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SCUOLA/ 50 studenti preparano la "rivoluzione" della scuola italiana: ascoltiamoli

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Che cosa non funziona dunque? Ecco alcuni giudizi: troppi contenuti (voli su tutto, ma non ti fermi mai a pensare); i metodi frontali di insegnamento sono monotoni e passivizzanti (tutti studiano e apprezzano il metodo socratico, ma chi lo applica?); troppo teorica (le conoscenze teoriche non sai mai come applicarle, perché non te l’hanno mai fatto fare); ha una bassa stima dei giovani (nella scuola americana lo studente non viene considerato come un vaso da riempire di contenuti accademici, bensì come una mente fresca che critica, si confronta, analizza); pone al centro i programmi, non gli studenti (deve essere valorizzato lo studente, e non solo i libri, la conclusione dei programmi, che è impossibile); è punitiva, non premia e non motiva (è una scuola punitiva che non incoraggia; in Svizzera riconoscevano gli sforzi); è noiosa (non vedi l’ora che finisca e uscire); è autoreferenziale (poco collegata con il territorio, il mondo del lavoro e il mondo universitario); è deresponsabilizzante (è un gioco a chi va peggio; se vai male, non succede nulla!).

 

Questi giudizi tratti dall’esperienza diretta confermano i cahiers de doléances elaborati nei decenni da generazioni di alunni, di insegnanti, di studiosi. Sono oggi, nel 2010, gli stessi di 40 anni fa. Ed proprio questa la scandalosa notizia! Data questa pars destruens, quali sono le proposte di riforma della scuola che i 50 giovani ventunenni fanno?

 

Sono divise in 10 aree-chiave. I cicli scolastici: un unico percorso, che offra la possibilità di scelta e di approfondimento nell’ultimo biennio/triennio; durata della scuola: o 12 anni o 13 - come ora - ma l’ultimo anno già pensato come transizione al lavoro o all’Università;

il curriculum: una partizione delle materie in un 60% obbligatorio - italiano, matematica e logica, inglese, educazione civica e alla cittadinanza europea e mondiale, sport (non l’educazione fisica, ma la pratica effettiva!) geografia mondiale, storia contemporanea, informatica (non studiare il computer, ma con il computer!) e in un 40% opzionale: latino, greco, arte, filosofia, economia, lingue europee e extraeuropee (arabo, cinese...), musica, religioni, ecologia, diritto ecc...;

programmi essenziali e meno vincolanti; gruppo classe stabile solo per le materie obbligatorie; lezioni al pomeriggio, no alla scuola di sabato;

ambienti fisici funzionali, non fatiscenti, puliti e curati, attrezzati, personalizzati che trasmettano il valore della scuola e il valore degli studenti;

la valutazione è fondamentale, ma deve essere rigorosa, chiara nei criteri e articolata nelle forme, accompagnata dall’incoraggiamento e dal riconoscimento dello sforzo;

gli insegnanti: più giovani, colti, rigorosi, comunicativi, adulti coerenti e modelli di comportamento (...nel rispetto di regole comuni, nel vivere i valori che predica), adulti appassionati (che valorizzino i giovani come menti giovani, critiche e innovative, non ingenue e destrutturate), adulti capaci di relazioni equilibrate (non amicone, non intrusivo, ma neppure sarcastico e distaccato, capace di entrare in relazione rimanendo adulto, consigliere, punto di riferimento);

scuola e lavoro: negli ultimi due anni occorrono degli stage in aziende, enti pubblici musei ecc..; autonomia scolastica: le scuole possano assumere direttamente gli insegnanti.

 


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COMMENTI
04/10/2010 - Interessanti ma intellettuali (alberto fornari)

Che il campione sia di 50 studenti che hanno intrapreso l'università condiziona totalmente l'indagine. Si tratta infatti di ragazzi che stanno costruendo il loro percorso attraverso lo studio in senso stretto, e infatti le loro idee sono interessanti in quel campo. Ma dobbiamo renderci conto che l'inciampo epocale della scuola italiana è che non apprezza adeguatamente il percorso che costruisce la persona attraverso l'attività pratica, la manualità, l'esperienza di "bottega". Un'immensa quantità di ragazzi soffre di questo e le idee dei 50 loro coetanei su come si potrebbe "studiare" non li sfiorano neppure. Se non si valorizza un'altra strada, questi ragazzi rimarranno sempre fuori e odieranno la scuola. E' possibile che nessuno se ne accorga?

 
04/10/2010 - Dove? (Paolo Fasce)

Le proposte emerse dal dibattito tra gli studenti sono interessanti e meritevoli di approfondimento. Dove sviluppare questi ragionamenti? In Commissione Cultura alla Camera? In Commissione Cultura al Senato? In qualche tavolo al MIUR? In qualche studio televisivo? In qualche rubrica giornalistica? In qualche salotto buono?

 
04/10/2010 - speranze (emilio molinari)

Quanto scrivono i "nostri" giovani sulla scuola è incoraggiante, chiunque abbia in questi anni provato a raccogliere le idee degli studenti si è trovato di fronte ad analisi spietate ma anche a proposte sensate. Come quelle descritte nell'articolo. I nostri politici come poco sanno dei treni dei lavoratori pendolari altrettanto poco sanno di ciò che avviene in classe e delle scuola o non vogliono sapere.La verità è che cambiare davvero il modo di insegnare, di vivere le ore di scuola, il riprendere a coltivare gli entusiasmi sopiti, le inclinazioni ed i desideri individuali presuppone una rivoluzione copernicana che mette al centro gli interessi della persona e non i vincoli posti dai gruppi sedimentati nei loro privilegi, dalle difese corporative e sindacali, dagli scontri tutti ideologici. Solo l'idea che delle discipline possano essere "opzionali" metterebbe in crisi la rigidità degli orari costruiti per tutto l'anno sui "desiderata" degli insegnanti nel pieno rispetto del "giorno libero" e mai veramente improntati ad un progetto didattico. Qello che suggeriscono i protagonisti della ricerca sarebbe da assumere come programma da chi cittadino, politico e sindacalista avesse davvero coraggio e interesse per una scuola attenta all'individuo nella sua staordinaria unicità ed irripetibilità.

 
04/10/2010 - Buone le intenzioni, rischiose le conclusioni? (Sergio Palazzi)

Il lavoro proposto è interessante e certo, nelle intenzioni, costruttivo. Mi incuriosisce anche perchè credo in progetti come Intercultura; riletta la sintesi e in attesa di vedere il lavoro completo, non riesco però a togliermi la sensazione di un naif un po' rischioso. E' un libro dei sogni quando definisce come dovrebbe essere un insegnante, in un altro mondo vedremo la maggioranza dei docenti corrispondere a quelle richieste, e le mamme tutte buone e belle nel loro mulino bianco. Ma altrove mi preoccupa: non solo sul "percorso comune" spostato troppo avanti, ma per la scelta dei "saperi comuni". Tolta la matematica, mancano i saperi "forti". Non puoi capire la storia contemporanea e nemmeno la geografia se non conosci la storia più antica. Spiegare l'ecologia a chi non abbia idea di chimica, fisica e biologia, o educare alla "cittadinanza e legalità" senza aver compreso le basi della responsabilità e del diritto, espone - come succede - ai tanti omini dalla faccia di burro che ti promettono balocchi, cuccagna e Nobel per la pace. D'accordo, e resto nel mio, che se la chimica fosse quella roba che si insegna a scuola, con quei programmi e quei libri, con docenti che praticamente non l'hanno mai imparata (come è stata e sarà sempre di più la regola nei licei), meno la si fa e meno si fa danno. Ma se non hai le basi culturali come costruisci un edificio che serva per il futuro? Rinviamo ancora tutte le scelte all'università, senza aver però dato gli elementi per scegliere?