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SCUOLA/ La riforma delle chiacchiere sui tagli e del silenzio sul curriculum

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La discussione sulle riforme italiane non ha osato toccare il tema del core curriculum.

Paradossalmente è più indolore nel nostro Paese motivare la riduzione di orario scolastico con la necessità di risparmi economici, piuttosto che con l’utilità di ridurre gli sprechi di materia grigia.

Nel primo caso infatti ce la si può prendere – e la cosa è scontata e rituale – con il ministro di turno, mentre nel secondo rischia di essere messa in discussione molto più pesantemente la Weltanschauung educativa della nostra classe dirigente e l’identità e l’orgoglio professionale di molte cattedre.

Nel 2004, quando la Commissione Thélot presentò in Francia una proposta di ristrutturazione radicale dell’impianto degli studi, giunse alla conclusione di garantire e presidiare fortemente 4 aree: francese, matematica, inglese funzionale ed informatica funzionale. Si scatenò un dibattito aspro con forti connotazioni ideologiche, a causa dell’evidente declassamento del tradizionale compito di trasmissione della cultura. In particolare la sinistra tradizionale accusò questa ipotesi di preparare un curriculo di serie B per le masse, tutto “strumentale” e privo di sfondi storico-critici.

In Italia non si è giunti a questo, anche perché la chiarezza francese non ci è abituale. Ma se ci si arrivasse, i termini della discussione e gli schieramenti sarebbero molto simili. E forse è stato meglio così, perché porre il problema con nettezza probabilmente avrebbe significato bloccare qualsiasi possibilità di cambiamento. Tuttavia la scelte delle materie su cui condurre le indagini degli apprendimenti internazionali e nazionali (INVALSI) hanno sullo sfondo la stessa opzione Thélot. Solo che nessuno spinge per farsi misurare, mentre tutti si adontano se si tagliano le cattedre.

In termini di politiche scolastiche, banalizzando, si può dire che la propensione internazionale e nazionale a ridimensionare o a tenere bassi gli orari scolastici nasce dalla verifica dei limiti di alcune ipotesi dei decenni passati. Per esempio: bisogna ampliare ed approfondire il patrimonio culturale da trasmettere a scuola, perché ne abbiamo la possibilità ed il mondo lo richiede. E quindi più materie, più contenuti, metodologie più sofisticate. Oppure: bisogna sanare le differenze di classe con tempi compensativi, in cui anche Pierino impari a scuola ciò che Gianni impara in famiglia. E quindi tempo pieno, tempo prolungato, 40 ore ai professionali.

 

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COMMENTI
12/01/2010 - La scuola non è stato un ammortizzatore sociale... (Franco Labella)

Più passa il tempo e più ci si convince che abbiamo sprecato gli anni migliori della nostra vita in una scuola che è stata una sorta di fabbrica in cassa integrazione perenne. La sensazione la si sviluppa quando si scorre l'articolo della DS Pedrizzi che legge le compresenze e perfino il ruolo degli ITP in funzione di una furbata per il "reimpiego di personale in esubero". Che questa "lettura" la si sia fatta, ignorando anni di dibattito di quella categoria oggi additata al pubblico ludibrio che sono i pedagogisti, a proposito del team degli insegnanti elementari passi, ma che una Dirigente scolastica ignori che il ruolo degli ITP o che le comprensenze nell'ambito delle sperimentazioni non servivano a coprire alcun esubero è veramente sensazionale. Siamo abituati ai paradossi: il Presidente della Cabina di Regia e consigliere politico del Ministro Gelmini dott. Max Bruschi non ha alcuna remora (intervento n. 207 Forum di Indire sul Liceo Classico) a sottoscrivere il paradosso della "educazione alla legalità senza le leggi" però il Ministro di cui è consigliere politico invita il Presidente della Repubblica alla "Giornata della legalità". Ma è un Paese serio un Paese che ospita simili situazioni? Viene proprio voglia di espatriare....in uno qualsiasi dei Paesi europei che non ha varato il Gramm Rudman Act dell' istruzione. Che qualcuno se lo studi, però, come finì il Gramm Rudman Act... Franco Labella

 
08/01/2010 - scuola (Rita De Cillis)

Sinceramente faccio fatica a capire il suo articolo. Non ho gradito quanto riferisce sugli insegnanti di lingua.'O dei conversatori delle diverse lingue straniere, che hanno rimediato al fatto che noi abbiamo insegnanti di lingue straniere che non sopperiscono, come invece accade dappertutto negli altri Paesi, alla bisogna di conversare in una lingua, che non sia l’italiano'. Sono un'insegnante di inglese, appasionata e in costante aggiornamento. Non mi piace che un'intera categoria sia dengrata per colpa di qualcuno che non sa fare il proprio lavoro. Conosco tante colleghe e posso garantire sulla loro professionalità e capacità di colloquiare con i ragazzi in lingua. Se è questo che intende. Rita De Cillis