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SCUOLA/ Tutti i nodi irrisolti della "parità" all’italiana

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La dimostrazione più evidente dell’esplicarsi di tale libertà nell’esercizio di una funzione pubblica, qual è quella della regolazione dei rapporti di lavoro, è del resto, raccontabile prevalentemente attraverso la vicenda della mancata attuazione dell’art. 39, quanto all’obbligo di registrazione dei sindacati. Gli attuali contratti collettivi di lavoro, pur se stipulati da sindacati non registrati, hanno finito, infatti, per avere effetti sostanzialmente vincolanti ed estesi alla generalità dei lavoratori, compresi quelli non sindacalizzati.

 

Anche l’art. 43 può venire ed è stato letto in ottica sussidiaria. Poiché le imprese o categorie di imprese produttrici di servizi pubblici essenziali possono essere nazionalizzate o riservate per motivi di interesse pubblico, infatti, si presuppone che i servizi pubblici siano prodotti da imprese nell’ambito di un «mercato». Ed ancora, nella stessa ottica sussidiaria si è letto l’art. 41, al primo comma, con espresso riferimento alla libertà dell’iniziativa economica privata (“L’iniziativa economica privata è libera”). Il valore presupposto della nostra Costituzione, infatti, non è la libertà di mercato, ma piuttosto la libertà di iniziativa economica privata “nella configurazione positiva” che essa assume nei primi due commi dell’art. 41.

 

Rispetto a tale “positiva configurazione” la riserva di legge di cui all’ultimo comma dell’art. 41 (“La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”) dovrebbe considerarsi una sorta di necessaria intermediazione attraverso la quale il legislatore garantisce lo spazio di azione dei soggetti pubblici e privati e, non, una sottrazione di spazi.

 

Il quadro costituzionale che si è appena richiamato prospetta dunque una convivenza quasi fisiologica di poteri pubblici e soggetti privati (singoli o associati) nell’ambito di uno stesso settore di amministrazione di interessi generali, ed anzi, adombra una possibile fungibilità (dell’intervento privato e di quello pubblico), a certe condizioni e nei medesimi ambiti. Perciò la dottrina ben prima della revisione costituzionale del 2001 e dell’introduzione espressa del principio di sussidiarietà nella nostra Costituzione, aveva sostenuto che, in realtà, tale principio già la pervadeva, attraverso la previsione delle attività di soggetti «non statali» (università libere, associazioni sindacali, scuole parificate, enti previdenziali, attività economica privata….) come azioni di interesse generale sostituibili, comunque affiancabili a quelle dello Stato e/o di altri soggetti pubblici.

 

L’attività privata finalizzata all’interesse generale, in altri termini, non si oppone alla presenza di un sistema amministrativo statale, e non costituisce una fuga da tale sistema anzi, come mostra il quadro costituzionale sopra ricostruito, è proprio dall’interno e all’interno del sistema che, invece, può esplicare i suoi effetti più produttivi, come criterio interno di ripensamento di fini e modalità dell’azione e organizzazione amministrativa. Del resto, una volta sbiadita la questione della natura del «soggetto» che gestisce perché si mette in primo piano l’efficacia della sua azione, non solo non può escludersi l’intervento nei settori di amministrazione di soggetti “non statali”, ma anzi questo potrebbe essere necessariamente richiesto in tutti casi in cui risulti, invece, necessario allo scopo da raggiungere.

 

Continua

 

 



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COMMENTI
13/10/2010 - Ma perchè si svicola? (Franco Labella)

Una precisazione preliminare: come chiarito in premessa sono incompetente rispetto alla prof.ssa Poggi ma sono, come dire, immodestamente, del ramo, sia pure "inferiore". Per cui non ho scritto, come sostiene Lepore, "interpretazione autentica" (un po' difficile in questo caso visto che l'Assemblea Costituente non è più in attività da tempo :-) ma "interpretazione alternativa". Perchè chi fa ideologia è chi prima propone di partire, come normale, dalla Costituzione e dalla sua necessaria interpretazione, poi richiesto del chiarimento necessario (il "senza oneri" lo possiamo interpretare alternativamente "con oneri?") svicola e tira in ballo l'ideologia pretesa degli altri. Hic Rhodus hic salta gentile Lepore: vuole provare a dare una risposta alla mia domanda e non divagare? La prof. Poggi è ordinaria di Diritto costituzionale ed ha articolato il suo ragionamento su una lettura diversa e sistematica della Carta. Non altro. Perciò da quella partiamo... Se poi vogliamo arrivare a quello che lei sostiene c'è una via maestra ed agevole: modificare la Costituzione. Perchè le sembra una via impervia?

 
12/10/2010 - Ma il nodo è davvero nella Costituzione? (Marco Lepore)

Al di là delle utilissime dissertazioni sulla costituzionalità di eventuali finanziamenti statali alle scuole "private", mi pare che, da parte di chi si oppone, il "senza oneri per lo Stato" costituisca semplicemente un pretesto per avversare un fatto ideologicamente sgradito: che l'educazione delle giovani generazioni possa essere affidato ad altri che non siano lo Stato. Si domanda il prof. Labella: quale dovrebbe essere allora l'interpretazione autentica che permetterebbe di non dovere attuare una modifica costituzionale? La risposta è già presente e chiara nell'articolo: le stesse dichiarazioni di Corbino, insieme ad una lettura globale della Carta Costituzionale, che, come ha ben dimostrato la prof.ssa Poggi, manifesta una evidente asimmetria sulla questione scolastica rispetto ad altri servizi utili alla società e al bene comune, collocati pertanto in una dimensione di integrazione (anche economica) pubblico-privato. Se la scuola paritaria è un bene comune - e lo è, per sua natura civile, sociale e sussidiaria, come dimostra anche il milione di famiglie che la sceglie e come riconosce anche la legge 62/2000 - perché allora continuare ad ostacolarla? Cosa impedisce di giungere finalmente ad un accordo sulla lettura del dettato costituzionale che consenta di sostenerla? L'ostacolo vero non è la Costituzione, ma l'ostilità ideologica nei confronti delle esperienze di libera educazione (che spesso, tra l'altro, hanno una origine religiosa...).

 
12/10/2010 - Forse la risposta arriva con l'articolo di domani (Franco Labella)

Non ho, ovviamente, le competenze della prof.ssa Poggi. Posso provare, nonostante ciò, a porre una domanda? L'articolo si apre con la citazione della sentenza che, come scritto correttamente, guarda il problema dal versante dell'utilizzatore (la famiglia) e non della struttura (la scuola privata). Quella sentenza, perciò, a mio modestissimo parere non può essere letta come l'autorevole avallo ad una lettura diversa, dal versante delle scuole private, del "senza oneri per lo Stato". Ma è il parere di un incompetente. Ho letto, però, con interesse ed attenzione articolo e sentenza, ma la domanda mi è sorta comunque immediata: se la prof.ssa Poggi, anche con l'articolato riferimento ai lavori preparatori, sostiene la necessità di una diversa interpretazione del "senza oneri per lo Stato" riferito alle strutture, quale sarebbe l'interpretazione alternativa e che eviterebbe la necessità della revisione del testo dell'art. 33? Perchè se bisogna arrampicarsi sugli specchi del divieto di finanziamento per l'istituzione di nuove scuole private ma l'assenza di divieto per il finanziamento delle spese di gestione delle stesse post-istituzione, forse la strada maestra sarebbe quella della revisione e della eliminazione dell'inciso finale. Cosa osta a questo se tutto è pacifico ed assodato? Non scomoderemmo interpreti e costituzionalisti e potremmo verificare la tenuta parlamentare dei revisori. O no?