mercoledì 27 gennaio 2010
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Riassumo alcuni possibili provvedimenti solo per punti, visto che ne abbiamo dibattuto spesso anche su queste colonne e non voglio abusare troppo della pazienza di chi ci legge. Dal punto di vista generale occorre smettere di pensare alla scuola come l’unico luogo dove si acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie: ammesso che sia mai stato così, certamente oggi si apprende molto di più (in senso quantitativo) fuori dalla scuola. Smettere di pensare agli 11-13 anni di un ciclo di formazione, come l’unico periodo nel quale si acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie: una bambina che nasce oggi vivrà 100 anni e non si può pensare di mettere tutto ciò che le serve nel suo zaino, pena appesantirlo troppo e per giunta di strumenti che potranno risultarle inutili. Cominciare a pensare che la dispersione scolastica sia un problema del Paese e non dei ragazzi dispersi. Più nel concreto: 1) rivedere i cicli scolastici, accorciando di un anno il percorso. 2) Abolire la bocciatura e passare ad un sistema di certificazione delle competenze e classi di livello. 3) Dare in capo alle regioni anche l’istruzione professionale. 4) Diffondere capillarmente l’apprendimento “Hands On – Minds On”. 5) Generalizzare percorsi di alternanza scuola-lavoro: generalizzare, ovvero anche per gli studenti che frequentano il liceo. Come si può vedere, niente di trascendentale o di sconvolgente: basta volerlo.
Riassumo alcuni possibili provvedimenti solo per punti, visto che ne abbiamo dibattuto spesso anche su queste colonne e non voglio abusare troppo della pazienza di chi ci legge. Dal punto di vista generale occorre smettere di pensare alla scuola come l’unico luogo dove si acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie: ammesso che sia mai stato così, certamente oggi si apprende molto di più (in senso quantitativo) fuori dalla scuola. Smettere di pensare agli 11-13 anni di un ciclo di formazione, come l’unico periodo nel quale si acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie: una bambina che nasce oggi vivrà 100 anni e non si può pensare di mettere tutto ciò che le serve nel suo zaino, pena appesantirlo troppo e per giunta di strumenti che potranno risultarle inutili. Cominciare a pensare che la dispersione scolastica sia un problema del Paese e non dei ragazzi dispersi.
Più nel concreto: 1) rivedere i cicli scolastici, accorciando di un anno il percorso. 2) Abolire la bocciatura e passare ad un sistema di certificazione delle competenze e classi di livello. 3) Dare in capo alle regioni anche l’istruzione professionale. 4) Diffondere capillarmente l’apprendimento “Hands On – Minds On”. 5) Generalizzare percorsi di alternanza scuola-lavoro: generalizzare, ovvero anche per gli studenti che frequentano il liceo.
Come si può vedere, niente di trascendentale o di sconvolgente: basta volerlo.
Non avendo ottenuto risposta dal prof. Bertagna, ci riprovo con Campione che pure lui scrive: "Dal punto di vista generale occorre smettere di pensare alla scuola come l’unico luogo dove si acquisiscono le competenze e le conoscenze necessarie". Posso porre a Campione la stessa domanda che ho posto,senza esito al prof. Bertagna? E cioè quanti serramentisti milanesi conosce che spiegano ai loro apprendisti la resilienza dell'alluminio usato per costruire gli infissi? Dal mio osservatorio meridionale non conosco falegnami lucani che spieghino ai loro giovani apprendisti perchè, con la glogalizzazione, è divenuto poco conveniente usare il legno di noce nazionale. Chiamerebbero, poi, la neuro (per ricoverarmi ovviamente) se provassi a chiedere quanti datori di lavoro spiegano ai loro apprendisti il contenuto dell'art. 36 della Costituzione. Di questi tempi, poi.... E sempre a proposito dell'idea dei benpensanti che la scuola serva:in uno dei commenti qui sotto le Regioni, certamente per un comprensibile lapsus, da 20 diventano 24. Pensate che l'apprendista a cui accorceremo il percorso scolastico se ne accorgerà? Franco Labella
Il Prof. Pesce giustamente mi chiede "quanti insegnanti...". Secondo me molti di più di quanto comunemente non si pensi e molti di meno di quanti sarebbe necessario (e eticamente "giusto"). La risposta non sembri solo un gioco di parole perché le assicuro che sono serissimo
Analisi stimolante e che sarebbe utile leggessero in molti ma, sulle conclusioni "più nel concreto", mi si permetta qualche osservazione: 1) l'istruzione professionale alle Regioni perchè assessori, enti di formazione, associazioni ed esperti vari possano ridurla come la formazione professionale (e senza renderne conto a nessuno...) 2) certificazione delle competenze, magari nei distinguo deliranti di non formale, informale e formale per ragazzi, casalinghe e cassaintegrati vari, validate dal solone di turno e non riconosciute da nessuno? 3) "diffondere capillarmente l'apprendimento hands on - minds on" in un Paese in cui i soggetti titolati ad intervenire in materia di istruzione/formazione/lavoro sono (almeno): tre Ministeri, 24 Regioni e due Provincie autonome, Associazioni Datoriali e Sindacali, Enti di Formazione pubblici e privati ed Università, ovviamente in completa ed allucinante autonomia, senza rendere conto dei risultati a nessuno e ovviamente preoccupandosi, proritariamente, di campare, chè tutti "tengono famiglia". Probabilmente niente di trascendentale ma, sullo sconvolgente, non ci scommetterei... Cordialmente
Salve. Ottimi suggerimenti, ma quanti insegnanti in Italia, indaffarati a "finire il programma" ed impartire nozioni mnemoniche, sono in grado di capire queste cose? Prof. Pesce Antonello I.I.S. "Vallauri" - Fossano
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