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DIBATTITO/ A scuola o in famiglia, cosa fare quando la tradizione non basta più?

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Educazione significa trasmettere ciò in cui credo, che vale per me, e che perciò credo possa valere anche per mio figlio, il mio allievo, il mio giovane apprendista. Questo atteggiamento è all’origine della “passione educativa”. Ma la comunicazione di ciò che è vero, giusto, stimabile per me, non può essere comunicato attraverso un discorso. Ciò che è veramente persuasivo è l’esempio. Per questo, l’educazione si realizza principalmente attraverso il paragone personale. Se riflettiamo un po’, è facile riconoscere che abbiamo appreso i valori che contano nella nostra vita vedendoli incarnati, esemplificati in persone che abbiamo amato e ammirato: i nostri genitori, i nostri insegnanti, i nostri amici. Poi, crescendo, abbiamo imparato a sottoporre questi valori ad un giudizio, li abbiamo provati, verificati nelle tante situazioni concrete della nostra vita e rielaborati criticamente.

 

Questo aspetto ha anche un grande significato nel rapporto con la “tradizione”, cioè il riconoscimento del valore delle radici della nostra storia e della nostra cultura di cui il Cristianesimo è parte integrante ed essenziale. La tradizione è come una lingua: se non viene parlata diventa una lingua morta, che non comunica più niente. Il valore che essa ci consegna, vive solo se è attualizzato, cioè reso reale e incontrabile in figure umane concrete. 

 

L’educazione implica la reciprocità, quella condizione per cui chi educa e chi è educato stanno all’interno di una relazione che li comprende entrambi. Un primo esempio di ciò è il rapporto tra marito e moglie. Nella coppia affettiva e coniugale ci si educa reciprocamente, ci si aiuta a crescere nella propria umanità, ad accogliersi e ad accogliere l’altro anche con tutti i suoi limiti. Per questo, come si sottolinea nel capitolo dedicato alla famiglia, nell’educazione reciproca tra genitori sta la chiave della capacità e della responsabilità educativa nei confronti dei figli.

 

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COMMENTI
06/01/2010 - L’educazione in famiglia secondo Sant’Ambrogio (Anna Di Gennaro)

Segnalo: "L’educazione dei figli è impresa per adulti disposti a una dedizione che dimentica se stessa. Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna. Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate sicuri soprattutto che vadano incontro al domani di slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi. Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama in qualcosa di bello e di grande, non siate voi la zavorra che impedisce di volare. Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più insopportabile una vita vissuta per niente. Più che i vostri consigli li aiuterà la stima che hanno in voi e la stima che loro hanno in loro; più che da mille raccomandazioni soffocanti saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, la forza anche di sorridere. E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un affamato; e non trovo gesto migliore per dire la fierezza per essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere la difesa di un uomo ingiustamente accusato. I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche a uscire di casa..."