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SCUOLA/ La libertà di educare non può essere scambiata per cattiva autonomia

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La situazione implica, dunque, che si ragioni non più nei termini di un centro che controlla la periferia, bensì in quelli di un sistema di scuole che si organizza in modo che le punte di eccellenza esistenti influiscano sulle più modeste (quanto a risultati) che si collegano per imparare.

Risiede in questa pratica del mettersi in rete, per paragonarsi e per migliorare la proposta culturale e formativa, il senso proprio dell’autonomia degli istituti scolastici che il rapporto di Italia Futura demonizza invece come fonte dell’abbassamento della qualità delle conoscenze («Prendete l’esempio dell’autonomia: la sua evocazione allude ad una condizione della scuola che si fa capace di rispondere in maniera finalmente adeguata ai diversi bisogni formativi degli alunni, alle richieste delle loro famiglie, alle specificità locali. Ma come tutto questo si realizzi non ci è dato di sapere»). 

Il problema è semmai di uscire da una concezione statica e individualistica dell’autonomia per approdare ad una dinamica di rapporto virtuoso ed efficace tra scuole (e tra insegnanti), a vantaggio di tutto l’insieme.

E la sfida del confronto e del paragone non riguarda solo le scuole di uno stesso territorio, ma ugualmente gli stessi insegnanti (in questo caso i maestri), la cui professionalità è strettamente legata ad una vocazione comunicativa che non si può vivere da soli. Il docente è chiamato ad insegnare e a verificare se e come ciò che è stato trasmesso è stato accolto. La cultura è una coltivazione avente in sé la necessità di assumere la realtà alla luce di un criterio, di un significato comprensivo di tutto il reale. Un simile sguardo si apprende nell’incontro con altri, in una libertà di relazione e di azione, per cui il maestro è educatore, cioè tramite di cultura, se a sua volta si educa e si mette in rapporto.

Tutto ciò non lo si ritrova certo tra le teorie pedagogiche che hanno sostituito spesso il buon senso (su questo il rapporto dell’associazione di Montezemolo dice il giusto), ma nemmeno nei programmi scolastici vecchia maniera (quelli che le Indicazioni nazionali hanno abolito) che non salvano (non hanno salvato) da un certo degrado culturale.

 

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COMMENTI
21/01/2010 - Col buon senso non si va lontano..... (Franco Labella)

Buon senso, buon senso, buon senso: ma cosa è diventata la nuova categoria dell'ermeneutica? La nuova moda del momento è contrapporre il buon senso alle ideee dei pedagogisti? Nelle società complesse tutto si riduce alla semplificazione buonsensista? Il buon senso è "democratico" ma siamo anche sicuri che sia lo strumento giusto? Anche perchè se si deve giudicare dalle applicazioni recenti del buonsensismo (penso al c.d. riordino delle superiori, ad esempio, e ad alcuni teorici del buonsensismo in esso implicati)verrebbe da dire: aridatece i pedagogisti! Franco Labella