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SCUOLA/ 1. Quanto gioca l’emozione nell’apprendimento?

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A fine agosto l’ADI (Associazione Docenti Italiani) ha promosso un convegno sul tema “Chiamale emozioni. Gli aspetti sociali ed emozionali dell’apprendimento”. Curioso il titolo, con echi di battistiana memoria, ed interessanti le considerazioni che sono state proposte nello svolgimento dei lavori. Senza cadere nello psicologismo, le relazioni susseguitesi nel convegno offrono spunti di riflessione su elementi “problematici” che gli alunni delle nostre scuole presentano nel nostro tempo attuale.

Si è già detto in un precedente articolo della crescita esponenziale delle difficoltà nell’apprendimento dei bamibini/ragazzi.

Difficoltà di apprendimento che troppo facilmente (forse) vengono attribuite o a cause organiche o a deficienze intellettive. Fioriscono diagnosi di dislessia, a volte in percorso scolastico avanzato (alla scuola superiore), di discalculia o generalmente di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento). La scuola, di fronte a tali verdetti, si impegna a trovare nella sua azione didattica modalità e strumenti che facciano da scaffolding allo sviluppo cognitivo degli alunni. Ma questi interventi sono condizione necessaria e - in certi casi - non sufficiente per affrontare il problema delle difficoltà di apprendimento in tutti gli elementi che possono ostacolare quest’ultimo.

Jerom Bruner sosteneva già nel 1966 che «lo sviluppo cognitivo non può essere interpretato al di fuori di una cultura, al di fuori cioè delle mediazioni emotive, educative e sociali che lo rendono possibile». E, ancora, Daniel Goleman sostiene che l’uomo possiede due menti: la mente razionale, che pensa, e la mente emozionale, che sente. Queste due menti interagiscono fra di loro continuamente per costruire la nostra vita mentale.

Le emozioni possono determinare effetti positivi o negativi nell’apprendimento: ansia, senso di impotenza, disistima di sé eccetera. Alcuni di questi “inciampi nell’apprendimento” possono essere generati da situazioni che l’alunno vive all’esterno della scuola: in famiglia richieste esagerate di prestazione da parte dei genitori, altissime “aspettative” di questi ultimi sui figli, cattivi rapporti coi coetanei fino all’estremo di assumere il ruolo di vittima di piccoli bulli in erba, non per questo meno minacciosi.

Ma anche la scuola, involontariamente, può generare ostacoli emotivi all’apprendimento o, come si è detto più sopra, lavorare solo sulle stimolazioni della sfera cognitiva.

 

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COMMENTI
16/01/2010 - ...QUANTO GIOCA L'EMOZIONE NELL'INSEGNAMENTO? (Anna Di Gennaro)

Interessante e condivisibile. Segnalo un testo di autovalutazione speculare all'apprendimento di uno dei miei "maestri", il prof. Pasquale Picone. Mi limito a riportare uno stralcio del suo libro, pietra miliare della mia formazione in itinere. SUPERVISIONE E FORMAZIONE PERMANENTE Per il futuro della Professionalità Docente (Edizioni Sette Città, Viterbo marzo 2004) “La motivazione alla conoscenza, se vissuta come processo di trasformazione e di individuazione, implica, a diversi livelli e in svariati settori, la passione per i processi formativi, propri e altrui. Le storie personali e professionali sono, eminentemente, storie di formazione. Essere immersi nel mare mosso delle organizzazioni formative del presente, significa spesso investire energia, per nuotare e tenersi a galla. Significa un impegno continuo di osservazione e auto-osservazione, di comprensione. Per vedere, almeno, dove si sta andando…Non è più possibile - i tempi, l’economia globale, e l’Europa non lo consentono più – assistere a tanti sprechi diffusi di risorse umane, di esperienze e patrimoni conoscitivi. Risorse, di chi ha investito anni, passione, energie e professionalità parallele nella propria formazione. Sprechi, attraverso la conflittualità, talvolta stolida, tra docenti e studenti; tra docenti e genitori; tra i docenti stessi; tra dirigenti scolastici e collegi docenti. Attraverso l’emarginazione, l’esclusione dei più motivati.” L'auto osservazione in azione resta uno scoglio per troppi docenti!