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SCUOLA/ Tutti i nodi irrisolti della "parità" all’italiana

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Se ciò è incontestabile, è altrettanto inconfutabile che in tal modo si procedeva sulla scuola in maniera totalmente asimmetrica rispetto ad altri settori di diritti sociali, in cui, invece, gli stessi Costituenti andavano disegnando sistemi di integrazione pubblico-privato. Così per l’istruzione universitaria, per cui l’art. 33 ultimo comma garantisce che «Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi, nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato».

 

L’autonomia universitaria, dunque, è attuabile quale libertà del “non statale”, funzionalizzata al perseguimento di interessi di caratteri generale. Con la conseguenza che le Università possono esercitare le funzioni connesse all’istruzione superiore non solo in qualità e in quanto enti strumentali dello Stato, ma in quanto espressione di autonomia.

 

Altri riscontri importanti della possibile convivenza, ma altresì della possibile fungibilità dell’intervento privato con quello pubblico si rinvengono nelle norme in tema di servizi sociali che affermano la libertà di intervento del soggetto privato in materia di assistenza (“L’assistenza privata è libera”, art. 38, comma 6) e che prevedono altresì che ai compiti di assistenza sociale (comprensivi sia della previdenza, indirizzata ai lavoratori, quanto della assistenza, da assicurarsi, invece, a tutti i cittadini in stato di bisogno) provvedono organi ed istituti predisposti o “integrati” dallo Stato (art. 38, comma 5).

 

Sia l’attività di previdenza, sia quella di assistenza, dunque, non sono riservate allo Stato o ad enti pubblici. Nel limite del rispetto delle leggi in materia (che investono sia l’aspetto strutturale che quello dell’esercizio dell’attività) esse possono essere esercitate da enti privati, rispetto ai quali l’eventuale intervento dello Stato vale unicamente a garantirne un migliore funzionamento. Ed anzi nel campo dell’assistenza l’affiancamento dell’intervento privato a quello pubblico può avvenire a prescindere dal rispetto di tali limiti. Nell’art. 39, inoltre, si affidano all’autonomia dei privati (“L’organizzazione sindacale è libera”, comma 1) funzioni di regolazione nel campo dei rapporti di lavoro. Il principio di libertà con cui si apre la norma, in realtà, la pervade nella sua interezza: così nel comma 2 si impone ad essi il “solo” obbligo della registrazione “secondo le norme di legge”, anche se tale registrazione viene condizionata all’adozione di un ordinamento interno a base democratica (comma 3).

 

Continua

 

 



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COMMENTI
13/10/2010 - Ma perchè si svicola? (Franco Labella)

Una precisazione preliminare: come chiarito in premessa sono incompetente rispetto alla prof.ssa Poggi ma sono, come dire, immodestamente, del ramo, sia pure "inferiore". Per cui non ho scritto, come sostiene Lepore, "interpretazione autentica" (un po' difficile in questo caso visto che l'Assemblea Costituente non è più in attività da tempo :-) ma "interpretazione alternativa". Perchè chi fa ideologia è chi prima propone di partire, come normale, dalla Costituzione e dalla sua necessaria interpretazione, poi richiesto del chiarimento necessario (il "senza oneri" lo possiamo interpretare alternativamente "con oneri?") svicola e tira in ballo l'ideologia pretesa degli altri. Hic Rhodus hic salta gentile Lepore: vuole provare a dare una risposta alla mia domanda e non divagare? La prof. Poggi è ordinaria di Diritto costituzionale ed ha articolato il suo ragionamento su una lettura diversa e sistematica della Carta. Non altro. Perciò da quella partiamo... Se poi vogliamo arrivare a quello che lei sostiene c'è una via maestra ed agevole: modificare la Costituzione. Perchè le sembra una via impervia?

 
12/10/2010 - Ma il nodo è davvero nella Costituzione? (Marco Lepore)

Al di là delle utilissime dissertazioni sulla costituzionalità di eventuali finanziamenti statali alle scuole "private", mi pare che, da parte di chi si oppone, il "senza oneri per lo Stato" costituisca semplicemente un pretesto per avversare un fatto ideologicamente sgradito: che l'educazione delle giovani generazioni possa essere affidato ad altri che non siano lo Stato. Si domanda il prof. Labella: quale dovrebbe essere allora l'interpretazione autentica che permetterebbe di non dovere attuare una modifica costituzionale? La risposta è già presente e chiara nell'articolo: le stesse dichiarazioni di Corbino, insieme ad una lettura globale della Carta Costituzionale, che, come ha ben dimostrato la prof.ssa Poggi, manifesta una evidente asimmetria sulla questione scolastica rispetto ad altri servizi utili alla società e al bene comune, collocati pertanto in una dimensione di integrazione (anche economica) pubblico-privato. Se la scuola paritaria è un bene comune - e lo è, per sua natura civile, sociale e sussidiaria, come dimostra anche il milione di famiglie che la sceglie e come riconosce anche la legge 62/2000 - perché allora continuare ad ostacolarla? Cosa impedisce di giungere finalmente ad un accordo sulla lettura del dettato costituzionale che consenta di sostenerla? L'ostacolo vero non è la Costituzione, ma l'ostilità ideologica nei confronti delle esperienze di libera educazione (che spesso, tra l'altro, hanno una origine religiosa...).

 
12/10/2010 - Forse la risposta arriva con l'articolo di domani (Franco Labella)

Non ho, ovviamente, le competenze della prof.ssa Poggi. Posso provare, nonostante ciò, a porre una domanda? L'articolo si apre con la citazione della sentenza che, come scritto correttamente, guarda il problema dal versante dell'utilizzatore (la famiglia) e non della struttura (la scuola privata). Quella sentenza, perciò, a mio modestissimo parere non può essere letta come l'autorevole avallo ad una lettura diversa, dal versante delle scuole private, del "senza oneri per lo Stato". Ma è il parere di un incompetente. Ho letto, però, con interesse ed attenzione articolo e sentenza, ma la domanda mi è sorta comunque immediata: se la prof.ssa Poggi, anche con l'articolato riferimento ai lavori preparatori, sostiene la necessità di una diversa interpretazione del "senza oneri per lo Stato" riferito alle strutture, quale sarebbe l'interpretazione alternativa e che eviterebbe la necessità della revisione del testo dell'art. 33? Perchè se bisogna arrampicarsi sugli specchi del divieto di finanziamento per l'istituzione di nuove scuole private ma l'assenza di divieto per il finanziamento delle spese di gestione delle stesse post-istituzione, forse la strada maestra sarebbe quella della revisione e della eliminazione dell'inciso finale. Cosa osta a questo se tutto è pacifico ed assodato? Non scomoderemmo interpreti e costituzionalisti e potremmo verificare la tenuta parlamentare dei revisori. O no?