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DIBATTITO/ A scuola o in famiglia, cosa fare quando la tradizione non basta più?

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Il contenuto de La sfida educativa, a cura del Comitato per il Progetto Culturale della Cei, può essere riassunto in tre espressioni. La prima è quella che gli dà il titolo e cioè la “sfida educativa” e segnala un problema, ma anche un’opportunità, una chance. L’altra espressione che ricorre spesso nei vari capitoli è “responsabilità educativa” e indica, a mio avviso, la fondamentale condizione per rispondere a questa sfida. Infine la terza espressione è “alleanza educativa” e indica il senso di una corresponsabilità dei diversi soggetti coinvolti nel rispondere a questa sfida, una corresponsabilità che deve diventare più matura e più consapevole. Cercherò di mettere in luce quelli che ritengo essere i punti principali che il rapporto-proposta sulla sfida educativa propone al lettore.

 

Educare significa “accompagnare” qualcuno a trovare la propria strada, la propria direzione. Perciò l’educazione si riferisce sempre, in modo esplicito o implicito, a un ideale dell’io, nasce da una ipotesi sull’io, da un’idea di personalità pienamente realizzata. Nel passato la società aderiva, perlopiù, ad una definizione unitaria e condivisa di questo ideale da perseguire nell’educazione che veniva “consegnato” alle generazioni successive senza grandi scosse e problemi. Ciò facilitava il compito di genitori, insegnanti ed educatori, ma li privava anche di una più elevata autocoscienza del loro ruolo e del loro compito.

 

 

Nella società di oggi, caratterizzata, come diceva Weber, dal “politeismo dei valori”, cioè il politeismo dei modelli ideali dell’essere e dell’agire, non c’è più una definizione unitaria su cui tutti concordino. Ciò costituisce una sfida, un rischio, ma anche una inedita opportunità, poiché la domanda su quale sia l’idea di “personalità compiuta” e di “vita buona” che voglio per mio figlio, per i miei allievi, per il mio amico, è una domanda a cui devo offrire una mia “personale” risposta, che non può essere elusa o definita da una formula prestabilita. Deve essere oggetto di una decisione personale. 

 

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COMMENTI
06/01/2010 - L’educazione in famiglia secondo Sant’Ambrogio (Anna Di Gennaro)

Segnalo: "L’educazione dei figli è impresa per adulti disposti a una dedizione che dimentica se stessa. Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna. Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate sicuri soprattutto che vadano incontro al domani di slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi. Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama in qualcosa di bello e di grande, non siate voi la zavorra che impedisce di volare. Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più insopportabile una vita vissuta per niente. Più che i vostri consigli li aiuterà la stima che hanno in voi e la stima che loro hanno in loro; più che da mille raccomandazioni soffocanti saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, la forza anche di sorridere. E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un affamato; e non trovo gesto migliore per dire la fierezza per essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere la difesa di un uomo ingiustamente accusato. I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche a uscire di casa..."