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SCUOLA/ Gentili: c'è una "guerra di religione" che mette a rischio la riforma

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Mentre i docenti delle scuole secondarie sono alle prese con un nuovo anno scolastico, con l’avvio della Riforma e con le nuove Indicazioni nazionali, molto opportunamente la Fondazione per la Scuola e la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Torino hanno organizzato un importante convegno sulla dimensione culturale e il concetto di competenza.

Su questo argomento ilsussidiario.net, nei mesi scorsi, ha ospitato dibattiti e confronti anche aspri. Devo riconoscere che questi confronti hanno costituito per me motivo di riflessione e di ripensamenti. Vorrei qui provare a sintetizzare alcune conclusioni a cui sono giunto.

 

Come è noto a chi ha qualche esperienza dell’aula scolastica le competenze non si insegnano. Discutere in modo dilettantesco di competenze e conoscenze non aiuta la scuola a migliorare. Ogni processo di insegnamento ha sempre una duplice dimensione. Da un lato l’insegnante mette in valore la prima delle radici latine della parola educare, cioè edere, nutrire. Chiunque insegna trasmette conoscenze, alimenta i suoi allievi sul piano del sapere. Sostenere messianicamente che con la nuova scuola si passi dalle discipline alle competenze è una frase ad effetto ma ha poco rapporto con la realtà. Gli insegnanti devono avere una rigorosa preparazione disciplinare e saper insegnare bene la loro disciplina. Con il riordino dell’istruzione tecnica, le discipline non vanno in soffitta.

 

D’altro canto ogni insegnante che non si limiti al sillabario e all’annuale scontata reiterazione del programma, mette in valore la seconda radice dell’espressione educare, educere, cioè tirar fuori. Soprattutto oggi, di fronte ai “nativi digitali” e alle scoperte delle neuroscienze, questa seconda dimensione cresce di importanza. 

L’esperienza dell’insegnamento si gioca tra queste due dimensioni, alimentativa e fermentativa. La lezione deve creare il gusto della scientificità, dare l’«innesco», il lievito dell’attività intellettuale. Questo effetto fermentante colloca la lezione all’estremo opposto dell’enciclopedia, del libro di testo, del vocabolario, il cui ruolo è esattamente quello di fornire materia per la fermentazione.

 

La didattica per competenze esige la multidisciplinarietà, la valorizzazione del laboratorio, dell’alternanza scuola-lavoro, delle tante risorse educative dell’extrascuola. Ma non si può immaginare l’ora di competenze o lo spazio delle competenze. Una guerra ideologica tra fautori del tradizionale metodo di insegnamento basato sulle discipline e fautori delle competenze è senza senso. Piuttosto che obbligare a un “aut, aut” chiedendo di scegliere tra discipline e competenze occorre porsi in una logica dell’“et, et”. Il problema della scuola di oggi è che, nella realtà media della didattica, non si ha e non si dà coscienza del fatto che lo studio sviluppi competenze.

 

Continua

 

 

 



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COMMENTI
08/10/2010 - I muri di gomma sono brutti ostacoli (Sergio Palazzi)

L'articolo andrebbe letto e commentato in collegio docenti quando si discutono senso e scopo della didattica. Ma siamo sicuri che la media dei docenti "voglia" seguire questo percorso? La riforma richiede di mettersi in gioco; di rivedere i motivi, prima ancora dei metodi della didattica. Questo è uno degli aspetti che, in una riforma che ha troppi difetti già più volte evidenziati, risulta più propositivo e innovativo: dato che il semplice voler introdurre degli elementi di buon senso e di consapevolezza risulta così innovativo da sembrare rivoluzionario, o più semplicemente velleitario. Importante è anche la chiara denuncia della sterilità di contrapporre conoscenze e competenze: ma quanti vogliono/sono in grado di recepire il messaggio? Profili, dipartimenti, comitati T/S saranno lettera morta finché tutti i livelli, dirigenti, docenti, studenti, non verranno responsabilizzati a metterli veramente in pratica anziché cercare il modo di neutralizzarli perché cambi il meno possibile. Questa responsabilizzazione (detto in italiano: verifiche, premi e punizioni) è la prima cosa di cui c'è bisogno. Gentili mi perdona se mi resta il dubbio che tutte queste belle idee partoriranno solo mucchi di scartoffie in didattichese, e ben poco cambierà? Sono curioso di vedere il testo pugliese; da lontane esperienze aziendali ricordo la differenza di spessore culturale tra i periti di quelle aree, confrontabili ai loro omologhi del nord, e quelli di altre zone del centro sud.

 
08/10/2010 - Gentili ha ragione. E i Licei? (Michele Borrielli)

Gentili ha ragione quando scrive che “Gli insegnanti devono avere una rigorosa preparazione disciplinare e saper insegnare bene la loro disciplina. Con il riordino dell’istruzione tecnica, le discipline non vanno in soffitta”.(…) “Molte scuole hanno infatti, con fatica e con risultati significativi, sperimentato l’importanza di una didattica per competenze. Tale didattica si basa sulle discipline (…) Collega l’insegnamento ex cathedra alla didattica laboratoriale”.(…) “Le migliori ricerche comparative forniscono dati dai quali si ricava che i risultati di apprendimento sono migliori nei sistemi scolastici nei quali il tempo delle lezioni si combina con il tempo delle esperienze”(…) “È indispensabile (…) la trasformazione delle attuali rigide “classi di concorso”. Egli si sofferma in particolare sull’istruzione tecnica, ma il discorso è validissimo anche nei Licei: le competenze disciplinari e laboratoriali dei docenti vanno valorizzate e sfruttate al meglio: se nel terzo e quarto anno dei futuri Licei le competenze chimiche sono nettamente prevalenti, oltre che per la parte strettamente chimica anche nelle parti di scienze della terra e biologiche, perché non attribuire l’insegnamento “scienze naturali”, invece che ai docenti naturalisti e biologi della attuale classe A060-futura a-50, ai docenti chimici della attuale A013-futura A34, come proposto dal consiglio nazionale dei chimici in http://www.chimici.it/cnc/fileadmin/novita/prot_500_10_Ministro_Gelmini.pdf.pdf?

 
08/10/2010 - L'esempio come via d'incontro (enrico maranzana)

Viene prima il “nutrire” o il “tirar fuori”? Viene prima il conoscere o l’essere presenti e partecipi? Quando la società era immobile il problema non esisteva: si conosceva lo scenario con cui i giovani avrebbero DIALOGATO alla fine dei loro studi. Oggi questa prefigurazione ha una minima possibilità d’aver successo. Da qui la necessità di gerarchizzazione: la formazione e l’educazione dello studente sono da perseguire per mezzo dell’istruzione, il che implica la transdisciplinarità, non la multidisciplinarità. Accolgo il suo invito: “Credo che l’unica via sia cercare di incontrarsi sul piano concreto degli esempi”: su queste pagine ho scritto del progetto Mercurio e della sua applicazione all’ITC Parini di Lecco; nella sezione didattica di matematicamente.it, ho presentato un percorso di informatica e uno sui numeri naturali incardinati sul “tirar fuori”.