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SCUOLA/ Raccontami la tua classe "multietnica" e ti dirò chi sei

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

In tre interessanti articoli pubblicati nelle scorse settimane (ilsussidiario 11, 18 e 25 ottobre 2010), il filosofo Costantino Esposito ha individuato con profondità di pensiero il problematico statuto dell’identità nella cultura postmoderna e le ambiguità che ne derivano nel modo di pensare la convivenza all’interno della società multiculturale, costantemente esposta alle derive (opposte ma in fondo complementari) del nichilismo e del fondamentalismo.

Ci pare interessante riprendere il discorso dal punto di vista educativo, con particolare riferimento ai processi che interessano in profondità le nostre istituzioni scolastiche. Con i suoi circa 600mila studenti stranieri (a fronte dei 50mila dell’anno scolastico 1995-1996) la scuola italiana presenta infatti uno spaccato significativo del processo di multiculturalizzazione in corso anche nel nostro paese; trattandosi nella maggior parte dei casi di giovani destinati a rimanere da noi, essa costituisce inoltre un significativo laboratorio nel quale possiamo intravedere le dinamiche, le difficoltà e le potenzialità dell’Italia che verrà.

L’attenzione alle differenze culturali si manifesta oggi nella scuola attraverso tutta una serie di pratiche, che mirano opportunamente a potenziare l’accoglienza dei singoli studenti, la conoscenza dei reciproci universi culturali di riferimento, la qualità delle relazioni, la competenza comunicativa, il plurilinguismo. Percorsi spesso di grande efficacia e valore, che chiedono però di essere ricompresi in una visione d’insieme per avere autentico senso educativo e non essere banalizzati come attività collaterali al quotidiano “fare scuola”.

Si sta chiudendo, a nostro giudizio, una prima stagione del rapporto tra scuola e multiculturalità nel nostro paese, quella iniziata negli anni ’80 con l’irruzione dell’“imprevisto migratorio”: segnata da sforzi importanti e generosi davanti a compiti d’integrazione nuovi e impegnativi, ma anche da enfasi e ingenuità nel mutuare acriticamente modelli che un po’ dappertutto stanno ora segnando il passo.
Anzitutto modelli di convivenza nella società plurale e globalizzata: il melting pot americano, l’assimilazionismo francese, il multiculturalismo anglo-olandese (quello che prevalentemente la nostra scuola ha provato a traslare, illudendosi di realizzare facilmente lo slogan “diverso è bello” mediante una semplice giustapposizione delle differenze e la promozione di miriadi di iniziative tese a dar loro visibilità).
 



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