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SCUOLA/ Raccontami la tua classe "multietnica" e ti dirò chi sei

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica


La grande questione educativa è allora la tensione a fare scoprire questo livello dell’io, prendendosi cura ad uno ad uno di quei giovani che uno sguardo superficiale potrebbe considerare sempre più omologati e privi di differenze perché tutti distratti dal comune stordimento comunicativo. Si tratta di far scoprire ai più giovani, quale che sia la loro origine, la statura del loro desiderio, di testimoniare loro la bellezza che abita nella realtà e la grandezza che abita nella cultura: ciò inizia ad introdurre nella convivenza scolastica un elemento di simpateticità verso ogni uomo e permette di valorizzare ogni apporto culturale. Nell’ordinario lavoro sulle discipline (e non fuori di esso) è continuamente data l’occasione per fare spazio a quel grido contro il nulla e quella attesa di significato che accomuna chi lavora quotidianamente nelle nostre aule.

La scoperta di questa consanguineità può rendere la presenza dell’altro non appena tollerata, ma pur nella sua intrascendibile differenza, profondamente amica. “Proprio qui - ha scritto M. Borghesi - sta la grandezza di Omero: che Greci e Troiani stanno sullo stesso piano, non c’è alcun razzismo, non c’è nessun giudizio morale per cui gli uni sono superiori agli altri, uno sguardo pietoso abbraccia le vite di entrambi: gli educatori, senza perdersi nei dettagli, devono mostrare questi punti alti della tradizione, narrarli, fissarli come luoghi della memoria, alba di redenzione. Così si contribuisce a formare personalità e a porre le premesse di una civiltà” (Memoria evento educazione, 2002).



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