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SCUOLA/ C’è un "federalismo" che può salvare i talenti

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L’educazione è ben di più che la trasmissione di competenze e conoscenze, essa è la consegna da parte degli adulti della tradizione da cui provengono e dei valori positivi che essi vivono. È questa passione che si comunica nel rapporto con il giovane adolescente. Se si va a fondo delle tante “eccellenze” educative presenti nel nostro paese si scopre che in esse è presente questa passione al destino proprio e altrui degli educatori che vi operano.

L’impostazione di adeguate policies, sino agli aspetti ordinamentali, deve valorizzare questa capacità di guardare alle cose e agli uomini. Una capacità figlia della nostra cultura, dai grandi fiolosofi greci, sino alla concezione giudaico cristiana; come ricordava Luigi Giussani, la concezione antropologica dell’uomo, che è all’origine di ogni tentativo di approccio al reale, incide radicalmente sulla concezione stessa che si ha dell’educazione e porta con sé la conseguenza di disegnare percorsi e modelli coerenti con questo punto di partenza.

Nel nostro paese (ma non solo) la tentazione di un dirigismo pianificatorio, assieme alla cultura gentiliana del sapere intellettuale, ha caratterizzato lo sviluppo del sistema educativo impedendone una moderna e adeguata evoluzione, spesso incapace di valorizzare le eccellenze e di riconoscere ciò che nasce da esperienze di tipo sussidiario.

Per superare questa impasse occorre  garantire una pluralità di percorsi educativi; in questo senso la ricerca di modelli unici o di idealtipi di riferimento produce un impoverimento complessivo dell’offerta educativa, delegittimando ogni proposta (incluse le eccellenze) che da tali standard si discosti in modo significativo. D’altra parte il superamento di tale modello è in atto, come testimonia il fatto che in Francia è stata messa in discussione l’esperienza del collège unique, in Spagna si pone grande attenzione sui percorsi di apprendistato per giovani 14-16 anni, e nel Regno Unito si è aperto alla diversificazione dei canali nel conseguimento del diritto-dovere.

Occorre differenziare per garantire la personalizzazione dei percorsi, l’ampliamento degli strumenti metodologici e il riconoscimento del valore delle autonomie funzionali e sociali. Le nuove policies devono tendere a superare la dicotomia tra il sapere e il saper fare (superando quella cultura che ha relegato la manualità a puro addestramento antiumano), garantendo riconoscimenti espliciti a entrambi i sistemi, nonché permettere un elevato livello di autonomia nella scelta degli insegnanti.

 

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COMMENTI
20/10/2010 - Razionalizzare l'attività delle scuole (enrico maranzana)

“Occorre spostare il focus dell’attenzione dagli indicatori di input (le ore svolte, le materie, i laboratori) a quelli di output (le competenze acquisite, le abilità, il problem solving)” è un’affermazione che richiede un’attenta lettura specie se accompagnata dall’idea che esista una “dicotomia tra il sapere e il saper fare”. E’ indubbio che un servizio scolastico efficace debba fondarsi sulla specificazione dei risultati attesi, formalizzati in termini di capacità e competenze [le abilità sono uno strumento per il loro conseguimento (CFR legge Moratti 2003 art 2/a)]. Merito, professionalità docente, scelte consapevoli sono parole vuote, prive di significato, in assenza della puntuale esplicitazione dell’orientamento del sistema educativo, di formazione e istruzione. Il punto dolente della questione metodologica che è stata posta appare in tutta la sua drammaticità solo se si considera che dopo la definizione degli scopi si dovrebbero aprire gli scenari della progettualità (DPR 275/99 art.1/2], operazione che, nelle scuole, non è mai avvenuta, come si può rilevare dalla lettura dei POF. La mancata attenzione dell'articolista su questa grave omissione è il limite della sua argomentazione.