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DIBATTITO/ A scuola o in famiglia, cosa fare quando la tradizione non basta più?

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Ma, anche dove la relazione educativa ha un carattere verticale (genitori-figli, docenti-allievi, etc.), la reciprocità – cioè l’amicizia – è un “sintomo” della sua autenticità. Infatti, l’ideale dell’io che muove l’educazione non può essere uno schema che qualcuno “cala” su qualcun altro, ma una costruzione comune che coinvolge entrambi i soggetti del rapporto educativo, pur nella distinzione dei ruoli e delle responsabilità. Giustamente nel rapporto-proposta si osserva che nell’educazione dell’altro c’è sempre anche una dimensione di auto-educazione, di educazione di sé.

 

L’educazione chiede una responsabilità, un impegno personale. Vorrei fare un semplice esempio. E’ facile per gli insegnanti cadere nella tentazione di concepire la valutazione scolastica come una operazione di routine in cui si applicano dei criteri standardizzati di valutazione della prestazione dello studente. Il problema è che in questa azione ci può e deve essere molto di più: quella “premura fondamentale” che accoglie il bisogno di riconoscimento dello studente, l’esigenza che gli altri che contano per lui, tra cui anche quell’insegnante, lo riconoscano come un “tu”, particolare, distinto, unico, e non lo considerino “uno qualsiasi”, membro anonimo di una categoria (uno studente).

 

Questa responsabilità ha infinite altre espressioni: le famiglie che accolgono bambini in affido o in adozione, i genitori e gli insegnanti che danno vita a forme associate di mutuo aiuto, che creano cooperative educative e scolastiche, gli imprenditori che sentono la responsabilità per i propri dipendenti e le loro famiglie. Questa vitalità e creatività, che chiamiamo sussidiarietà, ha generato e genera tante opere in campo economico, sociale ed educativo senza le quali il tessuto sociale inaridisce. Solo così credo diventi anche possibile un’alleanza educativa tra i diversi attori che la sfida educativa coinvolge: tra genitori, insegnanti, sacerdoti, operatori dei mass media e tra soggetti che pur muovendo da diverse visioni e prospettive culturali, in primis cattolici e laici, possono riconoscersi nelle “premure fondamentali” che sono alla base dell’educazione.



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COMMENTI
06/01/2010 - L’educazione in famiglia secondo Sant’Ambrogio (Anna Di Gennaro)

Segnalo: "L’educazione dei figli è impresa per adulti disposti a una dedizione che dimentica se stessa. Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna. Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate sicuri soprattutto che vadano incontro al domani di slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi. Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama in qualcosa di bello e di grande, non siate voi la zavorra che impedisce di volare. Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più insopportabile una vita vissuta per niente. Più che i vostri consigli li aiuterà la stima che hanno in voi e la stima che loro hanno in loro; più che da mille raccomandazioni soffocanti saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, la forza anche di sorridere. E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un affamato; e non trovo gesto migliore per dire la fierezza per essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere la difesa di un uomo ingiustamente accusato. I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche a uscire di casa..."