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UNIVERSITA’/ Piccola agenda per non fare della riforma una "grida" manzoniana

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Mariastella Gelmini (Ansa)  Mariastella Gelmini (Ansa)

Dovranno essere poi essere messi a regime, sul piano nazionale, gli enti di valutazione, cruciali perché il sistema si muova verso la valorizzazione del merito; processo non facile in verità, visto che la definizione di indicatori, di parametri e di modalità di misurazione sono questioni grandemente complesse. Bisognerà, ancora, dare attuazione al reclutamento dei nuovi docenti  nonché alla stabilizzazione del precariato in modo da non ricreare blocchi che vadano a scapito dei giovani e dei bravi: toccherà alla classe accademica far sì che tutto ciò non riproponga localismi e logiche baronali, non più tollerabili se si vuole che il nostro sistema di alta formazione possa affacciarsi alla competizione internazionale dopo esserne stato troppo a lungo emarginato.

 

I processi di rinnovamento si presentano pertanto lunghi, complessi e, anche, di esito incerto. Occorre infatti riorientare i singoli atenei verso logiche di produttività scientifica, di cura per la didattica, di coerenza con i parametri valutativi (da conoscere con certezza per potervisi adeguare), di aggregazione in vista di una maggiore efficienza economica. Occorrerà saper sperimentare, programmare, creare non solo codici etici ma anche comportamenti caratterizzati da una maggiore eticità, questa inevitabilmente lasciata nelle mani dei singoli. Occorrerà infine evitare al massimo la centralizzazione e favorire spazi di decisione per le realtà regionali in grado di fare sinergie con le università: autonomia regionale ed autonomia universitaria possono ben coordinarsi ed agire insieme per creare un sistema universitario migliore di quello odierno senza scippare competenze costituzionalmente garantite, come quella sul diritto allo studio.

 

Questo, insomma, è il compito che - espletate le procedure legislative - spetterà a tutti gli attori, dal territorio alla società civile, dalla politica all’economia e alla comunità accademica, a studenti e a docenti. Fatta l’Italia, come si dice, bisognerà fare gli italiani. È bene infatti che non ci si accontenti di una legge la quale, per quanto mossa da buone intenzioni e ricca di spunti positivi, potrebbe essere come le note grida manzoniane se non vedrà, nel momento della sua attuazione, gente capace di  un impegno forte, costante, responsabile, in grado di valorizzare quegli elementi di novità che sono già presenti non solo nella legge ma soprattutto in questo universo contraddittorio, problematico, pieno di contraddizioni ma anche ricco di spunti positivi e di esperienze di vera educazione che è l’università italiana.   

 



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COMMENTI
29/11/2010 - L'emergenza educativa e la riforma dell'università (Angelo Lucio Rossi)

La riforma dell'università è un tentativo per ripsondere all'emergenza educativa. E' necessario dire basta a quello che sta accadendo in Parlamento che ha assai poco a che fare con il merito del provvedimento. Si tratta di salire sui tetti per urlare la necessità di una riforma che introduce la valutazione, il merito, l'internazionalizzazione e un nuovo stato giuridico dei docenti introducendo l'abilitazione nazionale. E' chiaro che i processi di rinnovamento si presentano lunghi e complessi, ma non possiamo permetterci che la guerriglia parlamentare blocchi misure necessarie per il bene dei nostri ragazzi. E' necessario urlare sui tetti che un ordinamento feudale non è al passo dei tempi della ricerca e della innovazione. C'è bisogno di senso della responsabilità da parte di tutti per non incrementare un clima di odio basato sulla disinformazione e sul pregiudizio ideologico. Svecchiare l'università è necessario per ringiovanire il nostro Paese.

 
29/11/2010 - Con questi chiari di luna (Daniele Scrignaro)

"I punti cruciali della riforma fanno pendere il piatto della bilancia 'verso' e non 'contro'". Ora, può essere positivo il giudizio su un'automobile con otto air-bag, motore Euro 7 (sì, sette), etc., ma senza pompa della benzina? Oggi i ricercatori fanno didattica (tengono lezioni ed esami, seguono tesi), che non compete loro - e non mi risulta che la riforma modifichi la situazione -, ma se smettessero molto l'università si fermerebbe. Si crede che l'attuazione della legge trasformi in associati gli attuali ricercatori, il che comporterebbe un raddoppio degli stipendi? (E quale ricerca avremmo, con un'intellighentia di al più sei anni di esperienza?). Solo per questo, pur se il castello fosse in teoria sufficientemente gradevole, nel mondo reale, con i chiari di luna economici in cui siamo e saremo per i prossimi anni (salvo che BCE racconti quisquilie e pinzillacchere), il castello crolla. E se i ricercatori devono diventare associati entro sei anni, chi farà ricerca? "La ricerca la fanno associati e ordinari": cioè, faranno la somministrazione dei questionari, le prove di laboratorio, le indagini sull'internet, le slides... le fotocopie? (Supposto che in un mondo fantastico possa accadere, ci costerebbe il doppio di ora: bel guadagno dalla riforma.) E appoggiamo un sistema che dopo 14 anni (dottorato, post-dottorato e ricerca) dice a un ricercatore: scusi, ma non ci serve più. Un "sistema" che impiega fino a 14 anni per scoprire che uno non è adatto o non ci sono posti.