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SCUOLA/ Il mito del "farsi da sé" fa più male che bene. Anche a scuola...

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

E’ la cura e la difesa di questa dotazione che viene chiesta all’adulto, insegnante incluso. Questa dote ha inoltre una caratteristica precisa: necessita dell’apporto degli altri per poter crescere e consolidarsi, non si dà infatti il caso di auto-sviluppo. Iniziativa, volontà, impegno, riuscita non sono che esiti della riuscita del pensiero.

Ecco allora avvicinarci alla pensabilità di una diversa definizione di talento. Il talento diventa ciò che di mio metto a disposizione di un altro perché lui se ne faccia qualcosa e poi me lo restituisca incrementato, con un di più che non c’era prima. L’invito a far fruttare i talenti va proprio in questa direzione, secondo il detto evangelico “a chi ha sarà dato”. Ciò che ho, messo nelle mani di un altro, mi verrà restituito con incremento e beneficio per entrambi; allo stesso modo se quel che possiedo verrà fatto oggetto di pretesa sugli altri e non verrà messo a fattor comune con un compagno affidabile, nel tempo si dissiperà senza frutto. Dentro quest’ottica, quindi, i talenti si sollecitano, non si auto-generano, e si incrementano in partnership, non si ipertrofizzano nell’impegno solipsistico.

Occorre che la scuola tratti i bambini e i ragazzi partendo dalla certezza di essere uno dei luoghi, forse il privilegiato, capaci di suscitare interessi da cogliere, generare passioni da coltivare, incentivare pensieri nuovi che indichino al soggetto strade percorribili per la sua soddisfazione nella realtà. Un luogo dove se un giovane appare davvero povero di talenti si attivi l’iniziativa dell’adulto a proporre un’offerta positiva, piuttosto che un’immediata diagnosi e classificazione. E un luogo in cui se un giovane appare molto dotato si presti attenzione a non attivare percorsi che generino un mostro di presunzione e supponenza, capace magari di prestazioni softwaristiche, ma inetto nel proprio moto con l’universo degli altri.

E’ anche dallo scambio reciproco fra bambini, senza differenziarli troppo in termini di prestazioni, che nasce un arricchimento di tipo incrementale e non distributivo. Ed è da un collega al momento più ricco di iniziativa che uno meno intraprendente può trarre voglia e idee che da solo magari non verrebbero. Anche per quanto riguarda i talenti, non esistono i self-made-man. C’è sempre qualcuno da ringraziare. Tanto più quanto più si ha successo.



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COMMENTI
19/11/2010 - Dalle parole ai fatti (enrico maranzana)

La scuola dovrebbe essere “un luogo dove se un giovane appare davvero povero di talenti si attivi l’iniziativa dell’adulto a proporre un’offerta positiva, capace di suscitare interessi da cogliere, generare passioni da coltivare, incentivare pensieri nuovi, piuttosto che un’immediata diagnosi e classificazione”. Sviluppiamo l’enunciato su due versanti. Il primo riguarda le responsabilità della scuola, non solo sui ragazzi in difficoltà: il compito primario dell’istituzione è di confezionare e di gestire situazioni d’apprendimento per motivare i giovani, coinvolgerli in attività produttive di cui colgono il significato. Le attività devono imperniarsi sui giovani e sulla loro evoluzione; il tradizionale rapporto “medico-paziente”, “io so-tu adeguati” è da superare e contrastare. Perché non si riflette sul picco degli insuccessi che si manifesta nella scuola primaria in corrispondenza alla sistematica introduzione nell’insegnamento delle conoscenze disciplinari? Ad analoghe considerazioni si giunge riprendendo la questione sul versante degli alunni: la distinzione tra capaci e maldestri discende dai valori imposti dall’ambiente di riferimento, valori di cui gli adulti sono portatori. L’accettazione dell’altro, che caratterizza il modo di essere dei bambini, è soffocata da giudizi formulati secondo tali criteri. Questa la connotazione negativa del “C’è sempre qualcuno da ringraziare” che deriva, anche, dalla mancata attenzione al precetto ”Diventate come piccoli fanciulli”.