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UNIVERSITA’/ Piccola agenda per non fare della riforma una "grida" manzoniana

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Mariastella Gelmini (Ansa)  Mariastella Gelmini (Ansa)

È in fase di approvazione la riforma universitaria. Se tutto andrà de plano, entro fine anno il Paese disporrà di un testo di legge organico che riorganizza il governo degli atenei, prevede strumenti per limitare la frantumazione delle sedi universitarie, introduce concetti di grande interesse quali la valutazione, il merito, l’internazionalizzazione; limita il proliferare dei corsi di laurea e dei dipartimenti; riformula lo stato giuridico e il reclutamento dei docenti introducendo l’abilitazione nazionale e molto altro ancora. Si tratta, nell’ insieme, di un provvedimento con forti elementi di innovatività, lungamente atteso e non più procrastinabile, visti i molti intereventi spot fatti in passato che sono andati sovrapponendosi all’ultimo provvedimento generale sull’università, quello emanato nel 1980.

 

Nel momento in cui la Camera è impegnata ad approvare in seconda lettura la legge, cui seguirà un ulteriore passaggio al Senato ma, questa volta, senza emendamenti, sembra che molti e molto rumorosi siano gli scontenti; le proteste - secondo il giornali - scuotono il Paese, gli atenei e le istituzioni, fino a far persino supporre che si profili una rinuncia a concludere il processo. È assai improbabile che questi sommovimenti abbiano successo, fondati come sono su argomenti generici e debolmente sostenuti dagli stessi partiti all’opposizione. E tuttavia può essere utile ridire che i punti cruciali della riforma - pur controbilanciati dai molti elementi di incertezza e da aspetti di non piena coerenza con l’insieme dell’impianto normativo - fanno pendere il piatto della bilancia verso e non contro la riforma stessa.

 

È auspicabile dunque che si approvi la riforma, senza tanti distinguo e tante puntualizzazioni pressoché inevitabili in presenza di un intervento legislativo di così ampia portata, e che poi si metta mano con urgenza alla sua attuazione. È su questo che ci si deve misurare perché, come sempre, una legge - anche la più coerente -, se non viene applicata con senso di responsabilità, finisce per essere lettera morta o, peggio, per creare più disfunzioni rispetto allo status quo. Sul piano attuativo, il primo passo sarà la redazione dei nuovi statuti che definiscano nei dettagli la governance, con rappresentanti della società civile nel Cda (pur in minoranza), una diversa composizione del senato accademico e gli organi di controllo; la legge prevede termini brevi e, in caso di inosservanza, poteri sostitutivi da parte del governo; le università dovranno pertanto muoversi con tempestività e  coerenza, senza tentare una difesa ad oltranza della situazione precedente alla riforma.



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COMMENTI
29/11/2010 - L'emergenza educativa e la riforma dell'università (Angelo Lucio Rossi)

La riforma dell'università è un tentativo per ripsondere all'emergenza educativa. E' necessario dire basta a quello che sta accadendo in Parlamento che ha assai poco a che fare con il merito del provvedimento. Si tratta di salire sui tetti per urlare la necessità di una riforma che introduce la valutazione, il merito, l'internazionalizzazione e un nuovo stato giuridico dei docenti introducendo l'abilitazione nazionale. E' chiaro che i processi di rinnovamento si presentano lunghi e complessi, ma non possiamo permetterci che la guerriglia parlamentare blocchi misure necessarie per il bene dei nostri ragazzi. E' necessario urlare sui tetti che un ordinamento feudale non è al passo dei tempi della ricerca e della innovazione. C'è bisogno di senso della responsabilità da parte di tutti per non incrementare un clima di odio basato sulla disinformazione e sul pregiudizio ideologico. Svecchiare l'università è necessario per ringiovanire il nostro Paese.

 
29/11/2010 - Con questi chiari di luna (Daniele Scrignaro)

"I punti cruciali della riforma fanno pendere il piatto della bilancia 'verso' e non 'contro'". Ora, può essere positivo il giudizio su un'automobile con otto air-bag, motore Euro 7 (sì, sette), etc., ma senza pompa della benzina? Oggi i ricercatori fanno didattica (tengono lezioni ed esami, seguono tesi), che non compete loro - e non mi risulta che la riforma modifichi la situazione -, ma se smettessero molto l'università si fermerebbe. Si crede che l'attuazione della legge trasformi in associati gli attuali ricercatori, il che comporterebbe un raddoppio degli stipendi? (E quale ricerca avremmo, con un'intellighentia di al più sei anni di esperienza?). Solo per questo, pur se il castello fosse in teoria sufficientemente gradevole, nel mondo reale, con i chiari di luna economici in cui siamo e saremo per i prossimi anni (salvo che BCE racconti quisquilie e pinzillacchere), il castello crolla. E se i ricercatori devono diventare associati entro sei anni, chi farà ricerca? "La ricerca la fanno associati e ordinari": cioè, faranno la somministrazione dei questionari, le prove di laboratorio, le indagini sull'internet, le slides... le fotocopie? (Supposto che in un mondo fantastico possa accadere, ci costerebbe il doppio di ora: bel guadagno dalla riforma.) E appoggiamo un sistema che dopo 14 anni (dottorato, post-dottorato e ricerca) dice a un ricercatore: scusi, ma non ci serve più. Un "sistema" che impiega fino a 14 anni per scoprire che uno non è adatto o non ci sono posti.