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SCUOLA/ E se ora Berlusconi mettesse la parità nella sua riforma fiscale?

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I media sono stati colpiti dal messaggio e trasversalmente tutti hanno riportato il dato relativo ai genitori “costretti a frequentare la scuola statale” ed i dati relativi all’investimento “produttivo” per lo Stato il quale, nel saldo, non avrebbe costi ma utili. Da qui la convinzione che questa ricerca può far cadere l’alibi economico.

Quali sviluppi e prospettive economiche apre la presentazione di questa ricerca e, soprattutto, dei suoi risultati?

Non è ottimismo, ma il momento storico sembra favorevole. Da un lato il Presidente del Consiglio nel presentare i cinque punti dell’azione di Governo per la fiducia ottenuta alla fine di settembre, in un passaggio del suo intervento ha affermato: “ …si sta attuando con una revisione delle imposte locali e delle tariffe a favore dei redditi familiari, anche con un sostegno diretto alla libertà di educazione”, passaggio ripreso e spiegato con forza da Mario Mauro, Maurizio Lupi, Renato Farina, Raffaello Vignali e Gabriele Toccafondi  in un recente articolo pubblicato su questo giornale.

Dall’altro questo si incrocia con la predisposizione della legislazione di delega per l’approvazione del federalismo fiscale e con l’avvio della riforma della scuola superiore nel quale la scuola paritaria deve avere il suo importante ruolo, con la scuola statale, di attore di una funzione pubblica. Come ha ricordato il ministro Gelmini nel suo intervento inviato al convegno, “la scuola è un bene comune che non può essere ridotto ad una sola dimensione: entrambe, sia la statale che la privata, sono scuole pubbliche e possono essere buone o meno buone. Per entrambe è necessario garantire ai genitori la libertà di scelta”.



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