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SCUOLA/ Compiti a casa: un incubo che può trasformarsi in occasione

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In tempi di emergenza educativa e di riforme più o meno vessate e criticate, porre i riflettori su un elemento “marginale” come i “compiti a casa” può apparire fuori luogo. Eppure i grandi proclami e i grandi cambiamenti sono realizzabili a fronte di chiarezze e di consapevolezza del valore dei piccoli tasselli che garantiscono un ambiente educativo.

Si sostiene trasversalmente che - unitamente alla crisi della funzione educativa della scuola - la nostra società mostra un cambiamento antropologico sociologico della famiglia, una debolezza intrinseca a tale struttura sociale. La scuola - si dice - è in crisi anche a causa della perdita del suo interlocutore/alleato storico: la famiglia non crede più nella scuola come “ascensore sociale”, come ambiente necessario per la crescita umana e culturale dei propri figli. Soprattutto - e l’ha dimostrato l’insuccesso dei decreti delegati, -  è difficile trovare un punto di contatto e di dialogo autentico tra l’istituzione scuola e la famiglia. Si verificano spesso situazioni di contrapposizione tra i due ambiti in cui dovrebbe accadere “educazione”. E a ben guardare la sfida tra i due soggetti non è necessariamente alimentata da posizioni ideologiche o antropologiche contrastanti. La sfida si accende trasversalmente a partire dalla pratica dei rispettivi ruoli su elementi che strutturano la cifra educativa di scuola e famiglia: le regole che governano i rapporti e la socialità, la concezione positiva circa le fatiche da chiedere a figli e alunni e le modalità opportune di “aiuto” per agevolare una crescita “sana” nei soggetti in educazione, il valore e le modalità di esecuzione dei compiti che la scuola assegna agli alunni.

Compiti a casa. Oggetto di annosi e sostenuti dibattiti in chiacchierate tra docenti, tra genitori e congiuntamente in momenti istituzionali quali incontri per genitori promossi dalla scuola e assemblee di classe. Philippe Meirieu, già docente ed ora professore universitario, molto attivo nel dibattito politico culturale, ci regala uno scritto del 1987, rivisitato nel 2000, dal titolo I compiti a casa. Genitori, figli, insegnanti: a ciascuno il suo ruolo.

Raramente si trova in un saggio di pedagogia tanta competenza e sensibilità magistrale, nata dalla riflessione sull’esperienza diretta, e tanto buon senso proiettato a rinvenire soluzioni efficaci perché uno dei nodi scorsoi nel rapporto scuola/famiglia si trasformi in occasione educativa e culturale soprattutto per l’alunno/studente.

La lotta tra guelfi e ghibellini è sempre aperta. Sì compiti a casa, no compiti a casa, pochi compiti, troppi compiti. L’esito di tale querelle è che i compiti diventano a volte oggetto di disturbo e distorsione dei rapporti familiari, fino a trasformarsi in ricatto da parte dei genitori: «Se mi vuoi bene, devi studiare la lezione!» «Se fai i compiti, ti faccio un regalo…» e così via. Diventano, altre volte, momento di conflitto e di stress con il genitore che alle nove di sera, dopo una giornata di lavoro, si sente “obbligato” dal proprio ruolo e dal rischio di fare “brutta figura” con la scuola ad accollarsi anche quell’impegno. Con la conclusione che sia genitori che figli arrivano ad odiare i compiti a casa (e magari la scuola).

 

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