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SCUOLA/ Riusciremo mai a diventare "finlandesi"?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Anche se la situazione finlandese è peculiare, perché presenta caratteristiche diverse dalle nostre, la sua esperienza è in certo modo comunicabile per alcuni aspetti, specialmente quando si salda con quella espressa da policy similari presenti in altri paesi avanzati. Nel Regno Unito, ad esempio, si sperimenta un sistema educativo basato sui reali risultati raggiunti e aperto ai contributi della società civile. Basti considerare le nuove Free Schools, nate dall’iniziativa di cooperative di docenti, gruppi di genitori e associazioni non-profit. Dunque, con una libertà (anche pedagogica) dei cittadini di istituire nuove scuole sostenute dallo Stato, di far chiudere le scuole che non funzionano (attraverso le iscrizioni) e di monitorare la leadership educativa. In questo contesto, ogni scuola avrebbe la possibilità di diventare una fondazione, in grado di procurarsi partners efficaci non solo dal punto di vista finanziario ma anche, nell’ottica di una comunità educante vicina al territorio, per la formazione di un “ethos” (progetto educativo) utile al raggiungimento degli obiettivi comuni richiesti dallo Stato e dalla società.

 

Il terzo sistema presentato è quello della Francia che, seppur in ritardo rispetto agli altri due paesi, si sta muovendo per uscire dall’impasse. Quali azioni sta adottando?

 

Partendo dai risultati deludenti nei ranking Ocse e dal numero di abbandoni ancora elevato, negli ultimi anni ha tentato il superamento delle rigidità di un centralismo che oggi appare esasperato. Gli sforzi principali sono stati indirizzati alla flessibilizzazione degli ultimi due anni del Collegio unico (oggetto recentemente di critiche anche dall’Alto Consiglio dell’Educazione francese); altri sforzi sono stati dedicati alle scuole nelle zone deprivate. Ma tali azioni non hanno sempre dato i risultati sperati, pur in presenza di ingenti interventi finanziari da parte dello Stato. Un motivo in più per considerare quanto incidano in tali politiche i fattori di “vicinanza al territorio delle decisioni gestionali”, “riduzione dei vincoli burocratici” e di “apertura alla società civile”, già presenti in collaudate esperienze di promozione di scuole “difficili” in vari Paesi: non solo in Inghilterra (Academies), ma anche in Svezia (Friskolan) e negli Stati Uniti d’America (Charter Schools).



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COMMENTI
24/11/2010 - Al buon seme è stato mescolato loglio (enrico maranzana)

Perché guardare sempre in casa d’altri? Perché scimmiottare? L’Italia ha elaborato una sua strategia, ha disegnato un sistema scolastico collocando lo studente e le sue qualità a fondamento del servizio: non la conoscenza ma l’uomo è il suo cardine. Il problema della crescita culturale delle nuove generazioni non può e non deve essere affrontato solo in termini enunciativi: è essenziale che alla fase d’ideazione segua quella del monitoraggio delle realizzazioni! E’ necessario procedere scientificamente, scomponendo la complessità della situazione nelle sue componenti, gerarchizzarle, elaborare per ognuna l’appropriata strategia risolutiva, governarle. Di tal urgenza non c’è traccia nell’articolo. Si consideri ad esempio l’enunciato: “Bisogna decentrare progressivamente il sistema per dare responsabilità ai livelli vicini alla soluzione dei problemi”. Se i problemi sono quelli dell’apprendimento (che non è un sinonimo di imparare) il DPR sull’autonomia affida alle scuole TUTTE le responsabilità formative, educative, dell’istruzione, organizzative e, proprio come auspicato, lo “Stato da 'gestore privilegiato' si è riposizionato al ruolo principale di garante e promotore di qualità” (CFR. Invalsi). Nello scritto qui commentato, invece, le situazioni sono state osservate a partire dai loro caratteri finanziari e gestionali: il problema dei giovani è rimasto inesplorato.

 
24/11/2010 - E' necessario essere italiani (Angelo Lucio Rossi)

Affondiamo nella crisi educativa con una scuola che appare ingessata. Non si tratta di diventare "finlandesi". C'è bisogno di educazione. C'è una emergenza educativa. L'educazione non può essere l'esito di una struttura burocratica o di una riforma calata dall'alto. E' necessario rilanciare l'autonomia delle scuole e la responsabilità delle scuole autonome nei loro territori, nei lori paesi e nelle loro città. L'autonomia non può essere l'esito di una concessione; essa è innanzitutto un "modo di essere" che connota e qualifica la persona e le formazioni sociali. L'autonomia va pertanto tutelata giuridicamente e va sorretta con strumenti politici, sociali ed economici adeguati a garantirne il concreto esercizio. Si tratta di ricostruire dal basso una esperienza di scuola attraverso una comunità educante legata al territorio. C'è l'urgenza assoluta di uscire dalla spirale di progressivo deterioramento del sistema educativo. E'il momento di rimettere insieme scuole,associazioni e persone per il bene comune. Reti per il bene comune per rispondere all'emergenza educativa.