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UNIVERSITA’/ Toniolo (Usa): benedetto centralismo se serve a salvare gli atenei italiani

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È così. L’Italia è un paese dove i professori vogliono comandare ma non avere responsabilità, e dove i rettori vogliono essere guidati dal ministero. Sono l’espressione di una società malata di statalismo. E tuttavia sono il primo a sperare che la riforma vada in porto.

 

Quale sarebbe la sua ricetta per risanare l’università italiana?

 

L’unico modo è di dare un’amplissima autonomia degli atenei, e creare grandi sistemi di incentivi da accompagnare a grandi sistemi di punizioni. I concorsi siano aboliti e le università assumano chi vogliono. Chi non fa quadrare i bilanci sia penalizzato, fino al commissariamento. Quegli atenei che sono troppo malati per essere curati, vengano chiusi.

 

Viene quasi da pensare che lei speri nella “rottamazione” del ddl. Eppure, dice di augurarsi che venga approvato...

 

Allo stato delle cose è vitale per l’università italiana che il ddl Gelmini passi subito. Diversamente resteremmo in una palude per ancora chissà quanti anni, con le università nell’incertezza totale su quello che possono o che devono fare. Dopodiché, per piacere, non parliamo più per vent’anni di riforma universitaria. Chiediamo al successore della Gelmini, e al successore del successore, di limitarsi a fare una gestione intelligente della legge che verrà approvata.

 

In altre parole?

 

Una routine ben organizzata è l’unica ancora di salvezza per l’università italiana. Fatta la legge, tocca alla buona amministrazione. Bisognerà gestir bene la legge, implementarla, senza vagheggiare ulteriori rivoluzioni. Lasciamo che le università si adattino al sistema, che ogni ateneo si organizzi, che si crei un sistema di reclutamento in grado di produrre aspettative stabili. Al tempo stesso, però, si faccia un ministero e una struttura intelligente capace di gestire il “mostro” dal centro. È un second best rispetto all’idea di avere tante università autonome: dopo l’autonomia, e in sua mancanza, è la migliore soluzione.

 

«Nelle prime 100 università a livello internazionale sono pochissime le università italiane - ha detto di recente il ministro - ma sbaglia chi pensa che questo sia solo un problema di risorse: è in primo luogo un problema di regole. La verità è che l'impostazione falsamente egualitaria del ’68 ha portato le nostre università agli ultimi posti nelle classifiche internazionali».

 



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