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SCUOLA/ Difendiamo l’istruzione tecnica contro il falso mito dell’"ascensore sociale"

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica


Si tratta di un senso comune secondo cui la prospettiva di vita è quella di fare il calciatore se sei un uomo e la velina se sei una donna. Con questo modello non solo non funziona l’ascensore sociale ma si fa del male a quel po’ di sistema Italia che combatte la sua battaglia in Europa e cerca di competere, nel settore manifatturiero, con la Germania.

Il cattivo orientamento della scuola media - Tutti i miei docenti delle aree di indirizzo si lamentano dicendo che di anno in anno l’utenza è in peggioramento. Eppure ricevono alunni scremati da quelli del biennio che sono ancora più drastici. E’ vero in parte nel senso che, per effetto della scolarizzazione quasi totale, viene a mancare, in una parte degli studenti, l’aspetto motivazionale: vado a scuola perché ci devo andare; la scuola non è poi così importante; nel pomeriggio ho gli allenamenti; nel pomeriggio ho gli amici… Ma c’è un altro aspetto seminato a piene mani da chi si occupa di orientamento: se sei bravo devi fare il classico, se sei un po’ meno bravo lo scientifico di prestigio, se no quello di rango inferiore e via via sino al professionale.

Poi c’è la gerarchia dei licei, poi c’è l’idea che le donne non sono fatte per la tecnica e, nell’ambito della tecnica, le donne faranno ragioneria e i maschi faranno perito. Sono reduce da una visita in Ferrari e ho visto, in produzione, oltre che nel management, tante giovani donne. Per remare contro il Club dei 15 sta sviluppando il Progetto Rosa per convincere le ragazze a non credere alle favole e diventare protagoniste del proprio futuro. Nella gerarchia delle scuole con il liceo in paradiso e l’Ipsia o i Cfp all’inferno, l’Iitruzione tecnica sta in Purgatorio. Su questo fronte si sposano i messaggi distorti da parte delle scuole e la pulsione delle famiglie verso un'indistinta e sognata crescita sociale (regolarmente individuata nel liceo).

Così il serpente si morde la coda, il livello del Tecnico si abbassa perché arriva una percentuale alta di giovani demotivati e sui quali il fallimento è già stato impostato alla scuola media e nelle famiglie quando è scattata la funzione "redentrice" del liceo. Non se ne esce se le forze sociali che operano fuori dalla scuola non si fanno carico di presentare alle famiglie i bisogni del territorio, la sua struttura produttiva, le caratteristiche delle figure professionali richieste. Faccio un esempio con le lingue straniere: ne servirebbero almeno due in ogni scuola. Ai nostri periti servirebbero l’inglese ed il tedesco. Attenzione: più lingue per tutti e non più liceo linguistico. Cosa vieta di fare bene tre lingue nel tecnico di finanza e marketing e nel contempo dare competenze spendibili in ambito professionale?

Oggi l’esubero di offerta di laureati in lingue è di 7.000 unità all’anno. In effetti il corso di Lingue è una specializzazione nell’ambito della facoltà di Lettere e chi opera sui mercati dell’Est negli impianti o nella meccanica fine, in competizione con la Germania, vuole tecnici che sappiano anche decodificare i manuali e comunicare in lingua ma possiedano competenze tecnico-scientifiche. Fino ai primi anni '70 l’Italia ha avuto una formazione tecnica di altissima qualità e fortemente innervata con il mondo delle imprese attraverso i Consigli di amministrazione. Gli istituti tecnici negli anni '60 erano addirittura a numero chiuso perché i posti erano commisurati alla necessità di fare della didattica laboratoriale all’altezza del compito (macchinari, qualità dei docenti).
Con la scusa della democratizzazione dei decreti delegati si è perso tutto ed è iniziato un lento declino che, alla fine, si è tradotto in mancanza di appeal.

 



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COMMENTI
29/11/2010 - modelli di governance (Claudio Cereda)

Il mondo è bello perché è vario e uno può dire ciò che vuole. Il mio modello di governance è tutt'altro che di tipo gerarchico ed è ben fondato sulla distinzione tra compiti di indirizzo e di gestione. Ma basta entrare in una scuola qualsiasi (purché vera) per capire che i CDI hanno bisogno di essere riformati e che nella gestione della scuola servirebbe anche un organo di gestione (non monocratico) oltre che poteri al DS commisurati alla responsabilità in ordine ai risultati. Per quel che mi riguarda basta collegarsi al nostro sito per scoprire sia cosa si sta facendo per rilanciare la presenza dei genitori non in funzione di "belle stauine" (con riunioni periodiche dei delegati), sia per rivitalizzare il CDI (che si insedia tra pochi giorni) ed è quasi completamente rinnovato con genitori ed alunni che garantiranno (per classe di riferimento) una presenza triennale.

 
29/11/2010 - La certezza del senso comune (enrico maranzana)

“Con la scusa della democratizzazione dei decreti delegati si è perso tutto ed è iniziato un lento declino che, alla fine, si è tradotto in mancanza di appeal” per cui appare opportuno “realizzare esperienze di governance di nuovo tipo con un peso maggiore del DS (autonomo e responsabile) e con forme di organizzazione interna basate su responsabilità certe e retribuite”. Si tratta di un’idea in cui riecheggia lo slogan delle femministe: la scuola è mia e la gestisco io; vediamo perché. Il fondamento dottrinale dei decreti delegati è stato ribadito dalla legge Brunetta nel 2009 [legge 15 art. 6] che mira a: “Rafforzare il principio di distinzione tra le funzioni di indirizzo e controllo spettanti agli organi di governo e le funzioni di gestione amministrativa spettanti alla dirigenza”, presupposto delle organizzazioni moderne in cui le responsabilità dei soggetti sono incrociate. Carica di significato la richiesta del “maggior peso del Dirigente Scolastico”: con un colpo di spugna si cancellano i loro errori e loro omissioni, origine dell’attuale degrado e che ripropone un modello organizzativo gerarchico, incurante dei principi delle scienze dell’amministrazione. Alla proposizione di un modello di scuola anacronistico, inefficace e contrario alla legge dovrebbe seguire una chiara presa di posizione sia dell’utenza, sia dei professionisti, sia dei supervisori.