BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Il mito del "farsi da sé" fa più male che bene. Anche a scuola...

Pubblicazione:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Si usa spesso il lemma talento con una certa dose di confusione. A partire dalla sua definizione. Talento viene definito dal Devoto-Oli come una “capacità intellettuale non comune associata a genialità od estro vivace”. Per di più assistiamo a una tentazione narcisistica ed autoreferenziale insita nel termine. Si tratterebbe di una qualità che grazie alla coltivazione personale dell’individuo, tramite applicazione, concentrazione e perseveranza, possa portarlo ad eccellere in qualche campo del sapere pratico o intellettuale. Quindi i talenti innanzitutto si avrebbero in partenza, e poi si potenzierebbero grazie alla tenacia e all’applicazione anche ostinata del soggetto, affidandosi al suo sforzo per dare sempre di più.

Il passaggio dal genio, dotato dalla natura di particolari talenti, al gene è oggigiorno facilitato dalla popolarità delle neuroscienze che sono strenuamente alla caccia di meccanismi molecolari, per non dire nucleotidici, alla base delle predisposizioni del soggetto. E’ la new version, più tecnica e meno ingenua, di un tema caro a molti, quello della “marcia in più”: il fideismo circa l’esistenza di soggetti particolarmente dotati dalla natura capaci di imprese, in qualsiasi campo, che la gente comune non può far altro che ammirare e, più o meno segretamente, invidiare.

Estendere queste teorie al bambino a scuola significa reputare che esistano davvero dei piccoli dotati in partenza accanto ad altri più sfortunati, i primi destinati ad eccellere ed i secondi a soccombere nelle schiere della dispersione scolastica. Ovviamente ne risulterebbe la necessità di percorsi differenziati per gli uni e per gli altri con la conseguente difficoltà di definirli dentro una farisaica logica di par condicio (visto che viene presupposta proprio una condicio niente affatto pari ab origine).

Un tale presupposto di partenza, se escludiamo i casi di evidenti deficit organici che limitano alcune capacità del soggetto, è invece falso oltre che pericoloso per le sue conseguenze.  Innanzitutto ogni bambino nasce col talento del suo pensiero, anche il più organicamente svantaggiato.



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
19/11/2010 - Dalle parole ai fatti (enrico maranzana)

La scuola dovrebbe essere “un luogo dove se un giovane appare davvero povero di talenti si attivi l’iniziativa dell’adulto a proporre un’offerta positiva, capace di suscitare interessi da cogliere, generare passioni da coltivare, incentivare pensieri nuovi, piuttosto che un’immediata diagnosi e classificazione”. Sviluppiamo l’enunciato su due versanti. Il primo riguarda le responsabilità della scuola, non solo sui ragazzi in difficoltà: il compito primario dell’istituzione è di confezionare e di gestire situazioni d’apprendimento per motivare i giovani, coinvolgerli in attività produttive di cui colgono il significato. Le attività devono imperniarsi sui giovani e sulla loro evoluzione; il tradizionale rapporto “medico-paziente”, “io so-tu adeguati” è da superare e contrastare. Perché non si riflette sul picco degli insuccessi che si manifesta nella scuola primaria in corrispondenza alla sistematica introduzione nell’insegnamento delle conoscenze disciplinari? Ad analoghe considerazioni si giunge riprendendo la questione sul versante degli alunni: la distinzione tra capaci e maldestri discende dai valori imposti dall’ambiente di riferimento, valori di cui gli adulti sono portatori. L’accettazione dell’altro, che caratterizza il modo di essere dei bambini, è soffocata da giudizi formulati secondo tali criteri. Questa la connotazione negativa del “C’è sempre qualcuno da ringraziare” che deriva, anche, dalla mancata attenzione al precetto ”Diventate come piccoli fanciulli”.