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SCUOLA/ Al bivio tra conservatori di centro-sinistra e timidi riformisti di centro-destra

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La continuità con lo Stato liberale e con il fascismo è netta. La rottura sta nel tentativo di rompere il carattere di classe dello Stato liberale e fascista. Il che diviene possibile, se vaste masse partecipano alla vita politica e se, naturalmente, la classe operaia conquista, attraverso il PCI, il potere politico e, intanto, l’egemonia nella società. Nella scuola, questa politica di continuità/rottura avviene, confermando per un verso l’impianto istituzionale e culturale di Gentile e di Bottai – il latino è la mannaia selettiva difesa gentilianamente da Concetto Marchesi - e per l’altro tentando di farvi entrare la massa di ragazzi che il sistema liberal-fascista escludeva attraverso una selezione severa.

 

Il passaggio a Nord-Ovest è quello della Scuola media unica. Di lì entrano nel sistema masse di studenti nuovi: il sistema si allarga, ma il rigore gentiliano si perde per sempre ed irreversibilmente. Da qualche tempo si discute di conoscenze e di competenze: qualcuno le contrappone, qualcuno tenta, più saggiamente, di farne i pezzi componibili di un puzzle. Va solo ricordato che l’origine di questa discussione risale a Marchesi-Vittorini 1946: il primo schierato per le conoscenze, il secondo per le competenze. Sotto sotto, sta la discussione tra licealisti e no. Il ’68 è il terreno di verifica di quel tentativo fallimentare di essere “gentiliani di sinistra”: la scuola e l’Università di massa si estendono, ma la qualità incomincia ad abbassarsi, e non ha ancora smesso di farlo.

 

Quando con Luigi Berlinguer, il PCI , sotto mutato nome, va al Ministero dell’Istruzione, l’impianto ideologico è rimasto sostanzialmente lo stesso, con qualche modifica. Lo Stato è sempre il protagonista dell’educazione, ma si riconosce uno spazio giuridico – ma economicamente povero - alla scuola paritaria. Il centralismo burocratico ministeriale viene sfidato dall’istituzione dell’autonomia scolastica, che però resta pur sempre un’autonomia funzionale, non diviene l’espressione istituzionale di un’autonomia della società civile e delle famiglie. E, infatti, fallisce. Luigi Berlinguer formalizza la licealizzazione dell’intera istruzione secondaria, che si era già realizzata negli anni ’90, ma fa timidamente l’occhiolino anche alle “competenze”.

 

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COMMENTI
08/01/2010 - Un doveroso accordo per la riforma (Roberto Pasolini)

Un apprezzamento al preciso excursus storico messo in evidenza da Cominelli, excursus che ci permette di comprendere meglio alcuni passaggi di politica scolastica che negli anni hanno caratterizzato le decisioni di Ministero, Governo e Parlamento, ma il quadro finale indica ancora differenze di posizioni politico-culturali che preoccupano rispetto al bisogno di riforma di cui necessita il sistema scolastico. Ritengo che il richiamo del Presidente Napolitano nel suo recente messaggio di fine anno, testualmente: “a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo devono garantire l'opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito” debba essere ascoltato ed è dovere delle forze politiche non disattenderlo. Il futuro dei nostri giovani è troppo importante e legato a quello del Nostro Paese per essere ancora sacrificato sull’altare di sterili battaglie ideologiche o di potere politico. Un accordo tra maggioranza ed opposizione dovrà essere trovato ben sapendo che ognuno dovrà, culturalmente, fare un passo indietro e, seguendo lo strumentale principio che “l’ottimo quasi sempre è nemico del bene”, puntare ad un unico bene: quello degli studenti italiani, offrendo finalmente loro un sistema scolastico moderno ed efficiente.

 
05/01/2010 - minoranze creative (Gianmario Gatti)

c'è anche una realtà, piccola, molto piccola, che è la scuola "privata con funzione pubblica", per lo più di ispirazione cattolica, che è un soggetto incapace di una alternativa culturale. Così l'unica vera riforma che è la libertà di educazione,cioè lo Stato con una funzione di puro controllo e impegno sulle strutture architettoniche, non servirebbe a nulla anzi, alla fine, sarebbe uno strumento temibile perchè il burocraticismo, l'ordinamento rende i presidi e gli insegnanti "sicuri" dentro le regole che lo Stato dà, e la confusione delle regole che riforma dopo riforma genera è l'unico tema di discussione che anima il dibattito dei collegi docenti. Quindi siamo messi peggio di quanto il prof Cominelli scrive, perchè senza "minoranze creative" non si fa nessuna rivoluzione. Destra e sinistra difendono loro stesse: il futuro è come quello di una volta. Un politico intelligente come ministro dovrebbe dichiarare che non è sua intenzione fare alcuna riforma ma per esempio aprire un grande dibattito su:cosa è la Ragione?. Questo farebbe una grande paura e darebbe una grande insicurezza a presidi, insegnanti, sindacati e genitori.