase l’assistente di laboratorio, una figura poco considerata allora nei Licei scientifici.

 

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Dai Programmi ai Curricoli per competenze

 

Si tratta di ripensare ai curricoli, avendo presenti come dicevo prima, due indicazioni di fondo: una nuova teoria della cultura e della Scuola, che superi il vecchio enciclopedismo e la frammentazione disciplinare, e la “sostenibilità” del quadro orario da parte degli studenti. Di fronte a un ridimensionamento orario della propria disciplina l’obiezione solita dei docenti è che così non si riesca a sviluppare un “programma adeguato” della materia. La base del ragionamento sono ancora i programmi, i contenuti, più che gli obiettivi e le competenze. Si tratta naturalmente di “adeguare” contenuti agli obiettivi e su questa base costruire il monte-ore annuale o pluriennale, avendo presenti il “profilo in uscita” e la “sostenibilità” di cui si parlava prima. Invece solitamente il discorso viene rovesciato. Mi piace citare l’obiezione di un insegnante di storia il quale faceva presente che i programmi di storia di oggi richiedono tempi maggiori rispetto al passato dal momento che la storia contemporanea comprende un secolo in più! Facile ribattere che se fosse così, non si vede come risolvere il problema nel 2200, con altri due secoli da aggiungere. E stesso discorso si dovrebbe fare per le discipline scientifiche: di quanto si amplierebbe nel 2200 il programma di Fisica o Chimica e delle “nuove scienze” che nel frattempo nascerebbero? Prima di decidere se per matematica siano necessarie 3 o 4 ore settimanali, si tratta di accordarsi su quali sono gli obiettivi “irrinunciabili” (i nuclei fondanti o il syllabus, come veniva indicato dai matematici) e quali invece possono essere integrativi; oppure, rifacendomi a quanto dicevo prima, se una disciplina debba necessariamente comparire nel curricolo oppure le competenze che attraverso essa vogliamo raggiungere sono già presenti in altre discipline.

 

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Problemi pratici-organizzativi o didattici?

 

Vorrei accennare in fondo a un problema pratico sollevato da molti docenti: «con due ore alla settimana, come faccio a spiegare e interrogare almeno due volte nel quadrimestre gli alunni?». Mi astengo dalla risposta, non perché consideri banale l’obiezione, ma perché la questione richiama un complesso di problemi didattici, molto concreti, su cui ritengo il discorso meriterebbe un ampio approfondimento. Ancora una volta le questioni del quadro orario si intersecano con quelle di una didattica ferma in genere a modelli non più proponibili, ma che permangono ampiamente negli istituti superiori. Su questi dovrebbe soffermarsi molto la formazione dei docenti in vista dei nuovi Licei  

 

Conclusioni

 

In sostanza occorre decidersi se si intende continuare con l’attuale sovraccarico dei curricoli (perfino nei Licei si era arrivati a 34/35 ore) o si vuole davvero puntare a un ridimensionamento orario (il termine usato un tempo era il “dimagrimento dei curricoli”) con l’individuazione di un “nucleo forte” basato più sulle conoscenze-abilità-competenze che sul numero delle discipline o sulla loro durata. Era il vecchio dilemma dello stesso “Brocca” e, se i ricordi non mi ingannano, fu proprio Bertagna nel Convegno di Fiuggi del ’94 a proporre alcuni “rimedi” che in epoca pre-autonomia potevano essere visti come azzardati ma che oggi appaiono pienamente legittimi: trimestralizzazione o quadrimestralizzazione delle discipline, insegnamenti intensivi per alcune discipline in particolari periodi dell’anno con “compensazioni” periodiche, moduli pluridisciplinari ecc.) Tutte “complicazioni”, si intende; è così semplice stabilire l’orario settimanale annuale e che assembli il maggior numero di discipline possibili. Richiamo infine una felice intuizione di Ciampolini negli anni ’90 che ebbe una breve stagione di interesse nelle scuole: mi riferisco alla cosiddetta “Didattica breve”. Non sarebbe male riprenderla adattandola alla nuova situazione.



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COMMENTI
29/01/2010 - rieplica alle osservazioni (Pasquale D'Avolio)

Ho sempre apprezzato le “notazioni linguistiche”. Gran parte delle dispute filosofiche, diceva G.E. Moore negli anni 60 in “Etica e linguaggio”, derivano da problemi linguistici. Devo comunque replicare a Ragazzini che il temine “lobby”, pur avendo un’origine “neutra” nella cultura anglosassone, ha assunto una valenza negativa nella lingua italiana: i “gruppi di pressione” in genere agiscono per difendere interessi “particolari” a scapito di quelli generali. E’ evidente che quando parlo di lobby (o lobbies) non mi riferisco ai docenti delle scuole secondarie, ma piuttosto ai “baroni” universitari. Concludo dicendo che nel mio scritto non potevo utilizzare l’espressione “gruppi di pressione”: sarebbe venuta fuori una frase come “la pressione dei gruppi di pressione”!! linguisticamente impropria. Quanto alla “mission” al posto di “compito principale” devo dire che per una volta io, che sono tutt’altro che anglofilo, preferisco il termine inglese, che richiama proprio il concetto di “missione”, che in italiano si connota per una valenza più etica che professionale. Giacché ci siamo, anche per il termine “professionale” mi piacerebbe utilizzare il termine tedesco “beruf” che, come Bertagna insegna, ha una connotazione etica (“testimoniare” ). I prestiti linguistici hanno questo vantaggio. Quanto al resto, vedo che gli “scientifici” non riescono a liberarsi dal loro “disciplinarismo”.

 
17/01/2010 - insegnare diritto (massari annalisa)

Se è giusto che a insegnare la chimica siano i chimici è parallelamente giusto che a insegnare il diritto siano gli abilitati nelle materie specifiche i quali, nel curriculum universitario, hanno esami di diritto. Cosa potranno raccontare mai i professori di italiano ai ragazzi che chiedono tutti i giorni la ragione di una visione collettiva e non individualistica dei rapporti sociali? Quando chiedono spiegazioni su argomenti specifici come il sistema sanzionatorio, la ratio juris di tante norme, le differenze tra sistemi di civil law e di common law, tra l'impianto del processo penale in Italia e quello americano che si vede al cinema e in TV...Queste domande i ragazzi le fanno, tutti i giorni: chi saprà ripsondere loro? I prof. di italiano dovranno prendere la seconda laurea: in giurisprudenza. Noi intanto chissà dove saremo, rottamati fra due o tre scuole oppure in uffici pubblici, lontano dalla folla e dall'educazione dei giovani alla cittadinanza responsabile che non verrà fornita, tanto "non è insispensabile".

 
16/01/2010 - A CIASCUNO IL SUO: LA CHIMICA AI CHIMICI (Isabella Scordo)

Sono un'insegnante di Chimica laureata in Chimica Farmaceutica (CTF): ho insegnato in quasi vent'anni in varie tipologie di Istituti Tecnici e Professionali ( non potendo mai varcare la soglia dei Licei) con numerose soddisfazioni considerando che in questi istituti normalmente si iscrivono allievi con minori capacità e motivazione. Con orgoglio posso citare che due anni fa un mio allievo si è distinto alle Olimpiadi della Chimica sia a livello regionale che a quello nazionale. In questi anni mi ha sempre sostenuto l'entusiasmo degli allievi per questa materia e soprattutto per la attività di laboratorio, in cui si cimentano con passione vera, la stessa passione di cui il grande Primo Levi nell'"Altrui mestiere" svela l'intimo significato. Durante l'università ho affrontato una ventina di esami di chimiche varie, con numerose ore di laboratorio a frequenza obbligatoria, nonchè una tesi sperimentale di durata annuale: allora la mia era stata una scelta coraggiosa in quanto la selezione era durissima e difatti in pochi arrivammo alla meta finale. Prima dell'università avevo una conoscenza molto superficiale di questa materia,avendo frequentato il Liceo Scientifico dove si faceva (e si fa) solo un anno di Chimica con un insegnante che nella maggior parte dei casi è un laureato in Scieze e non in Chimica): credo che sia ora di rivendicare con forza che questa meravigliosa ma complessa materia sia finalmente affidata ai docenti più qualificati ad insegnarla!

 
16/01/2010 - insegnamento della Chmica (LUISA TAVECCHIA)

concordo. molti professori non sannno insegnare la chimica. Ma allora perchè il Ministero non convoca direttamente quei professori che hanno dato prova di saperla e di saperla insegnare (due cose non sempre scontate). I ragazzi che hanno passato il test per medicina, chimica, biologia hanno sicuramente avuto professori all'altezza. Ma questa riforma non è riforma. coglie solo piccoli aspetti e così non riforma niente. grazie luisa

 
16/01/2010 - L'insegnamento della Chimica ai docenti A013 (Rosario Saccà)

Non è una questione di lobbies ma è una richiesta giusta, richiesta dettata da fatti reali e da risultati quasi nulli. Vi siete mai chiesti perché le iscrizioni nei corsi di laurea di Chimica, Fisica e Matematica diminuiscono in tutta Italia? Nei licei non si insegna Chimica, si insegna confusione. Chi insegna una disciplina senza averla studiata, non riesce a trasmetterla correttamente agli alunni, a volte si trova in difficoltà e non sa rispondere alle domande degli alunni (ecco cosa accade spesso nei Licei: Ieri sera, un mio cugino, ha accompagnato la propria figlia, la quale frequenta la quarta classe del liceo scientifico, affinché le spiegassi le ossido - riduzioni, argomento ostico per gli alunni, specialmente se non lo si porge in un modo chiaro e semplice. La ragazza non aveva capito nulla e non riusciva a bilanciare le più banali reazioni di ossido riduzione. Dopo la mia spiegazione, sono bastati 15 minuti, era in grado di bilanciare anche le reazioni più complesse. Allora le ho chiesto in che modo il suo insegnante (docente della classe di concorso A060) avesse spiegato questo argomento. La sua risposta è stata: "...scrive una reazione alla lavagna e ci dice ragazzi questa è un'ossido - riduzione"). Ribadisco che la Chimica deve essere insegnata, in ogni scuola superiore, da docenti laureati in Chimica, Chimica industriale, CTF, laureati che hanno sostenuto alcune decine di esami di discipline chimiche l contrario di chi attualmente insegna la Chimica nei licei.

 
15/01/2010 - integrazione a precedente intervento (Michele Borrielli)

integro il precedente intervento: l’insegnamento “laboratorio di chimica e fisica” è da considerarsi un altro“calderone” in quanto se è vero che il laureato in chimica vecchio ordinamento ha 3 esami fisici+4 chimiche fisiche, il laureato in fisica v.o. ha sostenuto un solo esame di chimica. Pertanto o si affida il calderone "laboratorio di fisica e chimica" al solo docente chimico (per rispetto ai fisici sono contrario) o si fa nel primo anno la sola fisica affidata al docente fisico, e nel secondo anno la sola chimica affidata al docente chimico (questo avviene realmente in molti corsi di liceo scientifico tecnologico nei quali c'è questo ulteriore insegnamento-calderone). Altre soluzioni sono a mio parere autentici pasticci. Molto meglio quindi che anche nei Licei si agisca come negli istituti tecnici: la chimica affidata al docente LAUREATO IN CHIMICA della attuale A013, la fisica al docente fisico della a038, le scienze della terra e la biologia al docente laureato in scienze naturali e biologiche della attuale A060 (futura a-46). In Italia laureati scientifici plurispecialistici NON NE ESISTONO. Può essere, ma non è auspicabile che ce ne siano tra 10 anni e tra 30 sarebbero presenti nelle scuole in % significativa. Copiare il modello francese non ha senso, meglio riferirsi a quello svizzero, tedesco o inglese, dove per insegnare la chimica nei licei è necessaria la laurea specialistica e non ci si permette di accorpare chimica, fisica, e le scienze naturali e biologiche.

 
15/01/2010 - le lobbies sono altre, i CHIMICI usano ARGOMENTI (Michele Borrielli)

Anche a me pare improprio e fuori luogo parlare di lobbies in questo contesto. I docenti laureati in Chimica della attuale classe di concorso A013 (futura a-33) semplicemente segnalano che l'insegnamento-calderone "scienze naturali" (Chimica+scienze della terra e biologia) è un NO al progresso culturale scientifico e tecnologico, un NO gravissimo in un liceo scientifico, ma anche negli altri Licei: perchè agli studenti degli Istituti Tecnici e Professionali verrà garantito l'insegnamento della chimica da parte del docente laureato in chimica della attuale classe di concorso A013 mentre agli alunni dei Licei NO? Perchè nei Licei, a differenza di quanto avviene negli istituti tecnici, alla Chimica non viene riconosciuta dignità di insegnamento a sè stante e quindi la poca chimica presente nel "calderone" "scienze naturali" viene (e verrà?) insegnata dal docente laureato in scienze naturali e biologiche della attuale A060 (futura a-46) (in media 1-2 esami universitari chimici contro gli oltre 20 su 30 totali del laureato in chimica+tesi sperimentale di un anno? Oltretutto "sfuggono" a chi sta lavorando ai nuovi regolamenti fondamentali propedeuticità (la chimica va insegnata prima e separatamente rispetto alle scienze naturali e biologiche!). Quanto poi all’insegnamento “laboratorio di chimica e fisica” è da considerarsi un altro“calderone”: se è vero che il laureato in chimica vo ha 3 esami fisici+4chimiche fisiche, il laureato in fisica vo ha sostenuto un solo esame di chimica

 
15/01/2010 - lobby di insegnanti? nè ricchi nè potenti. (massari annalisa)

Mi sembra improprio,e anche scorretto sotto il profilo deontologico, che si parli di "lobby" riferendosi a noi insegnanti. La parola, infatti, anche se fosse nata senza significato denigratorio, lo ha indubbiamente acquisito nel tempo. Ora, io insegno Diritto ed Economia, e non mi sono mai sentita di far parte di una "lobby" (mi ci viene un po' da ridere)! Lo stipendio netto di noi insegnanti, dopo 25 anni di ruolo come me, non arriva a 1900 euro al mese, il nostro posto di lavoro,in conseguenza al numero degli iscritti o secondo le innovazioni introdotte dai vari riformatori, non è stabile. Non rappresentiamo nè un potere contrattuale (!) nè una forza elettorale certa e manovrabile dal potere politico, e questo il potere politico lo sa bene. Quale lobby? Certo, nel momento in cui si svaluta il nostro lavoro dicendo che l'insegnamento del diritto è trasversale ad altre materie un po' ci arrabbiamo e civilmente ci facciamo sentire. E il diritto di manifestare il nostro pensiero diventa espressione di un potere interessato dai risvolti poco chiari. Questo è dialogo? Posti di lavoro di prof di Diritto se ne perderanno moltissimi, negli anni. Sarà un lento stillicidio, ci troveremo a 60 anni su tre scuole,fuori comune, con il nostro lavoro pregresso svuotato di valore (da chi in cattedra a scuola non ci ha passato neanche mezz'ora) e il futuro vuoto di significato. Se fossimo una lobby non avremmo questo problema, anzi, il problema non si sarebbe neanche posto.

 
15/01/2010 - E' vero, ma questa riforma non ha scelto (roberto pellegatta)

Condivido la riflessione sull'importanza di scegliere per orari e curricoli meno gonfi degli attuali. Peccato che questo "riordino" che sta per essere varato (chiamarla riforma è proprio eccessivo !) non fa questa scelta: il classico non è veramente un classico, lo scientifico tanto meno, e così via. Nei tecnici e professionali poi addirittura si introduce il biennio unico con aumento di discipline teoriche. La stessa autonomia lasciata alle scuole si può esercitare "aumentando" il numero di materie. Quindi le 30 ore non portano la vera scelta per un "curricolo essenziale", come in altri sistemi più autonomi. Peccato ! Una grande occasione sprecata !!

 
15/01/2010 - Notazione linguistica (Giorgio Ragazzini)

Un'osservazione linguistica. Nel testo ci sono "lobby" e "mission". La prima parola si è ormai acclimatata nel linguaggio politico sia per la sua brevità rispetto a "gruppo di pressione" che per lo spessore storico-politico (è interessante la sua origine, che non contiene affatto connotazioni negative); la seconda non si capisce per quale motivo venga usata, se non per acritico americanismo: non si può dire tranquillamente, invece di usare "mission", "il compito principale della scuola"?