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SCUOLA/ Raccontami la tua classe "multietnica" e ti dirò chi sei

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Tutte le “ideologie della multiculturalità” sono in affanno nel fronteggiare un processo imponente, in pieno corso, del quale appare difficile scorgere gli esiti: esso chiede di essere conosciuto, interpretato, orientato con audacia e insieme con realismo, sperimentando percorsi adeguati ai singoli contesti che non facciano tabula rasa del portato storico consolidatosi nei secoli e che non siano d’altronde chiusi all’arricchimento culturale e al metissage al quale la storia sembra chiamarci.

Ma il cammino verso una “educazione interculturale critica”, di seconda generazione, passa anche, a nostro avviso, attraverso un ripensamento dei modelli antropologici che in questi decenni sono stati prevalentemente usati come base del lavoro formativo: non di rado si è assistito alla proposta di percorsi didattico-educativi fondati sulla svalutazione della idea stessa di identità (individuale e collettiva), concepita come fattore particolaristico, residuale e in fondo ostativo di una convivenza aperta al dialogo e all’incontro. Come se fosse possibile scoprire in sé e negli altri l’universalità dell’umano senza muovere da quella particolarità personale e culturale che ognuno di noi è.

La “mente monoculturale” viene così considerata come un limite poiché indurrebbe a valutare le altre culture come inadeguate o persino come una minaccia: di conseguenza nelle attuali condizioni sociali occorrerebbe pensare a una “mente multiculturale”, capace di acquisire e gestire una molteplicità di modelli culturali tra loro differenti in termini di credenze, valori, emozioni e pratiche. La sfida del futuro sarebbe perciò formare persone con una mente multiculturale, quelle più adatte a convivere in un mondo pluralista, più tollerante, giusto, libero (cfr. L. Anolli, La mente multiculturale, 2010).

Tale decostruzione dell’identità rischia invece, a nostro avviso, di produrre in campo educativo una autentica eterogenesi dei fini: la convivenza è certamente ostacolata dal porsi di identità chiuse ed autoreferenziali, ma essa non si costruisce “sciogliendo” ogni tradizione per far spazio ad “identità patchwork” o a ciò che è proposto come “valore comune” perché corrisponde al mainstream del momento. Un soggetto anonimo e senza origine, incline al nomadismo esperienziale ed al passing esistenziale, privo di ipotesi culturali da verificare non è maggiormente capace di incontrare realmente l’altro, è semplicemente più manipolabile e massificabile. Al contrario, chi sta conquistando una identità matura è capace di incontrare e riconoscere l’altro, chi è proteso ad approfondire consapevolmente la propria appartenenza tocca prima o poi quell’iceberg nascosto, quella sorgente che costituisce la nostra comune umanità: può riconoscere quel comune “volto umano” su cui si fonda la propria e l’altrui dignità.



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