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SCUOLA/ E se ora Berlusconi mettesse la parità nella sua riforma fiscale?

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A me sembra opportuno sottolineare, a complemento, il valore politico e sociale di alcuni risultati in grado di aprire ulteriori prospettive.

1. La preoccupazione che maggiori contributi finanziari alle scuole paritarie possano causare la “grande fuga” dalla scuola statale non ha fondamento. Ben il 75% degli intervistati ha affermato che anche se la frequenza alla scuola paritaria fosse gratuita, continuerebbe a far frequentare ai propri figli una scuola statale. Dei rimanenti solo il 6,6% evidenziano una posizione economica tale che un contributo parziale possa far loro scegliere una scuola paritaria. Questo dovrebbe rassicurare le parti sociali e renderle disponibili a valutare la libertà di scelta su un piano diverso.

2. Un secondo risultato significativo consiste nel fatto che “una quota non irrilevante di famiglie (8,4%) sceglie la scuola statale costretta da vincoli economici, pur non concordando con l’idea che debba esistere una sola scuola uguale per tutti”, come ha evidenziato  Luisa Ribolzi. Questo dato mostra l’urgenza di dare ascolto alla voce di cittadini affinché possano esercitare il loro diritto civile di scelta educativa per i loro figli ed indica, inoltre, un reale potenziale target aggiuntivo agli attuali studenti che frequentano le scuole paritarie.

3. Il terzo risultato ci viene dalla simulazione economica presente nella ricerca. Dalle elaborazioni dei dati fatte da Agasisti, le varie ipotesi contemplate (contributi da 500 a 1.500 euro) hanno un denominatore comune: tutti i risultati evidenziano che il saldo tra investimento e ritorno finanziario sarebbe sempre positivo. Un risultato che va controcorrente rispetto alla comune convinzione, soprattutto quella che afferma che “per finanziare la scuola paritaria bisogna sottrarre risorse alla scuola statale”. Il “macigno nello stagno”, cui accennavo all’inizio del mio articolo.



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