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SCUOLA/ Ecco il nodo che la legge sui Disturbi di Apprendimento non risolve

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Il 29 settembre 2010 è stata approvata dal Senato la legge che riconosce e definisce i disturbi specifici di apprendimento (DSA) in ambito scolastico: la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia. Riconosce questi disturbi come specifici, indica la scuola come ente competente a individuarli precocemente e definisce i professionisti e i luoghi del percorso diagnostico.

                       

I ragazzi coinvolti sono circa 350.000 pari al 5% della popolazione in età scolare (dato fornito dall’Associazione Italiana Dislessia). Viene ora sancito il loro diritto a usufruire dei provvedimenti compensativi e dispensativi lungo tutto il percorso scolastico, compresa l’Università.

Gli insegnanti e i dirigenti scolastici dovranno essere formati (articolo 4) per possedere un’adeguata preparazione didattica, metodologica e valutativa in merito alle problematiche relative ai DSA, mentre alle famiglie sarà garantita la possibilità di usufruire di orari di lavoro flessibili.

 

La legge mette ordine tra le definizioni cliniche e il numero, apparentemente in aumento, dei bambini che faticano a codificare, decodificare, automatizzare le regole ortografiche della lingua e i fatti aritmetici. Ma il dibattito sui Disturbi di apprendimento per gli specialisti si continua ad ampliare man mano che vengono approfonditi i criteri di inclusione/esclusione, conosciuti nuovi dati statistici: infatti la natura stessa del disturbo rimane dibattuta.

 

Molti elementi rimangono controversi qual è, per esempio, il ruolo del linguaggio verso quello delle altre funzioni cognitive, quanta la natura dimensionale contrapposta a quella specifica, quale l’interagenza, il ruolo e il significato della comorbidità, così per l’intervento, quale il trattamento riabilitativo e quali i provvedimenti abilitativi, e infine come cambia il valore che il disturbo assume nelle diverse epoche dello sviluppo, in particolare nella scuola secondaria di secondo grado.

  

Nella pratica quotidiana degli specialisti impegnati nella cura dei DSA, neuropsichiatri infantili, psicologi e logopedisti, giunge in consultazione una popolazione più ampia di quella indicata dalle percentuali e qualche domanda è necessario porsela: come situarli? come definirli? come aiutarli? come sostenere le loro famiglie? cosa chiedere? quale contesto e opportunità didattiche offrire?



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COMMENTI
28/11/2010 - mutatis mutandis (Anna Di Gennaro)

Nel 1972, durante la preparazione al concorso magistrale, la mamma di un bambino cerebroleso di cui mi occupavo durante il tempo libero, mi regalò un libro appena edito: "Quando è difficile imparare a leggere" di Carl Delacato. A fine anno mi consegnò anche l'attestato di esperta del metodo Doman, allora in auge negli USA dove la famiglia si recava un paio di volte l'anno. Oltre all'esperienza col loro bambino di sei anni, la lettura mi aiutò a comprendere meglio il motivo di alcune difficoltà nell'insegnamento/ apprendimento di cui verificavo col tempo l'esistenza. Solo in seguito sperimentai i "segnali" della probabile discalculia di alcuni miei alunni. Durante l'ultimo ciclo scolastico, in terza classe, mi permisi di avvisare, con la dovuta discrezione, i genitori di un mio scolaro. Lo scopo era di approfondire la questione con specialisti per non rischiare di demoralizzarlo in vista del passaggio alle scuole medie. Il bambino non aveva solo difficoltà di memorizzazione delle tabelline, ma dimostrava la strana predisposizione a leggere i numeri romani in modo speculare. Anteporre e/o posporre le lettere determina la lettura errata del numero: la sua non era distrazione, ne ero certa. Peraltro lo stesso "eclettico" scolaro leggeva benissimo i testi di ogni altro genere. La visita specialistica sentenziò che il bambino non aveva alcun disturbo, ma il suo iter scolastico dimostrò il contrario... con buona pace di non ha orecchi per ascoltare le indicazioni di una maestra!