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SCUOLA/ Bottani: l’educazione di Stato è finita, il futuro è del federalismo

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Perché senza questi riferimenti non si potrebbe capire lo straordinario sviluppo dei sistemi scolastici statali nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Questa evoluzione ha indubbiamente favorito l’alfabetizzazione, elevato il livello d’istruzione della popolazione, ma resta ancora da dimostrare che abbia ingentilito gli animi, ridotto la violenza collettiva, corretto le disparità sociali, ridotto le ingiustizie sociali di fronte all’istruzione.

 

Dal suo punto di vista c’è stato un miglioramento nella civilizzazione o no?

 

Le società globalizzate odierne non sono meno inibite di quelle del passato e probabilmente non sono né meno ingiuste né meno violente. Se non ci si lascia accecare dal moralismo e dall’angelismo, si può dubitare che la funzione principale dello sviluppo dell’istruzione statale sia quello di ingentilire gli animi, di diffondere la passione per la cultura disinteressata e la razionalità tra la popolazione, di contribuire a creare una società di amici, fraterna, composta di persone tra loro solidali. Nelle società contemporanee il servizio scolastico è stato lo strumento straordinario di governo della popolazione, di disciplinamento delle masse, di inculcazione di verità acquisite. Gli assiomi ai quali ci si aggrappa per giustificarne l’espansione sono esistiti solo in parte e sono spesso fumo negli occhi per coloro che si dedicano all’istruzione e per coloro che sono obbligati ad andare a scuola. Probabilmente questa è solo una parte della verità, per cui non si può affermare che questi assiomi siano del tutto falsi, tanto più che hanno funzionato a lungo e che continuano ad operare per tutti coloro che sono disposti a crederci.

 

Un pilastro fondamentale dell’ipotesi sopra illustrata, soprattutto in Italia, è stata la centralità della cultura generalista di tipo umanistico, mentre la formazione di tipo scientifico tecnologico collegata al lavoro è stata ed è spesso vista con sospetto per una sua presunta natura “strumentale”, mirante a costruire individui asserviti ad interessi meramente di profitto. Questo pregiudizio continua a circolare, seppure con minor forza, ancora in Italia. Qual è la sua opinione nel merito?

 

Mi sembra strana l’affermazione secondo la quale in Italia la formazione di tipo scientifico e tecnologico collegata al lavoro è stata ed è spesso vista con sospetto per una sua presunta natura “strumentale”. La storia della formazione professionale e tecnologica in Italia merita di essere ripercorsa e forse addirittura riscritta. In ogni modo, mi sembra che si debba risalire fino a Salvemini, ovverossia fino agli inizi del Novecento, poiché è lì che si trovano le radici dei malintesi all’origine di molti problemi di cui soffre la formazione e l’istruzione professionale in Italia. Per altro, se ben ricordo, una delle correnti egemoniche della cultura italiana degli anni 50 e 60 non era affatto diffidente nei confronti della formazione e istruzione professionali, perché propugnava un sistema scolastico nel quale si coltivasse quella che allora si chiamava “cultura politecnica”. La cultura generalista di tipo umanistico era vista con una certa diffidenza, ma anche con una certa ambiguità ed ammirazione dagli esponenti principali della cultura marxista.

  

E cosa pensa della situazione attuale?



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COMMENTI
15/11/2010 - Costruire case sulla sabbia, non sulla roccia (enrico maranzana)

“Si può affermare che in Italia non esiste una cultura della valutazione”. Affermazione vera se si guarda quanto avviene nelle scuole perché il controllo può essere esercitato solo se le finalità sono circoscritte ed esplicitate in obiettivi, se la progettazione organizzativa è vista come elemento essenziale e irrinunciabile, se le strategie formative/educativi sono formulate, se si misurano gli scostamenti obiettivi..risultati. L’affermazione sulla cultura della valutazione perde di consistenza se si cambia punto di vista: nel 1974, ad esempio, la legge ha dato mandato al Collegio dei docenti di “valutare periodicamente l'andamento complessivo dell'azione didattica per verificarne l'efficacia in rapporto agli orientamenti e agli obiettivi programmati, proponendo, ove necessario, opportune misure per il miglioramento dell'attività scolastica”. Per quanto riguarda l’interpretazione dell’affermazione “la legge italiana è parecchio ambiziosa ma carente su alcuni aspetti cruciali come per esempio l’autonomia nella gestione del personale scolastico e quella finanziaria” è bene collocare la frase in dimensione temporale dilatata. In un primo momento le scuole dovranno dimostrare di essere in grado di “progettare e realizzare interventi di educazione, di formazione e d’istruzione” e, solo dopo, si potrà passare al decentramento di risorse e di poteri. L’immaturità e l’insensibilità che traspaiono dai POF rendono impraticabile il percorso verso l’indipendenza.