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SCUOLA/ Autonomia e nuovi licei: prima aboliamo il centralismo statale

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Nella storia della scuola italiana il ministero, proprio a causa dell’impianto centralistico, è sempre stato la sorgente della buropedagogia e della burodidattica. Parole e strategie d’ordine, stagioni pedagogiche e didattiche in sé opinabili e controvertibili che lanciate, tuttavia, con il crisma del “superiore” ministero sono spesso diventate, per la massa dei docenti e per le scuole, la garanzia di una professionalità qualificata e si sono accreditate come “avanzate” rispetto ad altre magari migliori, ma non battezzate e sponsorizzate dai sacerdoti ufficiali di questa liturgia.

I Programmi di insegnamento ministeriali, documenti più o meno strategici usciti da viale Trastevere, ordinanze, decreti ministeriali e simili sono diventati, in questo modo, il pendolo che ha battuto nella scuola italiana l’ora di inizio o di termine di vere e proprie «stagioni pedagogiche e didattiche». Non sono, a farlo, come dovrebbe essere, le università, la libera ricerca scientifica e professionale dei docenti, la presenza intellettualmente viva nel dibattito culturale da parte dei protagonisti dei processi educativi, le buone pratiche delle scuole e dei docenti che si impongono da sé. Questi, semmai, per lo più “commentano”, vengono a ruota. Sono l’intendance che suivra. I testi, “il testo”, da commentare, quello che inaugura, e ogni volta enfaticamente, qualche “nuova” stagione, parte dal centro e dai programmi di formazione che esso allestisce al modo emanazionista dell’Uno di Plotino. Con l’ultimo indirizzo che avrebbe sempre più ragioni del precedente e che trasforma l’aggettivo “nuovo” in “più valido”. Fino all’estremo di aver originato una storiografia della scuola inedita e scientificamente inesistente in ogni altro paese al mondo: quella che pretende di fare la storia della scuola, facendo a sua volta la storia dei diversi documenti emanati dal ministero e dalle commissioni ministeriali. Ecco, è questa mentalità e questo atteggiamento anzitutto da cambiare se non si vuole che l’autonomia resti sempre minore. L’avvio di un anno “nuovo” pare l’occasione più propizia per ricordarlo.

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COMMENTI
07/01/2010 - Bruschi, Bertagna e i nodi di fondo (Sergio Palazzi)

Confronto Bertagna 7/1 con Bruschi 5/1 e vedo due punti poco risolti. 1) Come conciliare l'autonomia con il concetto di indicazioni nazionali, comunque le chiamiamo: specialmente al di fuori di quelle poche discipline di cui tutti pensano di capire abbastanza, cioè quelle letterarie. Già per quelle scientifiche esiste p. es. una contraddizione tra deplorare il ritardo italiano, e i quadri orari: "mai sia!" che si accorpino, che so, italiano, storia e filosofia nei licei, ma pare ovvio continuare ad accorpare chimica, biologia e geologia (il che pare dipenda più dalla competitività sindacale delle classi di concorso che dall'epistemologia): sic stantibus, ogni valutazione di qualità sistemica, nazionale o autonoma, risulta, a esser buoni, velleitaria. Il punto cruciale mi pare, una volta di più, il dogma del valore legale dell'esame di stato, che nessuno ha mai osato affrontare alla radice. 2) Tutte queste riflessioni, anche quando fatte da persone che ben conoscono le segrete stanze, si scontrano con l'impostazione della riforma che verte essenzialmente sul criterio di ridurre la spesa (nonostante che anche a docenti di grande specializzazione si offra solo una paga da operaio e nessuna prospettiva di reale contrattazione individuale che, magari, li distingua dai colleghi scaldacattedra). Le evidenti buone intenzioni della min. Gelmini e di molti altri addetti ai lavori si scontrano in maniera quasi imbarazzante con ciò che poi emerge dai testi normativi. Che dire? Buon anno!