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SCUOLA/ C’è un "federalismo" che può salvare i talenti

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In tale direzione è auspicabile la realizzazione di un modello federalista incentrato su processi di sussidiarietà orizzontale, capace di dare spazio a proposte educative diversificate che valorizzano quanto di buono la cultura e la tradizione del nostro paese ha costruito nel tempo. L’alternativa alla valorizzazione delle reti territoriali rischia di essere quella di un localismo sterile e soffocante almeno quanto lo è stata una certa concezione statalista.

D’altra parte un altro denominatore comune delle così dette eccellenze risiede proprio in elevati livelli di autonomia nella scelta degli insegnanti e nella loro capacità di far rete con il territorio; pur in assenza di un quadro normativo adeguato, esse realizzano modelli già in atto in altri paesi come le Charter School americane e le Trust School inglesi.

In fondo vale per il sistema educativo ciò che riguarda l’intero campo delle politiche di welfare; la necessità di accelerare il passaggio dal welfare state alla welfare society, in cui si trasferisce alla società civile il ruolo centrale nel ripensare quell’insieme di politiche che rendono possibile affrontare crescenti livelli di incertezza a partire dalla community care.

Nello specifico dei sistemi educativi, la pluralità necessita, da un lato, che si riconosca un reale sistema di parità delle agenzie educative (del sistema scolastico e di quello dell’istruzione e della formazione professionale), dall’altro, che si offrano strumenti (il buono scuola, il voucher e la dote formativa, ecc.) capaci di favorire una reale libertà di scelta per i giovani e per le loro famiglie. Non vi sono asimmetrie informative e di conoscenza (come mostra il successo dei percorsi triennali di formazione) che possono giustificare l’indebito sostituirsi ai soggetti a cui spetta la scelta. Tutto il dibattito sulla scelta precoce a 13-15 anni è stato viziato da questa impostazione ideologica.

Per superare questo ostacolo occorre passare dal concetto di successo scolastico a quello di successo formativo, stimolando in ogni allievo l’espressione delle proprie potenzialità, realizzando una pedagogia del “successo” che non porta alla selezione dei migliori, ma al sostegno, al raggiungimento degli obiettivi prefissati da parte del maggior numero possibile di allievi. La società, attraverso i media, cerca dei “vincenti”: dalla scuola, al lavoro, al sociale, apparentemente non sa che farsene dei “mediocri” (ma mediocri rispetto a cosa?). Le eccellenze in campo educativo sono lì a dimostrarci che si possono valorizzare le capacità e le inclinazioni di tutti e di ciascuno, evitando a tanti giovani di “avvitarsi” in percorsi di disistima e autodistruzione.
 

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COMMENTI
20/10/2010 - Razionalizzare l'attività delle scuole (enrico maranzana)

“Occorre spostare il focus dell’attenzione dagli indicatori di input (le ore svolte, le materie, i laboratori) a quelli di output (le competenze acquisite, le abilità, il problem solving)” è un’affermazione che richiede un’attenta lettura specie se accompagnata dall’idea che esista una “dicotomia tra il sapere e il saper fare”. E’ indubbio che un servizio scolastico efficace debba fondarsi sulla specificazione dei risultati attesi, formalizzati in termini di capacità e competenze [le abilità sono uno strumento per il loro conseguimento (CFR legge Moratti 2003 art 2/a)]. Merito, professionalità docente, scelte consapevoli sono parole vuote, prive di significato, in assenza della puntuale esplicitazione dell’orientamento del sistema educativo, di formazione e istruzione. Il punto dolente della questione metodologica che è stata posta appare in tutta la sua drammaticità solo se si considera che dopo la definizione degli scopi si dovrebbero aprire gli scenari della progettualità (DPR 275/99 art.1/2], operazione che, nelle scuole, non è mai avvenuta, come si può rilevare dalla lettura dei POF. La mancata attenzione dell'articolista su questa grave omissione è il limite della sua argomentazione.