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SCUOLA/ Se tutti possono riuscire, cosa deve fare un "vero" prof?

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Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)  Dal film Les Choristes, di C. Barratier (2004)


La scuola deve aiutare il ragazzo a prendere coscienza di sé, delle proprie potenzialità e caratteristiche, attraverso la pratica faticosa ma intrigante di misurare sé sulla realtà visitata da punti di vista diversi quali sono le discipline. Perché ciò accada è necessario tener conto degli stili cognitivi centrati e sulle attività cognitive e sulla personalità di cui è dotato ogni alunno, degli stili di apprendimento, delle strategie cognitive e di relazione, delle motivazioni e degli interessi dei bambini/ragazzi. Allora siamo in presenza della scuola della personalizzazione, dell’orientamento, dell’autovalutazione e della valutazione di cui si dà ragione.

Ferran Ferrer, in una relazione tenuta ad un seminario promosso dall’ADI nel febbraio 2010 tratteggia le caratteristiche della personalizzazione educativa. “La personalizzazione presuppone aspettative nuove e diverse: tutti gli alunni possono riuscire. Le aspettative determinate dalla personalizzazione sono diverse rispetto a quelle che i docenti hanno sempre nutrito all’interno della scuola tradizionale.
- La personalizzazione si basa sul principio che tutti sono in grado di imparare. Questo non significa che tutti raggiungeranno lo stesso livello, ma che tutti potranno/dovranno acquisire sufficienti livelli di apprendimento.
- Se si è convinti di questo principio, la questione delle aspettative cambia e diventa fondamentale, poiché gli insegnanti dovranno alimentare attese di riuscita nei confronti di ciascun alunno”.

La funzione orientativa della scuola va rivisitata. L’orientamento non è un’azione appannaggio della scuola che deve aiutare il ragazzo a “scegliere” la scuola successiva, ma è compito della scuola far sì che il ragazzo giunga alla scoperta di sé, della propria singolarità, attraverso sfide culturali e didattiche che accetta e con cui si misura mettendosi in azione. È il ragazzo che si orienta, è il soggetto e non l’oggetto dell’orientamento.

È attraverso operazioni quali dare un nome alla realtà, conoscere e comprendere la realtà attuale e storica (cultura), riconoscere l’altro come opportunità per sé, prezioso, da rispettare, che l’alunno si orienta nella realtà (nel dentro e nel fuori di sé) e quindi costruisce la propria identità colma di alcuni limiti ma anche di grandi potenzialità. Perché accada ciò la scuola deve riconoscere il valore della persona attraverso la promozione di situazioni e contesti in cui l’alunno sia attivo e protagonista. Ma tali processi formativi della persona integrale non si concludono né si esauriscono allo scoccare dei 14/16 anni. Sono “condizioni” perché il ragazzo affronti e attraversi la piena adolescenza con strumenti personalizzati e di presa efficace sulla realtà propria ed esterna; realtà che, negli anni della secondaria superiore, aumenta in quantità di occasioni di scelte e di giudizio.

Riguardo alle pratiche che sviluppano competenze di autovalutazione negli alunni rinvio al dibattito, purtroppo eco lontana, scaturito intorno all’introduzione del portfolio nella scuola in era morattiana. Un dibattito che è stato contaminato da pregiudizi ideologici che hanno impedito di cogliere la portata  formativa dello strumento. Accenno, come spunto di riflessione, alla modificazione che dovrebbe intervenire sulla pratica di valutazione nella scuola che da valutazione dell’apprendimento dovrebbe tradursi in valutazione per l’apprendimento.



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COMMENTI
17/11/2010 - finalmente (Antonio Servadio)

Finalmente trovo riflesse perfettamente le mie personali idee, sviluppate e coltivate fin dai primi banchi di scuola, consolidatesi nei decenni, semplicemente osservando le persone, ascoltando e leggendo le loro storie. Non sono idee "difficili", non è alta scienza, non serve una laurea in pedagogia per arrivarci. Non sono neppure idee originali, nossignori. Illustri e non illustri pedagoghi, insegnanti, educatori e religiosi le hanno formulate e professate in vari stili e tempi. Peraltro, sono applicabili anche al mondo del lavoro. Continuo a interrogarmi - e domando all'autore - come possa accadere che idee così fondamentali, anzi fondanti, emergano con rarefazione (per poi scomparire nuovamente ingorate) dal marasma dei dibattiti intellettuali, sociologici, delle polemiche di categoria, degli scioperi e dei fiumi di carta stampata e delle mille voci sul tema "scuola" e educazione. Per quale perversione (letteralmente) si discute con grande foga principalmente di argomenti strumentali, ideologici, tecnici e periferici trascurando di precisare il nucleo delle cose?

 
17/11/2010 - eccellenze (maria schepis)

Il dibattito sulla scuola ha sfaccettature molteplici,perchè la scuola è divenuta un enorme contenitore dove affrontare di tutto e di più, certamente non è più quella fonte di sapere universalmente riconosciut che permetteva, soprattuto ad una élite, di raggiungere le sfere più alte del sapere. Oggi promuovere l'eccellenza è un compito non sempre possibile, perchè un conto sono le intenzioni e un conto sono i fatti, la scuola dovrebbe essere orientativa ma qualche volta non lo è, la scuola dovrebbe dare competenze ma qualche volta non le dà. Ci sono scuole e scuole, docenti e docenti, allievi ed allievi, la personalizzazione della programmazione scolastica dovrebbe creare i presupposti affinchè ogni allievo possa intraprendere il percorso che meglio potenzi le sue abilità, ma solo l'incontro fortuito di circostanze favorevoli (ottimi insegnanti, dotatissimi allievi e, possibilmente, efficientissima scuola) permettono l'effettivo raggiungimento di tale obiettivo. Il più delle volte potenziali eccellenze finiscono per essere allievi svogliati, perchè non adeguatamente motivati e valorizzati.

 
17/11/2010 - LA SCUOLA DEI TALENTI (Angelo Lucio Rossi)

Chi non desidera una scuola che accoglie e potenzia i talenti? Chi non desidera una scuola viva che faccia fruttare le potenzialità dell'alunno nell'incontro arricchente con tutta la realtà? Eppure rischiamo nelle nostre scuole "la violenza sui talenti". Rischiamo di calpestare qualcosa di prezioso che i nostri ragazzi possiedono. I giovani hanno bisogno di una presenza, cioè che l'adulto sia presenza in mezzo alla confusione di questo mondo. Questa è la sfida che siamo costretti ad affrontare per non sciupare i talenti dei nostri giovani.