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SCUOLA/ Bottani: l’educazione di Stato è finita, il futuro è del federalismo

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Vale la pena segnalare tre punti ai quali prestare attenzione e che non mancheranno di comparire presto o tardi nell’agenda politica scolastica. L’articolazione tra l’Invalsi e le strutture scolastiche regionali. Il federalismo scolastico (che esiste per esempio in Svizzera, in Germania, nel Canada, negli Stati Uniti, in Australia, per farla breve nella maggioranza dei paesi) non esclude affatto la presenza di strutture valutative regionali che dialoghino con quella federale o nazionale che dir si voglia. Viene poi lo sviluppo della valutazione delle scuole che in Italia è ancora del tutto embrionale. E infine lo sviluppo della valutazione degli insegnanti, problema scottante dal punto di vista politico e molto arduo da quello scientifico, ma in questi ultimissimi anni si sono fatti progressi fantastici da questo punto di vista nel campo della ricerca.

 

Ipotizzando che comunque, nel breve e forse nel medio periodo, il sistema scolastico istituzionale possa ancora ricoprire una funzione, quale è la sua opinione sul livello ottimale di accentramento - decentralizzazione che potrebbe garantire ai sistemi scolastici europei ed in particolare a quello italiano efficienza e funzionalità? Quale è il suo parere sull’attuale querelle in atto in questo momento in Italia a proposito delle rispettive funzioni delle Regioni e della Amministrazione Centrale?

 

Non c’è nessun dubbio in merito: la stragrande maggioranza dei sistemi scolastici dei paesi nei quali l’alfabetizzazione di massa è stata precocemente realizzata sono decentralizzati. Questo non è il caso dell’Italia, dove l’alfabetizzazione universale è stata realizzata tardi, solo nel secondo dopoguerra, ossia una sessantina d’anni fa. Il modello scolastico centralizzato all’italiana è un’eccezione ed anche nel prototipo di questo modello, ossia il sistema scolastico francese, è in corso una decentralizzazione progressiva, in parte larvata, connessa da un lato a una ridistribuzione delle competenze alle entità regionali, ai dipartimenti e ai comuni e dall’altro al movimento pedagogico che propugna l’autonomia delle scuole la quale è considerata un fattore di miglioramento dei risultati. Il problema non è tanto quello della decentralizzazione che a mio parere è ineluttabile e ineludibile, ma quello della «rendicontazione» in un regime di scuole autonome.

  

Può spiegarsi meglio?



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COMMENTI
15/11/2010 - Costruire case sulla sabbia, non sulla roccia (enrico maranzana)

“Si può affermare che in Italia non esiste una cultura della valutazione”. Affermazione vera se si guarda quanto avviene nelle scuole perché il controllo può essere esercitato solo se le finalità sono circoscritte ed esplicitate in obiettivi, se la progettazione organizzativa è vista come elemento essenziale e irrinunciabile, se le strategie formative/educativi sono formulate, se si misurano gli scostamenti obiettivi..risultati. L’affermazione sulla cultura della valutazione perde di consistenza se si cambia punto di vista: nel 1974, ad esempio, la legge ha dato mandato al Collegio dei docenti di “valutare periodicamente l'andamento complessivo dell'azione didattica per verificarne l'efficacia in rapporto agli orientamenti e agli obiettivi programmati, proponendo, ove necessario, opportune misure per il miglioramento dell'attività scolastica”. Per quanto riguarda l’interpretazione dell’affermazione “la legge italiana è parecchio ambiziosa ma carente su alcuni aspetti cruciali come per esempio l’autonomia nella gestione del personale scolastico e quella finanziaria” è bene collocare la frase in dimensione temporale dilatata. In un primo momento le scuole dovranno dimostrare di essere in grado di “progettare e realizzare interventi di educazione, di formazione e d’istruzione” e, solo dopo, si potrà passare al decentramento di risorse e di poteri. L’immaturità e l’insensibilità che traspaiono dai POF rendono impraticabile il percorso verso l’indipendenza.